L’italiana Pizzarotti s.p.a. lavora al tracciato dell’alta velocità israeliana. Attraversa i territori palestinesi occupati, violando i diritti sanciti negli accordi

21.02.2011 17:05
Da Gerusalemme a Tel Aviv in 28 minuti, contro i novanta di oggi. E’ la promessa della Tav, la linea ad alta velocità che il governo Israeliano inaugurerà entro il 2016. Chi salirà su uno dei tre treni in partenza ogni ora attraverserà le terre palestinesi, confiscate per la realizzazione di uno dei più grandi progetti che Israele abbia intrapreso negli ultimi dieci anni. Sfrecciando a 200 chilometri orari, dai finestrini scorgerà gli olivi dei villaggi palestinesi di Beit Surik e Beit Iksa, nella West Bank occupata. Ettari sottratti violando il diritto internazionale, che prevede che la forza occupante può utilizzare i territori occupati esclusivamente per motivi di sicurezza e militari, o a vantaggio della popolazione dell'area occupata. I lavori sono già partiti. Le ruspe scavano da anni. Tolgono zolle di terra, sradicano olivi e o rti.

 
Non sentono le grida della popolazione. I primi cantieri sono stati aperti nel 2005. Oggi a trarre guadagno dal progetto nei territori occupati c'è anche l'Impresa Pizzarotti & C. spa di Parma, che insieme alla Ojsc Mosca Metrostroy, società di proprietà della Federazione russa, è stata reclutata dal governo israeliano per scavare in territorio cisgiordano, proprio di fronte ai villaggi palestinesi, il tunnel più lungo del Paese. Pizzarotti passa così dalla realizzazione del tratto Milano-Bologna della Tav italiana alla Palestina. In origine il contratto per la costruzione di questa parte di linea era stato aggiudicato, nell'ottobre del 2007, all'impresa israeliana Shapir in partnership con l'austriaca Alpine Bau. Un contratto da oltre 2 miliardi di Nis (circa 420 milioni di curo). La costruzione, però, è stata ferma per anni a causa delle obiezioni insistenti di associazioni ambientaliste israeliane.
Nel frattempo la Alpine ha fatto retromarcia, lasciando spazio all'italiana Pizzarotti che nei prossimi mesi porterà le macchine di tunnel boring, non in uso in Israele, per perforare la terra occupata.
 
A lanciare l'allarme è un'organizzazione non governativa israeliana, Coalition of women for peace (coalitionofwomen.org), che ha stilato un dettagliato rapporto sul progetto dal titolo "Una nuova linea ferroviaria israeliana nell'area occupata della West Bank. Chi trae profitto dall'occupazione". Secondo il documento, presentato anche a Roma, il 18 dicembre scorso, alla presenza di Tamara Traubmann della Coalizione delle donne per la pace, di Mahdi Aljmal del Comune di Beit Surik e di Luisa Morgantini (già vice presidente del Parlamento europeo), vi sono complicità e responsabilità delle aziende internazionali nelle violazioni dei diritti umani commesse da Israele per la realizzazione della Tav. I palestinesi non avranno alcun accesso al treno, non ci sono in progetto stazioni per loro e non si tratta nemmeno di un progetto militare "perciò -spiega Daliut Baum di Coalition of women for peace- non c'è alcuna giustificazione perché questo progetto possa coinvolgere i Territori palestinesi occupati".
In ventotto pagine l'ong israeliana mette a nudo i reali interessi del progetto. Le aziende coinvolte, contattate due mesi prima della pubblicazione del report, non hanno mai risposto. "Le aree palestinesi di Yalu, Bet Surik e Bet Iksa -cita il dossier- sono utilizzate sia per il percorso del treno sia per una rete di strade d'accesso che porta alla costruzione dei siti. I proprietari dei terreni non sono stati adeguatamente informati, e la confisca delle terre non ha seguito le procedure previste dalla legge israeliana. Tutti i ricorsi presentati sono stati respinti.
 
