L’ex pm Di Pietro solo adesso dice di aver saputo prima dell’eccidio dell’allarme per lui e Borsellino. Ma in aula ai giudici di Caltanissetta nel 1999 ha dichiarato il contrario. Qual è la verità?

19.08.2010 17:47

Le foto imbarazzanti con lo 007 Bruno Contrada e con agenti dei servizi segreti americani sono niente a confronto delle panzane confezionate intorno all’attentato che la mafia stava preparando per lui e per Paolo Borsellino. Perché delle due l’una: o Antonio Di Pietro non ha detto la verità durante la puntata di Annozero dell’8 ottobre 2009 oppure ha omesso di riferirla ai giudici del processo Borsellino Ter che gli hanno chiesto ripetutamente conto dei suoi rapporti col giudice ucciso in via D’Amelio.

Le due versioni, infatti, non solo fanno a cazzotti ma alimentano ulteriori interrogativi rispetto a quelli già sollevati.

Del tipo: perché Tonino se ne esce in diretta tv con la storia che «prima» della strage del 19 luglio 1992 un’informativa del Ros riferiva di un progetto di attentato nei confronti suoi e di Borsellino, e che solo lui «prima» venne avvertito e allontanato in tempo dall’Italia mentre Borsellino fu lasciato a Palermo dove andò rapidamente incontro alla morte?

Perché ha aspettato 17 anni per dirlo?

Perché non pensò lui ad avvertire il magistrato palermitano, posto che a quel tempo i rapporti fra i due, per ammissione dello stesso Tonino, erano frequenti?

E perché agli inquirenti e ai giudici dei tanti processi sulle stragi l’ex pm di Mani pulite non ha mai sentito il bisogno di approfondire i motivi che spinsero lo Stato a spedirlo di corsa in Costarica con un passaporto falso mentre a Borsellino l’sos lo spedirono per posta recapitandoglielo quand’era passato ad altra vita?

 

LA RIVELAZIONE IN TV
Solo oggi, recuperando l’interrogatorio (inedito) reso da Antonio Di Pietro il 21 aprile 1999 a Caltanissetta, la grande bugia vede la luce.

Partiamo però dalla fine, da quel che Tonino ha rivelato a Michele Santoro.

Dice Di Pietro: «Una cosa che nessuno sa. Io ricevetti, a suo tempo, una nota del Ros in cui si diceva che il terzo ero io. Io fui mandato fuori dall’Italia con un nome diverso da quello mio e con un passaporto di copertura perché mi volevano far fuori. Vi dico anche come mi chiamavo (ride). Nessuno vuole sapere come mi chiamavo?».

E pochi secondi dopo: «C’era una (nota, ndr) riservata del Ros che arrivò a me due giorni prima (…). Ricordo che la riservata del Ros diceva che Borsellino e Di Pietro devono essere fatti fuori, io vengo avvertito tant’è che successivamente a me viene dato un passaporto di copertura, ora lo rivelo, a nome Marco Canale e io e mia moglie ce ne andiamo in Costarica (…)».

Il botto finale è dietro l’angolo: «Borsellino doveva sapere prima quel che stava succedendo perché c’era un’informativa del Ros che aveva avvertito quello che stava per succedere a me e a lui. Io sono stato avvertito in tempo lui evidentemente no, oppure non sono andati a vedere sotto casa della madre» in via D’Amelio.
Questo il Di Pietro del 2009 che aveva saputo dell’allarme attentato «prima» della bomba al giudice.

Questo che segue, invece, è il botta e risposta del 21 aprile 1999, durante l’udienza del processo Borsellino Ter a Caltanissetta, fra l’avvocato Sorrentino e Di Pietro che seppe dell’allarme attentato «dopo» la bomba in via d’Amelio. 

SMENTITA SOTTO GIURAMENTO

 

Avvocato: «Lei riceve o conosce un’informativa dei Ros concernente un presunto e poi purtroppo invece verificatosi, almeno in un caso, attentato nei confronti suoi e di Borsellino e riceve questa informativa, così lei ha detto, l’indomani della strage di via D’Amelio».

Di Pietro: «Io l’ho saputo credo il giorno dopo, sì».

Avv. «Ma datata precedentemente».

ADP: «Che era sicuramente arrivata prima. Sono io che l’ho saputo un paio di giorni dopo. Sicuramente l’informativa l’avevano fatta prima, insomma» (…).

Avv: «Ma vi poneste la domanda come mai Borsellino credo che la riceveva, o chi per lui, non so, Borsellino la riceve, è inviata a Palermo prima temporalmente e poi successivamente a lei, perché?».

ADP: «(…) Io personalmente ho conosciuto dell’esistenza di questa (informativa, ndr) un paio di giorni dopo, come adesso mi capita di leggere la (posta) ecco, però non so quando è arrivata. Io personalmente… ho letto quel fatto dopo che già era morto Borsellino. Ecco, io l’ho letto dopo che era morto Borsellino. Questo è il concetto di fondo. Mi ricordo che ero rimasto disturbato, perché, insomma, fa impressione vedere... leggere quello dopo... ».

