IMPREGILO A POGGIOREALE

13.02.2011 11:11

Lontano da telecamere e taccuini si svolge a Napoli il processo contro l’impresa che ha gestito il ciclo dei rifiuti. E causato, per l’accusa, l’emergenza.

 

Le udienze durano da 4 anni. Nel 2012 arriverà la prescrizione

 

 

Panama, 29 dicembre 2009. Durante un pranzo tra l’ambasciatore americano e Juan Carlos Varela, vicepresidente di Panama, si parla dei lavori di allargamento del Canale. «Il progetto di espansione del Canale è un disastro», dice Varela. Le imprese che stanno lavorando al progetto sono in gravi difficoltà finanziarie e il governo del Paese centroamericano ha forti dubbi che completino l’opera. «In due o tre anni è ovvio che questo sarà tutto un fallimento». Pochi giorni dopo, Varela commenta così l’esito della gara d’appalto: «Quando uno degli offerenti fa un offerta che è un miliardo di dollari al di sotto del concorrente, allora c’è davvero qualcosa che non va. Naturalmente spero per il meglio ma ho paura che l’amministratore del Canale abbia commesso un grave errore». A rivelare queste dichiarazioni è un cablogramma pubblicato da WikiLeaks nel dicembre 2010. Una delle due imprese interessate è una leader nel settore delle costruzioni: la multinazionale Impregilo, nata in Italia, in seno al gruppo Fiat. Una gara, quella per il canale che divide Nord e Sud America, vinta con un’offerta bassissima. Per chi conosce la storia di Impregilo e la vicenda dei rifiuti in Campania, la notizia diffusa dal sito di Julian Assange non ha nulla di nuovo. Sembra piuttosto un déjà vu.

 

Siamo nel 1998: in Campania, durante la gestione emergenziale dei rifiuti del commissario Antonio Rastrelli, una Ati - Associazione temporanea d’impresa - avente come mandataria la Fisia Italimpianti, vince la gara per la realizzazione e la gestione degli impianti per la chiusura del ciclo dei rifiuti.

La Ati presenta un’offerta con un prezzo molto più basso rispetto alle concorrenti. Due anni dopo, durante il commissariato di Antonio Bassolino, la Ati firma il contratto con il Commissariato di governo creando due società, la Fibe e la Fibe Campania, per la realizzazione e la gestione degli impianti di produzione di combustibile derivato dai rifiuti (Cdr) e di incenerimento del Cdr con «resa energetica». Le due imprese fanno capo a un’unica società: la Impregilo. Inizia così la lunga odissea dei rifiuti in Campania di cui nemmeno oggi, tredici anni dopo, si riesce a intravedere la fine. Un’odissea fatta di commissari straordinari, leggi speciali in deroga a interi settori della normativa italiana e comunitaria, interventi militari e disastri ambientali provocati dalle discariche fuori norma realizzate sotto l’egida della Protezione civile. Un disastro che ha generato numerose indagini e filoni di inchiesta. Uno dei quali si è tramutato in un processo che vede sotto accusa per truffa ai danni dello Stato, frode in pubbliche forniture, falso e abuso d’ufficio gli ex vertici di Impregilo e del commissariato. Il processo, iniziato nel 2008, è ancora fermo al primo grado. Nel 2012 giungerà la prescrizione.

 

Si tratta del “Processo Romiti”, le cui udienze si tengono nell’aula bunker del carcere di Poggioreale. Col divieto di essere registrate e filmate: ai giornalisti e ai cittadini viene concesso unicamente di prendere appunti con carta e penna, e non è consentito nemmeno introdurre telefoni cellulari. Eppure è un processo di rilevanza nazionale. È lo stesso dibattimento a rivelarlo: durante le udienze, l’ingegner Paolo Rabitti, consulente della Procura di Napoli, ha menzionato una lettera inviata durante il bando di gara, nell’ottobre del 1998, dall’allora direttore generale dell’Associazione bancaria italianaGiuseppe Zadra, al commissario straordinarioAntonio Rastrelli. Nella lettera si evidenzia l’interesse di alcune banche a finanziare, col sistema del project financing, la realizzazione degli impianti campani. Ma con precise raccomandazioni: occorre che il contributo pubblico per l’incenerimento dei rifiuti (Cip6) sia esteso all’intero quantitativo di Cdr da bruciare. E, per evitare di produrne troppo poco, occorre stabilire una quantità minima di rifiuti da conferire agli impianti con l’introduzione di una penale per i Comuni che, magari organizzando la raccolta differenziata, conferissero una minore quantità di rifiuti. Inoltre, raccomanda Zadra, bisogna garantire la possibilità di conservare le balle di Cdr prodotte dagli impianti fino all’entrata in funzione dell’inceneritore in modo da assicurare al gestore gli introiti derivanti dai finanziamenti pubblici per la vendita dell’energia elettrica prodotta. La ragione di questo interesse delle banche viene spiegata chiaramente nella lettera: la gara prevista in Campania aveva una rilevanza nazionale, era la prima in Italia nel settore dei rifiuti e quindi avrebbe fornito un modello per i successivi bandi in tutte le altre Regioni. Le richieste di Zadra andavano esattamente nella direzione opposta delle raccomandazioni avanzate dal ministero dell’Interno, con un’ordinanza del marzo del 1998: limitare i finanziamenti solo alla metà del Cdr da bruciare in modo da non pregiudicare la raccolta differenziata; e non conservare il Cdr prodotto durante la costruzione dell’inceneritore ma smaltirlo in impianti fuori regione a spese della società vincitrice.

