La depenalizzazione dell’interesse privato in atti di ufficio (ex art. 324 cp) avvenne ad opera del VI governo Andreotti-Martelli. Ha qualcosa a che fare con le privatizzazioni del '92?

14.08.2010 15:24

La legalità e le nuove forme di corruzione. Il conflitto d’interesse.

Nelle ultime  inchieste  giudiziarie di Milano e Roma mancano i classici reati di corruzione e di concussione che caratterizzarono la tangentopoli degli anni novanta.  Oggi  il fenomeno corruttivo ha trovato forme più sofisticate. E spesso coperte da leggi e provvedimenti amministrativi . A dominare la scena sono  l’insider trading e l’aggiotaggio. Il primo consiste nel fatto di chi abusa di informazioni privilegiate di cui è in possesso quale  azionista di una società o quale controllore per compiere operazioni speculative di acquisto o vendita.  Il secondo consiste nel comunicare notizie false, esagerate o tendenziose  o simulate per determinare una alterazione del prezzo di azioni o obbligazioni.  Vittime di questo mercato illecito sono gli ignari azionisti che vedono dissipati i loro sudati risparmi nello spazio  di un mattino.  In questi due fenomeni delittuosi si inserisce quasi sempre  la mancanza di controlli da parte degli organismi che tale funzione dovrebbero svolgere. E nei quali operano personaggi che dovrebbero essere arbitri imparziali ed invece si trovano in una posizione di  conflitto di interessi .

Ed è proprio questo l’anello debole della nuova tangentopoli degli anni 2000: la mancata disciplina del conflitto come delitto autonomo, dopo la grave depenalizzazione dell’interesse privato in atti di ufficio (ex art 324 cp) avvenuta improvvisamente nel 1990 .

La quale ha consentito il prosperare di vecchie e nuove  forme di  criminalità che vanno sotto il nome di “colletti bianchi”  .

Ed è proprio da questo che bisogna partire per capire ciò che di molto complesso sta accadendo.

Il conflitto d’interesse è  la situazione  apparentemente “legale” in cui viene a trovarsi un governante, un amministratore, un banchiere, un politico  o  un giudice, che anziché fare l’interesse pubblico nella sua attività istituzionale, cura il suo interesse privato o quello di amici e prestanomi.

Esso viola anzitutto l’articolo 97 della Costituzione che impone alla PA di rispettare i principi del buon andamento e  dell’imparzialità.

Viola codici deontologici. Ma - ANOMALIA ITALIANA - non viola il codice penale!  Ed oggi è divenuto   il principale  strumento di  corruzione. Un cancro che affligge la politica, parte della magistratura e le istituzioni pubbliche e private da decenni. E che non si riesce a debellare. Proprio perché chi dovrebbe debellarlo – in primis il governo – versa in clamorosi conflitti di interessi e non ha interesse a risolvere il problema.  Anzi la legislazione varata va nella direzione opposta, che è quella di favorire operazioni societarie sottocopertura, che nascondono spesso il riciclaggio di capitali sporchi di provenienza delittuosa.  Quasi  sotto silenzio è passata una notizia del Corriere del  31 dicembre 2005,  sul  probabile  riciclaggio di capitali mafiosi nelle  varie scalate  bancarie  di questi anni.  

La Guardia di Finanza avrebbe scoperto nel 2005 che  uno degli immobiliaristi   che controlla una ragnatela di società in tutto il mondo,  coinvolto come “concertista” nell’operazione Antonveneta e  come  titolare di azioni della BNL  poi cedute ad Unipol in vista della scalata alla Banca romana avrebbe  utilizzato come consulente uno dei personaggi  responsabili di riciclaggio del denaro illecito proveniente dal clan Piromalli. A questi l’immobiliarista avrebbe lasciato il compito di  gestire il contatto con gli istituti di credito per le scalate.  Un altro “consulente” dell’immobiliarista - parola magica che nasconde  spesso fenomeni di riciclaggio e di corruzione - , stando alle notizie sul Corriere e sul Sole 24 ore,  avrebbe compiuto un’altra operazione “in concerto” con   un prestanome del  cassiere della Banda della Magliana. Che altro non è che Cosa Nostra.

Il caso più clamoroso riguarda certamente il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Che ha approvato leggi che favoriscono  i suoi interessi patrimoniali – vedi leggi sul falso in bilancio, sulla esportazione di capitali  e sul condono agli evasori;  gli interessi giudiziari propri  e di amici, come  la legge ex Cirielli ,  una forma di indulto ad personas; ma anche gli interessi politici, come le leggi che alterano la par condicio nell’uso dei mezzi di informazione, condizione indispensabile per una corretta competizione democratica, senza che intervenga alcuna sanzione.

