La ‘ndrangheta in Lombardia : il cambiamento del sistema di potere negli ultimi ventanni

04.12.2010 00:00

28.11.2010 

I boss palermitani sostituiti dalle ’ndrine intente alla sistematica corruzione dei colletti bianchi per creare una perfetta macchina da soldi. L’inchiesta che ha squinternato la ‘ndrangheta in Lombardia racconta il cambiamento del sistema di potere degli ultimi 20 anni. Fino a fine anni ’80 nessuno si curava degli amministratori, tutt’al più Turatello ed Epaminonda entravano gratis nei club controllati, ma allora le prede erano padroni e imprenditori. Oggi i mafiosi cercano assessori, sindaci e consiglieri comunali. La mafia, dopo il privato attenta il “pubblico” per ottenere favori e appalti: in Lombardia le aziende coinvolte sono padane nella forma, calabresi nella sostanza. Nel ’74 fece scalpore che nell’agenda di Luciano Liggio— all’epoca capo di Riina, di Provenzano, di Bagarella — fosse rinvenuto il numero telefonico del direttore del Banco di Milano Ugo De Luca. Verbali e intercettazioni di oggi parlano di direttori sanitari, dirigenti di ospedali, coordinatori di consorzi e società municipali.

Peppe Genco Russo, era il capofamiglia› di Mussomeli, inviato, nel ’64, in soggiorno obbligato a Lovere, sul lago d’Iseo. Era ritenuto l’erede di Calogero Vizzini, divenuto famoso per l’incontro con Montanelli pubblicato dal Corriere all’inizio degli Anni ’50. Quel Russo che veniva trattato da giornali e tivù come un numero uno che non fu mai, fu uno choc per gli abitanti del lacustre paese bergamasco scoprire la mafia nelle vesti di un vecchietto tanto malandato in salute quanto gentile e manieroso nonostante la fedina penale zeppa di omicidi, estorsioni e violenze d’ogni tipo.

L’opinione pubblica dell’epoca sconvolta dal massacro di 7 militari a Ciaculli con una Giulietta satolla di esplosivo esigeva una reazione che lo Stato era incapace di dare nei tribunali. Ecco allora i soggiorni obbligati, resi inutili dall’irrompere della teleselezione telefonica. Così nell’hinterland milanese arrivarono i Ciulla, i Guzzardi, i Carollo, Gerlando Alberti e il rocambolesco agguato a Angelo La Barbera in viale Regina Giovanna. I rapimenti di Torelli, di Rossi di Montelera, di Barone scatenarono il panico tra i signorotti meneghini: ognuno cercava un palermitano di riferimento, cui affidare l’incolumità della propria famiglia. Erano gli anni in cui Marcello Dell’Utri piazzava Vittorio Mangano nella villa di Berlusconi ad Arcore.

Attorno a Leggio prosperavano Nino Grado, Ignazio e Giovanbattista Pullarà, Simone Filippone, Salvatore Di Maio, Pippo e Alfredo Bono, Robertino Enea, Ugo Martello, Gino Martello, Gioacchino Matranga, Gaetano Fidanzati. Tra ippodromi, bische e night sbocciavano conoscenze e amicizie impossibili. Tutti amici fino alla sera in cui gli sgherri di Turatello rifilarono un ceffone ad Alfredo Bono, vendicato con lo sventramento in galera di Francis ‹‹faccia d’angelo››. In quella Milano da bere e da intaccare i mafiosi sguazzavano a tal punto da rifiutare la creazione di una ‹‹famiglia›› per non dover prendere ordini da Palermo. Le basi partirono dalle enoteche dei Pullarà al Giambellino e in viale Umbria, poi l’ufficio di via Larga a un passo dall’appartamento in cui aveva abitato Joe Adonis, al rientro in Italia. Milano divenne la capitale economica di Cosa Nostra. Palermo rimase la città delle corruzioni, dei traffici e degli omicidi senza le complicità di insospettabili industriali, banchieri e finanzieri in brache bianche.

Le inchieste dell’83 e del ’90 svelarono nomi, interessi e complicità a cominiciare dall’arresto dell’oscuro ragioniere Pino Lottusi, secondo Borsellino regista del più importante business planetario del decennio, ma primo degli ultimi mafiosi siciliani subentrati dai calabresi della ‘ndrangheta, spinta in Padania dalle galeotte confidenze di Liggio a Mammoliti. La gestione dell’Ortomercato di Milano testimonia il passaggio di consegne, il rovesciamento dei ruoli tra chi aveva recitato da protagonista e chi da comprimario. Nuove regole e nuovi atteggiamenti nella patria di Gaber. I boss palermitani erano eccitati soltanto da Milano e da Como per la vicina frontiera con la Svizzera, oltre che del casinò di Campione. L’opposto dei silenziosi successori, lontani da ogni sfoggio ed esibizionismo, ma capaci di stendere una micidiale tela d’interessi sull’intera Lombardia. Sono i collaudati metodi che hanno consentito l’installarsi nei 5 Continenti e di trasformarsi in una inarrestabile macchina di soldi e di corruzione.
Lo scioglimento del comune di Desio per infiltrazioni di ‘ndrangheta potrebbe inaugurare una sequela di colpi di scenanel Nord Italia come quel famoso gioco in scatola che ricordo con nostalgia: il Go doown.

 

Fonte: danielemartinelli.it 

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