Un'altra questione riguarda l'utilizzo dei materiali frutto dei carotaggi e degli scavi. Si stima che solo per il primo tunnel saranno estratti dal suolo palestinese 530mila metri cubi di materiale. Altri 515mila mc arriveranno dalle altre due gallerie che attraversano la West Bank. Il diritto internazionale vieta esplicitamente lo sfruttamento delle risorse naturali che sono occupate". Questo vale anche se i materiali vengono utilizzati in Israele o nel caso in cui siano adoperati nella costruzione delle colonie in territorio palestinese, come suggerito dagli stessi pianificatori del progetto.
Che fine farà il materiale estratto dalla Pizzarotti? A prendere posizione contro la scelta dell'impresa di Parma è scesa in campo anche la Federazione italiana lavoratori legno edili e affini (Fillea) della Cgil, e il Dipartimento internazionale della stessa Confederazione. Walter Sch iavella, segretario generale della Fillea, a inizio dicembre ha scritto una lettera a Paolo Pizzarotti, presidente del cda dell'azienda, invitandolo "a riconsiderare la partecipazione al progetto, dal momento in cui questo viola i diritti umani fondamentali e le risoluzioni delle Nazioni Unite, mettendo a rischio l'immagine e la credibilità del gruppo". "La nostra organizzazione è contraria ad ogni forma di boicottaggio -scrive Schiavella nella lettera-, ma non può rinunciare a difendere i principi e i valori fissati dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dalle Convenzioni e Risoluzioni che ne sono scaturite. Tali principi e valori sono stati assunti dal consiglio d'amministrazione della sua società nel proprio codice etico, e sarebbero violati in modo esplicito e incontestabile nel caso di coinvolgimento nei lavori di costruzione del nuovo tracciato, attraverso la società Shapir Pizzarotti Raylways (Spr), della cui proprietà la Pizzarotti spa detiene il 50%". Interpellato a un mese esatto dalla data della missiva, il segretario generale della Fillea conferma di non avere avuto alcuna risposta da Pizzarotti: "Non mi risulta che ci abbiano scritto. Abbiamo contatti quotidiani con l'impresa di Parma -spiega Schiavella, seriamente preoccupato per la vicenda-, ma non abbiamo avuto alcun responso ufficiale. È chiaro che dal punto di vista giuridico la Pizzarotti ha una committenza e degli obblighi. Ma la questione è etica. Ecco perché abbiamo voluto prendere una posizione".
 
Intanto in Palestina il cantiere resta aperto. Il progetto è stato diviso in quattro sezioni: di queste, una è stata completata e nelle altre tre i lavori sono iniziati. Ad alzare la voce è soprattutto la comunità di Beit Surik, che perderà il 31% delle sue terre. Il passaggio della linea ferroviaria taglierà l'accesso ai campi "in nome della sicurezza". Un centinaio di famiglie hanno il cappio al collo. Nell'agosto 2010 hanno scritto una lettera ai responsabili del progetto, per chiedere che il tracciato venga modificato, com'è già accaduto dopo la protesta dei coloni israeliano insediati a Mevaseret Sion nel 2005. Nulla da fare: a Beit Iksa l'area confiscata per aprire il cantiere è stata resa inaccessibile ai veicoli, e i contadini che vogliono raggiungere gli oliveti lo possono fare solo con gli asini o a piedi. I residenti temono che una volta realizzata la Tav non potranno più entrare in quel territorio nemmeno a piedi, sempre per "ragioni di sicurezza". Per i 4mila abitanti di questo villaggio la vita è già stata resa insopportabile dalla costruzione del muro di separazione. Chi aveva un'occupazione a Gerusalemme non ha più potuto raggiungere la città. Il 30% della popolazione vive di agricoltura: si coltivano prugne, olive, pomodori e cetrioli. Gran parte della terra, però, è già stata sottratta dalla recinzione costruita per il cantiere.
 
Hashem Hababa insegna matematica nel villaggio di Beit Iksa. Mentre stava raccogliendo le olive nella sua terra è stato avvicinato da una jeep dell'esercito. I soldati gli hanno puntato una pistola addosso e gli hanno detto che avrebbero sparato se non tornava al villaggio. Le sue 5 dunams (1,2 ettari) sono già state confiscate. "Nel giugno 2010 l'unica strada di Beit Iksa per il checkpoint di Ramot è stata chiusa senza preavviso -scrivono nel report le Donne per la pace-. L'unico accesso al paese oggi è attraverso un posto di blocco militare speciale. Nel mese di luglio persino i camion che trasportano rifornimenti per il villaggio non sono potuti passare".
Ma chi trae profitto dall'occupazione e dalla Tav?
Il rapporto di Coalition of women for peace ha individuato tutte le aziende internazionali coinvolte: la Deutsche Bahn e la già citata Mosca Metr ostoy, ma anche la Haerter HBI. Amy Metom Engineers and Consultants, società privata israeliana, è stata incaricata da Ferrovie israeliane di pianificare l'intero percorso. DB Internazional, del gruppo Deutsche Bahn, che appartiene al governo tedesco, ha stipulato un contratto di 550 milioni di dollari per un progetto di elettrificazione da realizzare entro il 2013. L'americana Parsons Brinckerhoff ha fornito al ministero israeliano una consulenza sulla gestione dei servizi finanziari. Di ventilazione delle gallerie si è occupata per Amy Metom nel 2006 anche HBI Haerter, società di ingegneria svizzera. A.B. Piano, società privata israeliana, è stata contrattata dal ministero dei Trasporti per verificare la fattibilità economica della linea ferroviaria. A fornire la supervisione di garanzia e controllo di qualità per la Spr di Pizzarotti è la ditta privata israeliana Yugan Engineering.
Del coinvolgimento dell'azienda italiana nella costruzione della ferrovia ad alta velocità Gerusalemme-Tel Aviv si è occupata anche la Sessione internazionale del Tribunale Russell, che si è svolta dal 20 al 22 novembre scorso a Londra grazie a Luisa Morgantini.
A Bologna, intanto, il 5 gennaio il movimento Bds, boicottaggio disinvestimenti e sanzioni, ha discusso possibili azioni di pressione su Pizzarotti.

  

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