A ricordarci questa  anomalia non sono state le toghe rosse, ma la stampa europea di ogni colore. Dal Times, simbolo dei conservatori inglesi. Gli stessi toni critici ispirano Le Monde, l’Herald Tribune, El Pais,  Der Spiegel non sospettabili di filocomunismo.

Il Financial Times parlava delle grandi infrastrutture. A tutto questo occorre aggiungere un dato inquietante.

Riguarda il record che detiene l’Italia nelle violazioni di direttive europee in materia di appalti per le grandi opere pubbliche. Violazioni che chiamano in causa principalmente l’ex-Ministro Pietro Lunardi, responsabile delle grandi infrastrutture. Esistono, infatti, -lo ha ricordato l'ex Ministro Buttiglione- ben 266 procedure europee contro l’Italia, delle quali 46 riguardano le norme in materia di grandi opere pubbliche.

Un bilancio anormalmente alto a causa di una certa “renitenza da parte dell’Italia a svolgere  appalti europei”. In realtà l’ex Ministro Lunardi decise di disapplicare  le leggi europee per favorire a proprio arbitrio  le imprese di parenti, amici e consociati. Senza andare incontro a sanzioni !

Uno dei casi più clamorosi di conflitto di interessi riguarda il conflitto di interessi dell’ex Ministro Lunardi nell’Alta velocità  nella  Lione-Torino. Nominato Ministro nel 2001 Lunardi annunciò la vendita della sua società, la Rocksoil, poiché molti contratti ricadevano sotto la sua competenza di Ministro. Poi disse che avrebbe concentrato il  lavoro della Rocksoil all’estero per evitare conflitti di interessi. In realtà l’unico cambiamento si verificò nel 2005 quando la moglie, amministratrice della Rocksoil, cedette le sue quote ai figli.

L’ex Ministro ottenne una commessa francese per la progettazione di un tunnel sulla linea ad Alta Velocità Lione Torino. Ed oggi dice che l’Alta Velocità è indispensabile. Ma quale credibilità aveva un  Ministro parte in causa nelle opere  infrastrutturali?  Lo stesso Ministro  ha preso l’appalto per la linea  ferroviaria Milano Malpensa, il corridoio Torino Brennero, il passante di Mestre, l’autostrada Aosta Monte Bianco, l’autostrada Valtrompia Brescia Lumezzane, l’Autostrada Salerno-Reggio Calabria, il terzo traforo del Gran Sasso. Molti di questi lavori si pongono in contrasto con i principi di  deontologia  professionale del decreto del Ministro Frattini.

Che però non ha sanzioni!

 

Il ministro del secondo governo Prodi, Antonio Di Pietro ha tempestivamente eliminato molti degli appalti inquinati dal conflitto d’interesse.

Un altro fenomeno grave ha riguardato per anni i conflitti di interesse della Banca di Italia.  La mancata  soluzione dei problemi emersi in materia di risparmio ( i casi dei bond Argentini, Parmalat, Cirio e l’Antonveneta), derivò da situazioni confliggenti della Banca d’Italia.

Che da un lato svolgeva compiti  di vigilanza e di controllo sugli istituti di credito; dall’altro era di proprietà degli istituti di credito che avrebbe dovuto controllare (ex banche pubbliche divenute private); e dall’altro ancora era organo di tutela dei risparmiatori  cui la Costituzione  assegna una speciale protezione.

A questo si aggiunge un altro paradosso: la confusione tra controllori e controllati.

Che il CICR (il comitato  per il credito e il risparmio), organo che doveva controllare  la  regolarità della condotta del  Governatore della Banca d’Italia, era composto non solo dallo stesso  Governatore che dovrebbe essere controllato dal CICR, ma anche dai rappresentanti delle banche controllate, comproprietarie della Banca d’Italia, e di Ministri che  avevano  interesse a favorire finanziamenti localistici, aperture di sportelli, prestiti a gruppi di clientes,  e roba del genere. Un guazzabuglio reso possibile da leggi non leggi e carenze di leggi.

Il dissesto

 

Parmalat giunse dopo altre due truffe colossali dei risparmiatori, i bond Cirio e i titoli argentini, con 23 miliardi di euro bruciati. Con l’amara sensazione per gli investitori di non potersi difendere. La SEC (Security and Exchange Commission) descrisse  il caso Parmalat come “una delle più grandi e spudorate frodi finanziarie della storia”. L’organo che tutela i risparmiatori americani vittime della truffa parla con la voce dell’esperienza, avendo gestito gli effetti degli scandali Enron e Tycon. E’ stata necessaria l’inchiesta della magistratura milanese per costringere il Governo a varare una legge sul risparmio che elimina  in parte questi conflitti.

