Inchiesta sul clan calabrese dei Pellegrino a Bordighera

02.07.2010 14:05

Il 2 luglio l’assessore al bilancio del Comune di Bordighera Giulio Viale (Lega Nord) ha rassegnato le proprie dimissioni dopo la notizia dell’invio al prefetto di Imperia, Francesco Paolo Di Menna, di un’informativa dei carabinieri su possibili infiltrazioni e condizionamenti di tipo mafioso. Viale ha rassegnato le dimissioni alla segreteria nazionale del partito, che dovrà vagliarle. «Se la notizia è confermata, rinnovo la richiesta di dimissioni: chiedo alla segreteria nazionale di lasciare la giunta, perché ritengo conclusa la mia attività», ha dichiarato l’assessore leghista.
Le dimissioni di Viale saranno discusse lunedì sera, coinvolgendo i vertici nazionali del partito: «Se mi danno libertà di scelta - ribadisce Viale - martedì mi dimetto».

Ma anche il consigliere incaricato alle manifestazioni, Alessandro Panetta (Pdl), ha annunciato di voler abbandonare il suo incarico all’interno dell’amministrazione comunale. Panetta è il primo esponente del PdL a voler abbandonare il governo cittadino con a capo il sindaco Giovanni Bosio.

L’informativa inviata dai carabinieri del comando provinciale al prefetto Di Menna è giunta al termine delle indagini che hanno portato agli arresti di otto persone a Bordighera, alcune di queste considerate «contigue» alla `ndrangheta.

Secondo le dichiarazioni di alcuni assessori comunali, alcuni degli arrestati avrebbero esercitato pressioni sul sindaco e su altri assessori per ottenere l’apertura di una sala giochi ed altri favori. Sara´ ora compito del prefetto di Imperia valutare se in base a quanto emerso dalle indagini «ricorrano elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o su forme di condizionamento degli stessi amministratori, che compromettono la libera determinazione degli organi elettivi e il buon andamento delle amministrazioni comunali o il regolare funzionamento dei servizi a questi affidati».

Di Menna, che non ha ancora preso una decisione in merito, tra le varie ipotesi disponibili, potrebbe nominare una commissione composta da tre funzionari della pubblica amministrazione per ulteriori accertamenti.

Di spalle, i due fratelli Pellegrino col sindaco di Bordighera, Giovanni Bosio: uno stringe la mano a Chicco Iacobucci (Pdl); sullo sfondo, a destra, l’assessore leghista Giulio Viale

CRONISTORIA

30 giugno 2010
Una scarcerazione, due arresti domiciliari e per gli altri cinque indagati, misure cautelari confermate. Queste le decisioni assunte ieri mattina dal tribunale del riesame di Genova, chiamato a pronunciarsi sui ricorsi presentati dalla difesa contro le ordinanze chieste e ottenute due settimane fa dal procuratore di Sanremo Roberto Cavallone nell’ambito dell’inchiesta volta a fare luce sulle presunte minacce ricevute da due assessori comunali di Bordighera, su un episodio di estorsione e sui due locali a luci rosse dove i titolari avrebbero gestito un giro di giovani lucciole

Per quanto riguarda Roberto Pellegrino, accusato di resistenza a pubblico ufficiale, i giudici del riesame hanno annullato l’ordinanza e disposto l’immediata remissione in libertà dell’indagato. Evidentemente è stata accolta la tesi dell’avvocato Marco Bosio, ovvero che lo schiaffo con il quale nella primavera del 2009 Roberto Pellegrino aveva colpito un poliziotto durante l’esecuzione di una misura cautelare per traffico d’armi «non può configurare in alcun modo il reato di resistenza in quanto - ha sostenuto il legale - Pellegrino non voleva sottrarsi all’arresto. La sua era stata una reazione da ricondurre a vecchie ruggini, a questioni personali con quell’agente di polizia».


