La crisi del governo Berlusconi potrebbe avere motivazioni molto diverse da quelle apparenti

25.11.2010 18:56

La crisi del governo Berlusconi potrebbe avere motivazioni molto diverse da quelle apparenti che stanno infervorando il dibattito pubblico. Proviamo qui a darne una lettura più originale, lontana dalla versione mainstream che narra esclusivamente di problemi interni alla coalizione di centro-destra per via del dispotismo del Cavaliere, della sua gestione personalistica della cosa pubblica, di quella maniera anomala di selezionare i soggetti che devono ricoprire le responsabilità istituzionali, a metà tra l’opzione mignottocratica e il gradimento cortigiano.  

Esistono però fronti meno visibili di quelli richiamati dove sta per esplodere un conflitto virulento che coinvolgerà i centri nevralgici dello Stato. Per esempio, stanno per attivarsi le procedure di rinnovamento degli organi dirigenziali della “Corporate Italia”.

Lasciate perdere quel modo che hanno i politici di contrabbandare i loro interessi ricoprendoli di nobili ideali, dimenticate le alte ragioni istituzionali e morali con le quali gli uomini di partito vendono sogni ad un pubblico ipnopedizzato e privo di coscienza civile, abbandonate le aspettative di rinnovamento con le quali i poli si proiettano sul mercato elettorale per fare incetta di consensi.

Non vi è nulla di tutto questo nei loro dorati propositi, non la governabilità, non il riordino degli assetti costituzionali e nemmeno la riforma di sistema elettorale. Almeno, non in questa particolare congiuntura dove si fanno avanti altre priorità.

Prima viene qualcosa di molto più appetitoso che può trasformare letteralmente i connotati della nazione, a livello di redistribuzione del potere e di controllo dei gangli economici degli apparati pubblici. Chi gestirà questo processo accumulerà forza e soldi per puntellare la propria visione del mondo. Nel 2011, infatti, si stabilirà la composizione organica dei vertici delle grandi partecipate di Stato, da Finmeccanica ad Eni, da Enel a Telecom fino alle Poste e alle controllate di quest’ultime. Se ogni cosa dovesse restare immutata, se sarà ancora una volta Berlusconi a scegliere i manager da collocare in queste gigantesche società con fatturati enormi e relazioni istituzionali di elevato profilo, lui ed il suo seguito avranno il controllo del cuore economico del Paese e delle politiche strategiche che si congiungono con le iniziative degli altri governi mondiali.

Stiamo parlando di 150 designazioni, tra amministratori delegati, presidenti, consiglieri, interi cda. Chi interverrà nelle sorti di queste imprese di punta avrà in mano il 15% del Pil nazionale ma, soprattutto, potrà dare delle basi decisionali e finanziarie solide alla propria agenda programmatica. Parliamo di settori di avanguardia come energia, tecnologia, finanza che sono strumenti per la costituzione di blocchi sociali, per lo sviluppo delle politiche nazionali nonché veicoli per interpretare le partnership con l’estero. Il Cavaliere ha dimostrato, sostenendo la penetrazione di Eni e Finmeccanica su mercati vantaggiosi, di essere in grado di giocare la sua partita a scacchi in campo internazionale, favorendo la stipula di ricchi contratti e intessendo alleanze diplomatiche con le potenze emergenti/riemergenti, anche fuori dalla sfera d’influenza occidentale. Questo gli ha causato pesanti inimicizie, in Europa ed Oltreatlantico, tanto che qualcuno vorrebbe ora fargli pagare il conto di tutto. Tuttavia, B. non agisce in maniera autoreferenziale ma rappresenta il terminale di soluzioni strategiche perseguite da gruppi e drappelli che intendono tracciare una strategia innovativa per l’Italia nell’avanzante epoca multipolare.

Anche chi gli marcia politicamente contro (ed ha tutti i diritti di farlo ma non con i presupposti di questa sinistra cialtrona e servile) dovrebbe pensare a come recuperare quanto fatto di buono da B. almeno su questo versante. Il nostro protagonismo  sulla scena planetaria infastidisce le leadership straniere più influenti che non ammettono concorrenti sui nuovi corridoi strategici dai quali passa il futuro di un diverso equilibrio geopolitico. Iran, Libia, Turchia, Russia, Algeria hanno stretto rapporti di amicizia col nostro Paese derubricando precedenti legami ed offrendo a noi gli affari migliori. Siffatti nessi privilegiati sono a rischio perché non ancora perfettamente consolidati, ma, soprattutto, poichè non omogeneamente condivisi dagli altri decisori nostrani che non hanno capito la portata di questa scommessa orientata al raggiungimento di una piena autonomia sugli scenari sovranazionali.

Su tali temi il corpo politico dovrebbe pertanto avere una sola testa, a prescindere dalle chiese ideologiche. Se questa fase dovesse, invece, essere gestita da un governo tecnico i camuffamenti degli interessi sarebbero ancora più pesanti e deleteri per la nazione. Ma più di ogni altra cosa, i burocrati saliti all’apice del Governo hanno già dimostrato in passato di saper solo svendere e depotenziare le nostre Compagnie migliori al fine di compiacere la propria rete di appartenenze tecnocratiche, spesso massoniche o prodotto di una shadow elite anglobalizzata per nulla rassicurante.

Qualunque parte politica si presterà a questo gioco al massacro sui gioielli industriali nazionali, lasciando in mano ai tecnocrati  fintamente neutrali questo patrimonio pubblico, avrà tradito la fiducia e la speranza degli italiani. 

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