L'arraffa arraffa generale di fine regime

15.11.2010 10:42

Come in ogni fine di regime stiamo assistendo, nell’indifferenza della “pubblica opinione”, pilotata da giornalisti conniventi, e nel silenzio, o tutt’al più nel balbettio di quello che si consola come “maggior partito di opposizione”, all’arraffa-arraffa generale. Ciascun membro di un Esecutivo moribondo prova a placare i suoiclientes, collettori di voti, fornitori di consensi, finanziatori finanziati di partito, di frazione, di corrente, di singolo individuo “eccellente”. 

Da un canto l’ormai parossistica ricerca di sponde politiche, sempre più improbabili; dall’altro, la necessità di pagare cambiali, che si traducono in concessioni, in extremis, di prebende, incarichi, commesse, o semplici finanziamenti a fondo perduto. 

Tutto ciò in totale contrasto con la situazione economica: la “crisi”, che è una realtà drammatica, sempre più drammatica, è strumento per aumentare gli squilibri sociali, per dare ai ricchi e togliere ai poveri, per premiare i fedeli e punire i renitenti, in uno spettacolo osceno che mescola insipienza e arroganza. E qualcuno osa fare il nome di Giulio Tremonti – il principale artefice di questa politica ferocemente classista e antipopolare, gestita tra menzogne e dilettantismo – come colui che dovrebbe traghettare verso il post-berlusconismo, lui che ne è il vero interprete, se si bada alla sostanza, e non ci si ferma alla volgarità postribolare del Cavaliere, e dei suoi pretoriani e delle sue ragazzotte da “salvare”.

Bene. Nelle ultime giornate, nelle pieghe della manovra finanziaria, o anche al di fuori di essa, con un po’ di attenzione alle notizie che trapelano, v’è di che rimanere trasecolati: le casse dello Stato languenti, diventano improvvisamente generose con le gerarchie ecclesiastiche, aumentando, per esempio, i fondi per le scuole private pareggiate: quasi tutte cattoliche, tutte confessionali. Le scuole pubbliche vanno avanti soltanto per la forza coraggiosa di un corpo insegnante che una vergognosa campagna mediatica negli anni scorsi ha denigrato, in un rovesciamento della verità assolutamente in linea con l’etica pubblica del presidente del Consiglio e del suo governicchio. 

Le sedi sono spesso affette da seri problemi strutturali, che addirittura mettono a rischio la vita di chi vi lavora o studia; non ci sono fondi per acquisto materiali didattici, e sempre più sovente gli insegnanti implorano gli alunni di chiedere in casa, per procurare carta matite penne. Le gite scolastiche stanno diventando un ricordo di epoche passate, rinverdite da qualche pellicola cinematografica. E intanto si escogitano sistemi di vero e proprio controllo politico della docenza, mentre i professori di religione (ma che vuol dire?) vengono imposti dalle Curie, fuori dai concorsi pubblici. 

Se volto pagina, scopro nelle pieghe della legge fondamentale per il bilancio nazionale, la cosiddetta Finanziaria, appunto, che il signor Tremonti ha messo le mani sui fondi provenienti dal 5 per mille: ma come? Quante volte gli abbiamo sentito ripetere, con quella sua vocetta chioccia, “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”? Le mettono sui fondi che gli italiani, liberamente, secondo la legge, hanno destinato a enti di ricerca, a Centri di servizio per il Volontariato, al cosiddetto “Terzo Settore”: ebbene, quei fondi sono stati decurtati, con un piccolo decreto, del 75%: il resto incamerati. 

15 milioni di contribuenti che hanno indirizzato quella pur modesta quota della loro dichiarazione dei redditi a centri piccoli medi e grandi, dediti alla ricerca medica (dal cancro alla sclerosi multipla), a istituti culturali, persino a università, a organizzazioni non governative, vengono traditi: una cosa scandalosa, che per ora non sembra ancora suscitare l’indignazione che sarebbero necessaria. Giù le mani dal 5 per mille, signor ministro! E per trasformare l’indignazione in furore va ricordato che lo stesso ministro ha dimezzato i fondi per le politiche sociali: la strategia – ha osservato Rosy Bindi, e concordo pienamente – è quella di togliere a chi ha bisogno. Come volevasi dimostrare, appunto.