Non hanno avuto successo, invece, i ricorsi presentati, sempre da Bosio, sulle posizioni degli altri due fratelli Pellegrino, Giovanni e Maurizio, di Francesco Barilaro e di Rocco De Marte. I giudici genovesi, facendo proprie le motivazioni illustrate dal procuratore Cavallone, hanno rigettato le impugnazioni confermando le esigenze cautelari in relazione ai gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati e al pericolo di inquinamento delle prove e di reiterazione dei reati. Infine, con un provvedimento a parte, il riesame ha concesso i domiciliari a Teodoro Valente e allo zio Domenico, entrambi difesi dall’avvocato sanremese Bruno Di Giovanni. Pur ritenendo fondati gli indizi di colpevolezza a carico dei due, così come la necessità di preservare l’inchiesta da eventuali tentativi di inquinamento probatorio, i giudici hanno ritenuto sufficiente la misura domiciliare, accogliendo la richiesta di Di Giovanni. Il quale, nel motivare l’istanza di un provvedimento cautelare meno afflittivo, ha fatto leva «sull’incensuratezza di Teodoro Valente» e sulla circostanza «che i precedenti a carico dello zio risalgono a quasi trent’anni fa». Non solo. I giudici avrebbero rigettato la teoria della procura secondo la quale ci sarebbe stato un collegamento organico tra il club a luci rosse di Bordighera e quello di Sanremo (Grotta del drago), gestito dai Pellegrino.

In ogni caso, fatta eccezione per la posizione di Roberto Pellegrino, le decisioni del riesame rappresentano un punto a favore degli inquirenti sanremesi. Nel complesso, il quadro accusatorio ha retto. In particolare, ha superato brillantemente la prova-riesame relativa alle minacce rivolte ai due assessori Sferrazza e Ingenito: fondati i gravi indizi di colpevolezza a carico di Giovanni Pellegrino e Francesco Barilaro. Per i giudici genovesi non si trattò di semplici richieste di spiegazione su una pratica amministrativa, ma di vere e proprie pressioni volte a condizionare l’orientamento e le decisioni del Comune.

25 giugno 2010
Nelle due ville dei fratelli Pellegrino, sulla collina di Monte Nero, i carabinieri non hanno trovato ciò che andavano cercando: armi e droga. Tuttavia, sono riusciti a scoprire il caveau segreto realizzato - evidentemente - per nascondere qualcosa. Localizzarlo non è stato facile. Anzi, stando alle indiscrezioni trapelate ieri, ci sarebbero arrivati quando la perquisizione stava ormai volgendo al termine, dopo che militari e finanzieri avevano già passato al setaccio tutti i locali, compresa la tavernetta arricchita da preziose etichette internazionali, e scavato buche su buona parte del prato all’inglese che circonda le due case con vista mozzafiato, gli investigatori si sono soffermati davanti a un armadio di una delle camere da letto.


Un mobile di grosse dimensioni e costruito a misura. Era chiuso , hanno chiesto le chiavi. Ma dentro non c’era nulla di sospetto: maglie, giacche, pantaloni. Poi, richiudendolo, un carabiniere ha notato che il pesante mobile poggiava su quattro rotelle. Strano: non aveva mai visto un armadio trasportabile di quelle dimensioni. E’ stato chiamato un familiare dei Pellegrino, cui sono state chieste alcune delucidazioni tecniche. La reazione imbarazzata dell’uomo ha ulteriormente insospettito i militari. Hanno pensato a un meccanismo elettrico, quindi è iniziata la caccia alla centralina e al telecomando. Ma i familiari di Pellegrino hanno negato di esserne al corrente, senza per altro essere in grado di giustificare la presenza delle rotelle. A quel punto i carabinieri hanno adottato la linea dura. E una volta impugnati mazze e piccone, hanno letteralmente distrutto la parete interna dell’armadio. Dieci minuti di “lavoro” per scoprire che dietro al mobile si trovava un caveau blindato: poco meno di tre metri quadrati di superficie e alle pareti delle mensole di legno. Sulle quali, però, non era riposto nulla. Un po’ di delusione, ma anche la conferma che i Pellegrino, in caso di necessità, si erano attrezzati nel modo migliore, con un dispositivo degno di un poliziesco americano.