Anche un altro avvocato, Mimma Tamburello, parte civile per gli agenti di scorta a Borsellino uccisi in via d’Amelio, insiste sul punto.

Avv: «Ma vi siete mai chiesti allora coma mai lei l’ha ricevuta un giorno dopo? Si è chiesto se l’aveva ricevuta il dottore Borsellino?».

ADP: «No, non è che mi sono chiesto, no. Ormai era già successo, a chi lo domandavo? Ripeto… ripeto… non vorrei… non so se l’ho ricevuta… io ho avuto modo di apprendere il giorno dopo, però magari stava in ufficio e non so, è arrivata in procura e non è arrivata a me. Io mi ricordo che ho avuto modo di leggerla il giorno dopo. No il giorno dopo, un giorno o due giorni dopo, insomma, adesso… subito dopo».

Avv: «E non sa se Borsellino l’avesse ricevuta».

ADP: «No, non lo so». 

 

IL VIAGGIO IN COSTARICA 
Obbligato, per legge, a dire la verità, in aula il «testimone» Antonio Di Pietro in oltre dieci occasioni ribadisce d’aver saputo dopo, e non prima dell’attentato in via d’Amelio, del progetto stragista di Cosa nostra. Di Pietro non fa alcun riferimento nemmeno al viaggio in Costarica, nulla sul passaporto falso. Nel 2010, come visto, rivela l’esatto contrario. Perché?

E perché, sempre sotto giuramento, afferma (pagina 95 della trascrizione) che «nello stesso periodo in cui io dialogavo con Borsellino» sul tema degli appalti e delle infiltrazioni mafiose «Borsellino dialogava con Fabio Salamone», futuro pm di Brescia che poi indagherà proprio su Tonino, e fratello di quel Filippo Salamone, imprenditore considerato vicino alle cosche, condannato per 416 bis, di cui a Di Pietro riferì in tempi non sospetti il pentito geometra Giuseppe Li Pera?

«A me lo ha riferito Elio Veltri - ha proseguito Tonino - che a sua volta glielo avrebbe riferito la moglie di Borsellino. Allorché cominciai ad occuparmi di comprendere cosa era successo, perché una serie di ragioni che mi stavano accadendo… cercai di capire che collegamenti potessero esserci… che ci azzeccava con Mani pulite, Filippo Salamone ma che per me, quando lo individuai, lo sottovalutai al punto che quando me ne parlò Li Pera lo lasciai così, di residuo… ». 

L’ASSE BORSELLINO-SALAMONE

Incalzato dall’avvocato Sorrentino in riferimento alla rivelazione sui rapporti Borsellino-Salamone, Di Pietro balbetta. Aggiusta. Precisa: «Io ho detto... ho detto... che successivamente ho appreso, tra le tante cose, ritengo dall’onorevole Veltri, ma non ricordo, che pochi giorni prima della morte di Borsellino fu Fabio Salamone che si recò da Borsellino. Ma magari sono andati a prendere un caffè, quindi… sennò… poi passiamo alla fase delle (illazioni)... poi... non possiamo permettercelo».

Veltri smentisce tutto: «Mai detto niente del genere ad Antonio, mai. Una balla colossale. Mai avrei potuto frequentare la famiglia Borsellino, come ho invece fatto per anni, sapendo che Paolo aveva rapporti con Fabio Salamone, con il quale ho avuto scambi d’accuse violentissime ai tempi del caso Di Pietro a Brescia. Non capisco come Di Pietro possa aver detto una cosa del genere in udienza».

Così com’è incomprensibile l’aver riferito, sempre in aula, di non aver mai avuto a che fare con Vito Ciancimino fra il ’92 e il ’93, posto che proprio nel ’93 - secondo quanto riferito dal capitano Giuseppe De Donno in risposta alle amnesie di Tonino nel mezzo delle polemiche sulla cosiddette «trattativa» - insieme interrogarono nel carcere di Rebibbia l’ex sindaco mafioso di Palermo.

I DUE POOL A CASA BORRELLI
L’interrogatorio di Di Pietro andrebbe pubblicato a puntate.

Perché ricco di spunti interessanti, come la decisione di vedersi coi colleghi palermitani non in procura ma a cena, a casa di Borrelli, per concordare una strategia comune sul fronte delle inchieste sugli appalti.

«Facemmo una cena a casa di Borrelli, credo nella primavera del ’93, partecipò il pool di Mani pulite e il costituendo pool di Palermo. C’erano Caselli, Scarpinato, Ingroia. Ci incontrammo lì per stare più tranquilli, per non far(ci) vedere al palazzo di giustizia. Adesso se ne può parlare perché è storia passata. Qual era lo scopo? Vedere come poter organizzare il lavoro insieme».

 

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