Le operazioni truffaldine sono state compiute con  l’avallo formidabile  di una politica criminogena fondata sulla depenalizzazione dell’interesse privato in atti di ufficio, sulla legittimazione dei fondi neri, sui condoni con il rientro dei capitali illeciti, sulle evasioni fiscali. Ma le operazioni sono state anche il risultato di controlli pressoché inesistenti di Banca d’Italia, in primis. Ma anche dell’autorità della borsa CONSOB, borsa, sindaci, revisori dei conti e agenzie di rating che non hanno funzionato e non hanno garantito, come dovevano, un reticolo di trasparenza e affidabilità.

Gli organi di controllo sono stati un costosissimo apparato di supporto per una miriade di delitti (aggiotaggio, insider trading, truffa, falso in bilancio, bancarotta fraudolenta, riciclaggio) al confronto dei quali i reati del crimine organizzato appaiono ben poca cosa.

La gravità dell’imbroglio è nel fatto che esso è stato reso possibile dalla complicità o dalla connivenza  di soggetti istituzionali e di banche. Ancora una volta, prima della politica, sono arrivati i magistrati che hanno fatto il loro dovere, senza guardare in faccia nessuno.

Vi è stato l’intervento rapido, esemplare e competente della magistratura inquirente. Quella stessa magistratura che, sottoposta da anni agli attacchi forsennati del Governo Berlusconi, è oggi l’unica funzione pubblica italiana che, in questo momento, tiene alto il prestigio del Paese.

Allo stato attuale delle indagini il dubbio se le banche abbiano dato prova “solo” di incompetenza e di negligenza, o se vi siano state anche malafede, disonestà e complicità si sta lentamente sciogliendo. Emerge sempre più netta la responsabilità di alcune banche nel grande imbroglio.

I nostri banchieri per i rapporti con Parmalat avevano tutti i mezzi e gli elementi per scoprire la frode in danno ai risparmiatori. Sennonché anche quando cominciavano ad addensarsi nubi di sospetto su Parmalat,  una grande banca italiana ha comprato i bond Parmalat e li ha offerti agli ignari risparmiatori.

La Procura di Milano  chiese  il rinvio a giudizio  di 32 persone con l’accusa di aggiotaggio e ostacolo alla Consob avviando il procedimento contro Calisto Tanzi, suo figlio Stefano, suo fratello Giovanni, la nipote Paola Visconti, i direttori finanziari Fausto Tonna, Luciano Del Soldato e Alberto Ferrarsi, 22 tra amministratori, revisori e sindaci, più le persone giuridiche – ed è questa la novità- delle società di revisione Italaudit ex-grant Thornton e Deloitte & Touche e di Bank of America.  

Su quest’ultima i PM hanno precisato l’accusa  che richiama la comunicazione al mercato del 18 dicembre 1999, concordata tra Tonna e Sala (Parmalat  e Boaf). Nella quale si affermava falsamente che i nuovi asseriti azionisti della brasiliana Parmalat fossero investitori nordamericani coordinati dalla Boaf e si occultava che erano due società anonime delle isole Cayman”.  

Una menzogna che  da un lato ha  sostenuto il titolo Parmalat in borsa a Milano, dall’altro ha causato agli investitori  e alla Boaf un danno di 400 milioni di dollari, proprio mentre tre manager della Boaf e l’ex direttore della Banca cantonale dei grigioni (svizzeri) guadagnavano in nero 21 milioni di dollari erogati da Parmalat a titolo di commissione per la chiusura dell’operazione. La magistratura dimostra ancora una volta di andare avanti senza strumentalizzazioni e senza guardare in faccia a nessuno.  L’uscita dei verbali è senz’altro da attribuire a persone che  non fanno parte della magistratura inquirente. Di pari passo con Milano procedono spedite anche le due inchieste a Parma e a Berna  sul fallimento della multinazionale di Collegno. Ancora una volta a muovere la macchina della corruzione è stato un ceto politico arrembante,  con l’appoggio di  potentissimi banchieri.

Al  confronto dei quali  i vari Michele Sindona e Roberto Calvi, finanziatori   dei politici  ed  antesignani del sistema di corruzione degli anni settanta, appaiono degli innocenti agnellini.

E come in passato,  i finanziatori rischiano di essere i soli capri espiatori, mentre i politici resteranno indenni.