Ma un altro ministro, l’ineffabile (post)fascista dalla voce roca e dall’aspetto luciferino, in capo al ministero della Difesa – al quale manca soltanto il ritorno alla denominazione di un tempo: ministero della Guerra – ha portato alle Commissioni Difesa di Camera e Senato che hanno approvato frettolosamente e alla chetichella (silenzio condiviso dal Pd), un programma di riarmo del valore di quasi un miliardo di euro: e va precisato (la fonte è www.peacereporter.net) che la gran parte di quel miliardo è destinato ad aziende belliche che fanno capo a Finmeccanica, gruppo industriale guidato Pier Francesco Guarguaglini. 

Vogliamo dare un’occhiata al paniere della spesa dell’onorevole La Russa? 200 milioni andranno infine all'AgustaWestland (Finmeccanica) per l'acquisto di dieci nuovi elicotteri Aw-139; stessa cifra per i nuovi sistemi di puntamento (Salex Galileo di Finmeccanica) per gli elicotteri A-129 Mangusta, in Afghanistan, che consentiranno di colpire meglio “gli obiettivi”; nonché per sostituire i missili Tow, con nuovi missili anticarro Spike, di fabbricazione israeliana. 

Altri 22 milioni e rotti serviranno per l'acquisto di 271 mortai “di nuova generazione”, fabbricati all'estero, e del relativo munizionamento, prodotto invece negli stabilimenti di Colleferro (Roma) dell'azienda di armamenti italo-britannica Simmel Difesa: sempre per il fronte afgano, dove gli italiani sono impegnati in una guerra a tutti gli effetti; sulla quale si continua a mentire con la fraseologia orwelliana delle “operazioni di pace”. 

E ancora: 125 milioni per la costruzione, alla Fincantieri di Genova, di una nuova nave da guerra. Non mancano i sommergibili, per i quali ci sono una novantina di milioni: no, non per costruirne, ma solo per dotarli di un nuovo siluro di 6 metri dal peso di 1200 chilogrammi (fabbricato dalla Whitehead Alenia Sistemi Subacquei di Livorno, ovviamente facente capo a Finmeccanica). 

Infine, qualche centinaia di milioni per l'aeroporto militare di Pisa, per una rete informatica militare sperimentale, la Defence Information Infrastructure (DII), ''necessaria per la trasformazione net-centrica dello strumento militare, elemento essenziale ed abilitante per la pianificazione e la condotta delle operazioni" (dove troviamo un’altra ditta della Finmeccanica, la Elsag Datamat).

Ma riflettendo a tutto questo la logica è chiarissima: si premia chi vuol giocare alla guerra (e chi sulla guerra lucra:Contrariamente a quello che si crede, tutto quello che ha a che fare con l'apparato industrial-militare è nelle mani dei generali, o degli ex generali. Una volta che hanno finito il servizio, dove vanno a lavorare?

Vanno a fare i consulenti delle aziende belliche.
Appunto. Fanno i lobbyisti nei confronti di coloro che hanno preso il loro posto e che hanno potuto prendere quel posto facendo carriera sotto di loro.
), mentre si castigano quei rompiscatole che cercano di attenuarne gli effetti sulle popolazioni e sui territori; chi vuole aiutare i deboli e gli indigenti, viene privato di risorse. 

E, soprattutto, o prima di tutto, il rischio è lo studio: perciò chi vuole studiare – sia insegnante o alunno – viene castigato. Ed è giusto. Nella pornovideocrazia italiana, che ha pure un suo côté militare (del resto le battute del premier sono da caserma), non vi può essere posto alcuno per lo studio, inutile spreco di tempo e risorse. 

Angelo d'Orsi

Fonte : MicroMega

  

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