In ogni caso, caveau a parte, martedì mattina gli investigatori della procura non hanno lasciato la collina di Monte Nero a mani vuote. Sarebbe stata acquisita documentazione contabile e societaria giudicata molto interessante. In particolare, carabinieri e finanza avrebbero sequestrato atti relativi a una società francese riconducibile ai Pellegrino e a una serie di conti correnti. Inoltre, sempre nel corso della perquisizione, è stata controllata una sorta di saletta regia dalla quale vengono gestite le numerose telecamere (pare almeno otto) a circuito chiuso collocate nei pressi del cancello d’ingresso, lungo il vialetto che attraversa il parco, sul perimetro delle villette e su quello del parco. Una di queste, curiosamente, è puntata su una piazzola dell’autostrada, che confina direttamente con la proprietà degli imprenditori calabresi.

23 giugno 2010
A dieci giorni di distanza dal blitz che ha portato all’arresto di Giovanni, Roberto e Maurizio Pellegrino, e di altre cinque persone accusate, a vario titolo, di estorsione, minacce, resistenza a pubblico ufficiale e sfruttamento della prostituzione, ieri mattina i carabinieri sono tornati in azione con una raffica di perquisizioni a caccia di armi e droga

Su mandato del procuratore Roberto Cavallone, i militari hanno effettuato una lunga serie di perquisizioni che ha interessato la villa della famiglia Pellegrino, sulle alture di Bordighera, e alcuni terreni di proprietà o comunque nella disponibilità degli imprenditori di origine calabrese. L’iniziativa, cui hanno preso parte sia gli uomini della sezione di pg della procura, che i colleghi del reparto operativo di Imperia, era finalizzata al rinvenimento di armi e stupefacenti. Sono stati utilizzati due metal-detector e un’unità cinofila antidroga, ma stando a quanto trapelato nel tardo pomeriggio, le ispezioni avrebbero avuto esito negativo malgrado l’imponente spiegamento di forze e la capillarità delle verifiche. Sia all’interno delle due villette, che nel parco in località Monte Nero, le apparecchiature non avrebbero rilevato alcuna presenza sospetta. Stesso risultato nella zona dove i Pellegrino sono proprietari di due appezzamenti di terreno.

Nel corso dei controlli pare sia stata sequestrata documentazione contabile e la copia di alcuni contratti d’appalto. E sempre a proposito di appalti, nei giorni scorsi i militari avrebbero acquisito a Palazzo Garnier le delibere attraverso le quali negli ultimi anni il Comune ha affidato all’impresa Pellegrino una serie di incarichi. Va detto, però, che stando agli atti che vanno a costituire l’ordinanza cautelare chiesta e ottenuta da Cavallone, la ditta dei Pellegrino - tra le più importanti a livello regionale nel settore del movimento terra - non risulta coinvolta nelle indagini. Lo aveva già sottolineato la settimana scorsa il legale dei Pellegrino, Marco Bosio: «L’impresa è assolutamente estranea ai fatti».

I carabinieri avrebbero operato perquisizioni anche a carico di altri personaggi coinvolti nell’inchiesta, tra i quali figurano Francesco Barilaro, Rocco De Marte, Domenico e Teodoro Valente, e Francesco Valenti. In questo caso le notizie sono ancora più scarse e quelle poche non hanno trovato alcun tipo di conferma. L’impressione che se ne ricava è che l’iniziativa di ieri rientri, sia pure in parte, in una più ampia strategia investigativa volta a tenere alta la pressione su tutti gli indagati.

Intanto, venerdì, a Genova, davanti ai giudici del tribunale del riesame, è in programma la discussione dei ricorsi presentati dall’avvocato Bosio e dagli altri legali del collegio difensivo, contro le ordinanze della procura. Nelle istanze si chiede l’annullamento dei provvedimenti firmati dal gip Grazia Leopardi e di conseguenza la remissione in libertà di tutti gli indagati. In subordine, la concessione degli arresti domiciliari. Bosio e i suoi colleghi sostengono l’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine a tutti i reati contestati, analogamente ai presupposti cautelari: pericolo di fuga e inquinamento delle prove. Il procuratore Cavallone sarà presente all’udienza per chiederà, anche sulla base di nuove risultanze investigative, la conferma delle ordinanze

 

 

 

 

 

 

 

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