Questa volta anche i banchieri sono fuori dallo scandalo.  Il loro potere  di ricatto sui politici  è enorme.  A dovere rispondere ai giudici  delle accuse di aggiotaggio, truffa  e falso sono per il momento funzionari  e  dirigenti bancari. Viene fuori che  molti politici  ottennero da Calisto Tanzi degli aerei non solo per i loro pubblici impegni ma anche per i loro comodi e le loro vacanze.

I finanziamenti sono avvenuti con diversi sistemi: attraverso intermediari di fiducia dei destinatari finali, le consulenze fittizie a società amiche esperte nel nulla, l’acquisto di imprese decotte con l’appoggio di banchieri amici,  l’appoggio politico  a banche per fusioni  e salvataggi.

E poi vi è stato il classico sistema del pagamento dei partiti e dei politici. Il Wall street Journal  afferma, citando l’avvocato di Tanzi, che Parmalat ha versato mediamente 1,9 milioni di euro l’anno per una spesa finale di 200 milioni di dollari. Una cifra enorme pari a 250 miliardi delle vecchie lire.  

Fausto Tonna  e  Tanzi hanno parlato  di finanziamenti   a partiti  e a singoli politici non per il classico scambio di  tangentopoli, ma  per un rapporto più complesso. I soldi servivano ad ottenere l’intervento dei politici sulle banche  per  ottenerne i finanziamenti e per  operazioni di compravendita di società dissestate. Tanzi e Tonna hanno detto  che Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, avrebbe fatto pesanti  pressioni su Tanzi  per costringerlo ad acquistare  la dissestata  Eurolat dalla  Cirio di Cagnotti. Ma questa operazione sarebbe avvenuta per interessamento di uomini politici.  Chi sono questi uomini politici ? Mistero.

Altre  operazioni  sospette  riguardano  il Ministero dell’agricoltura. Ad incassare  soldi sarebbero stati due ministri . Uno  della maggioranza e l’altro  dell’opposizione. Ma tutti e due erano ministri in carica al momento dell’esazione.  Proprio  in relazione ad  uno dei due finanziamenti, la Parmalat  ebbe  un aiuto di 68 miliardi  di vecchie  lire a fondo perduto, anche se- come dice  Paolo De Castro, ex ministro dell’agricoltura-  il finanziamento era stato “pensato e deciso per le piccole e medie imprese”. De Castro ammette:”è vero, commettemmo un errore”. Domanda: ma fu un errore? O fu la contropartita data  a  Parmalat per finanziamenti che Tanzi aveva fatto in precedenza?

L’omertà.

Si dice che nei finanziamenti dei politici così come sono avvenuti  non si ravvisano responsabilità  penali.   Ed è così, anche perché il finanziamento illecito dei partiti è stato depenalizzato. Così come fu improvvisamente abrogato il delitto di interesse privato  in atti di ufficio, che  era stato un baluardo nella lotta ai conflitti di interesse. E il falso in bilancio è divenuto un reato contravvenzionale.

 

Ma  la  mancanza di reati   non è  una ragione  per tacere. La questione morale e politica si pone in modo anche più  rilevante che in passato. Qui sono stati truffati centinaia  di migliaia di risparmiatori  sia per i finanziamenti ai politici ed ai partiti sia  per  le operazioni sbagliate imposte a Calisto Tanzi  da politici e banchieri senza scrupoli.

La vicenda dell’arresto di Danilo Coppola – a parte la coraggiosa inchiesta dell’Espresso -, è stata relegata dai maggiori quotidiani italiani nelle notizie di cronaca.

E’ un segnale allarmante rispetto ad un fenomeno molto grave che riguarda corruzione e criminalità organizzata.

Il governo Prodi avrebbe dovuto risolvere il problema dei conflitti d’interesse che sono la maggiore minaccia per la nostra democrazia mediante, soprattutto il ripristino del reato penale dell’interesse privato negli atti d’ufficio ed eliminazione della confusione tra controllori e controllati in tutti i campi: banche, politica, pubblica amministrazione, industria, commercio, authority, ecc.

Ma non lo ha fatto.

Ci chiediamo allora: la depenalizzazione dell’interesse privato in atti di ufficio (ex art. 324 cp) che avvenne ad opera del VI governo Andreotti-Martelli  ha qualcosa a che fare con le privatizzazioni del '92?

 

Il giudice Ferdinando Imposimato, magistrato ed ex senatore della commissione antimafia, ci parla del suo libro "Corruzione ad alta velocità" e delle implicazioni del TAV con politici, grandi imprese, giornalisti e criminalità organizzata.

 

 

 



 




 

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