La truffa giornalistica e mediatica Sakineh, costruita su vili menzogne per screditare l’Iran su cui incombe l’attacco “esportatore di democrazia”.Silenzio stampa sul caso Teresa Lewis

19.09.2010 19:48

Sul caso-truffa Sakineh complimenti a quei giornalisti con tanto di iscrizione all'albo che (per pigrizia o malafede) hanno pubblicato la notizia senza documentarsi.

Complimenti a quelli di amnesty international che utilizzano le sovvenzioni per fare la guerra ai mulini a vento e favorire la propaganda dei guerrafondai.

Perchè non cerchiamo di fare qui l'elenco di questi PROFESSIONISTI?

Per scoprire la verità è bastato andare a fare una chiacchierata in Iran con un responsabile, il portavoce del Ministro della Giustizia.

Perchè in Italia non c'è stato un solo giornale o telegiornale che abbia voluto o avuto la possibilità di inviare un giornalista o una persona che verificasse la notizia e chiedesse un colloquio ?

Rimbambimento generale oppure c'è qualcosa dietro che ha impedito agli organi di informazione di appurare le cose come stavano per davvero ?

Cosa non si fa per creare campagne mediatiche e disinformative anti-islamiche, finalizzate a screditare l'Iran su cui incombe l'attacco "esportatore di democrazia" ?

 

Pubblichiamo di seguito la nota critica di Pino Cabras sull'articolo di Thierry Meyssan.

L’articolo di Thierry Meyssan, al di là di qualche ossequio di troppo alle presunte virtù liberali del governo iraniano, che purtroppo dà invece oltremodo da fare ad Amnesty International, e al di là di alcune imprecisioni sulla vigenza della pena della lapidazione, espone nondimeno dei fatti molto importanti, in grado di ridimensionare drasticamente la rappresentazione corrente della vicenda.

Mi rendo conto che il caso Sakineh, come ogni minaccia concreta della violenza di Stato su una vita umana con un nome e un cognome, ha risvolti morali che ci fanno sentire responsabili della difesa di quella vita e proprio quella. Ma nel caso di specie il piccolo vagone del caso giudiziario iraniano è inserito in un lungo treno composto da carrozze cariche di buona fede e soprattutto da una potente locomotiva mediatica che ha altri scopi, anche se li dissimula benissimo.

Personalmente uso un criterio guida che negli ultimi anni mi ha fornito una mappa infallibile nel percorso delle notizie, anche se sembrerà solo una battuta: quando in una causa compare la firma, l'engagement, il supporto battagliero di Bernard-Henry Lévy, dobbiamo sapere che quella causa è irrimediabilmente contaminata da gravissime falsità: è accaduto nella guerra dell'Ossetia del Sud nel 2008, nella strage di Gaza del 2009, e ora sull'Iran.

I fomentatori della campagna su Sakineh sono stati abilissimi.

Si parte da una causa in sé giusta, su cui già si impegna Amnesty International come in mille altri casi che nessuno di norma si fila.

La si deforma stuzzicando il pregiudizio antiislamico e dipingendola come l'oppressione del Regime sulle donne.

La si personalizza nello stile del "reality show" in base all'assunto che se di un individuo conosci il nome automaticamente diventa un tuo "prossimo" e tirarti fuori sarebbe disumano.

Si crea l'evento autopropulsivo e alla moda, con i VIP - compresi quelli davvero perbene - che associano la loro faccia e la loro lacrima con quel nome concreto.

Si lanciano coinvolgenti aggiornamenti che trascinano la stampa progressista e chi ha un approccio vivace, onesto e impegnato alle notizie.

Infine si scarica il tutto sull'immagine demonizzata di Teheran per costruire il consenso preventivo alla prossima guerra contro l'Iran, durante la quale centinaia di migliaia di donne - come in Iraq - saranno lapidate dalle bombe di un Occidente così femminista da non voler disturbare con un ricordo i loro troppi nomi.

L'articolo di Meyssan richiama il fatto che la procedura penale iraniana attuale rende ardua se non impossibile l’esecuzione di una condanna per adulterio, potendo procedersi solo in presenza di quattro testimoni del fatto, una testimonianza che “deve essere basata sull’osservazione e non sulle congetture”. È una di quelle salvifiche ipocrisie formali dettate dal buon senso che rendono il mondo islamico molto più flessibile di quanto ci si aspetti: si omaggia la forma, gli articoli della legge penale ricalcano certi precetti della Shari‘a, per cui si tiene in piedi un vecchio istituto, ma lo si rende inapplicabile. Quattro testimoni che assistono tutti alla consumazione di un adulterio sarebbero un "unicum" statistico perfino a San Francisco.

La vita pratica dei paesi musulmani offre vari esempi. Mi viene in mente l'istituto islamico del "matrimonio temporaneo", che può durare addirittura solo mezz'ora, con tanto di dote matrimoniale conferita dallo "sposo", anche in vile denaro: così quella mezz'ora la sta passando mica con una prostituta, ma con una moglie.

O i musulmani dello Xinjang che mangiano tranquillamente maiale perché a tavola lo chiamano "montone", riproducendo le gesta dei preti nostrani che mangiavano carne nei venerdì di Quaresima con la formula "ego te baptizo piscem".

A qualunque latitudine la giustizia divina si piega al pragmatico convenzionalismo del vivere umano. Si chiama ipocrisia.

Ma l’ipocrisia riporta la durezza della Legge al passo delle cose mondane. Nel male, ma anche nel bene.

La controprova dei due pesi e due misure l'abbiamo dal silenzio della stampa mainstream sul caso di Teresa Lewis. Meritava forse meno clamore? In base a quale ragione, peso, qualità di una vita umana?

 

Per chi non conoscesse il caso di Teresa Lewis:


Il prossimo 23 settembre in Virginia sarà eseguita la sentenza di condanna a morte per una donna disabile. Teresa Lewis ha quarant'anni e soffre di gravi problemi mentali. Nel 2003 è stata mandata alla sedia elettrica con l'accusa di aver organizzato il duplice omicidio di marito e figlio adottivo per incassare i soldi dell'assicurazione, trecentocinquantamila dollari. La difesa sostiene che la verità è stata alterata: non sarebbe vero che sia stata la Lewis a pagare due uomini per compiere l'assassinio. Mentre entrambi gli uomini sono stati condannati all'ergastolo, la donna è stata condannata alla pena di morte. L'unico modo per salvare la vita della donna è una concessione di grazia all'ultimo minuto da parte del governatore della Virginia, il repubblicano Bob Mc Donnel. 

Tre diversi psicologi hanno anche testimoniato che la donna non è capace di eseguire nemmeno le attività più semplici senza l'aiuto di altri. In una lettera del 2003, Shallenberger ammette di aver manipolato Lewis perché sperava d'intascare i soldi dell'assicurazione. Ma Shallenberger si è suicidato in prigione nel 2006 e gli avvocati della Lewis non hanno potuto ancora citare la lettera in tribunale. Il comportamento della donna in prigione è stato finora esemplare e, James Rocap, avvocato della Lewis, spera che questo sarà tenuto in considerazione dal governatore della Virginia, Bob McDonnell, quando dovrà considerare se concedere o meno la grazia alla donna.

Perchè mentre attorno alla vicenda di Sakineh si è realizzata una vasta mobilitazione, la storia di Teresa Lewis - che potrebbe presto essere la prima donna condannata a morte in Virginia dopo quasi un secolo, nonostante i suoi gravi problemi mentali - è stata confinata in sordina fra i tanti appelli contro la pena di morte negli Stati Uniti ? 

Perchè si ha paura di alzare la voce contro la pena di morte, anche negli Stati Uniti, che si definiscono una grande democrazia ed esportano la democrazia con le guerre?

Non è di poco conto, poi,rilevare che nei confronti di Teresa Lewis c’è anche una palese violazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.

Ma non c’è bisogno di cercare solidarietà facendo leva sulla disabilità mentale, vero ?

È solo un'aggravante cinica e spietata !!!

Se pensi che il silenzio stampa sulla condanna a morte della statunitense Teresa Lewis sia vergognoso

LEGGI E FIRMA L'APPELLO SU AMNESTY INTERNATIONAL !

 

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