 

L’esito della gara è un disastro: sebbene nel bando si rispettino i paletti dell’ordinanza del marzo 1998, le richieste di Zadra spuntano fuori durante la scrittura del contratto che prevede la possibilità di accatastare il Cdr e di ottenere il Cip 6 sull’intero quantitativo di rifiuti. Non solo: gli impianti sono dimensionati per trattare l’intero quantitativo dei rifiuti prodotti, escludendo dal novero delle possibilità che si organizzi la raccolta differenziata. Più di dieci anni dopo, nell’aula bunker di Poggioreale, gli avvocati che difendono Impregilo e le società collegate sostengono che sia stata proprio la mancanza della raccolta differenziata a mettere in crisi il sistema provocando il cattivo funzionamento degli impianti. Ma come si spiega, allora, il sovradimensionamento degli stabilimenti destinati a produrre il Cdr? Impregilo prevedeva che la differenziata non sarebbe stata realizzata? E se ne aveva previsto la mancanza, costruendo giganteschi impianti per enormi quantità di rifiuti indifferenziati, perché gli avvocati basano su questo la loro difesa?

Questo non è l’unico punto oscuro del processo in corso a Poggioreale. Resta da comprendere cosa uscisse dagli impianti di selezione e lavorazione dei rifiuti. Secondo il bando di gara, i 7 stabilimenti avrebbero dovuto produrre “compost fuori specifica” (derivante dalla parte organica dei rifiuti) e balle di Cdr (in cui dovevano finire i materiali combustibili, da bruciare nell’inceneritore di Acerra). Per essere a norma, il Cdr deve rispettare alcuni parametri, stabiliti da un decreto ministeriale (5 febbraio del 1998), riguardanti non solo potere calorifico e soglia di umidità importanti per la resa energetica ma anche limiti per la presenza di sostanze pericolose come piombo, cromo e arsenico. Ma le analisi eseguite da Fibe nei suoi laboratori a Genova per controllare la qualità del Cdr presentavano risultati diversi per lo stesso campione: nel formulario interno ai laboratori i valori di alcune sostanze pericolose superavano i limiti di soglia previsti, l’umidità era molto alta e il potere calorifero inferiore a quello stabilito. Mentre nei fogli ufficiali il Cdr risultava rispettare i parametri. Al processo di Napoli la difesa ha teso a sminuire questi dati, sostenendo sia la scarsa affidabilità dei tabulati interni ai laboratori, sia che l’inceneritore di Acerra avrebbe potuto bruciare anche materiale con caratteristiche diverse garantendo comunque la resa energetica. Nel peggiore dei casi, ha spiegato la difesa di Impregilo, per aumentare la temperatura e quindi l’energia prodotta, è possibile aggiungere pneumatici al Cdr da incenerire.

Certo, bruciare copertoni può salvare la resa energetica ma non giova alla salute umana: Bruno Agricola, un tecnico del ministero dell’Ambiente chiamato a testimoniare dall’accusa, ha spiegato che la valutazione di compatibilità ambientale per l’inceneritore aveva considerato l’uso di Cdr a norma. Cambiando la composizione del combustibile, e quindi non solo l’umidità e il potere calorifico, l’impatto ambientale dell’incenerimento sarebbe stato diverso e diverse le conseguenze sulla popolazione limitrofa. Ma da cosa deriva la cattiva qualità del Cdr prodotto nei 7 impianti di Impregilo? La tesi dell’accusa è che Fibe abbia costruito impianti diversi dal progetto del bando, allo scopo di produrre un maggior numero di balle seppur di minor qualità. La difesa attribuisce ogni responsabilità ai Comuni per la mancata raccolta differenziata, e al Commissariato di governo per non aver garantito la realizzazione degli impianti di discarica e dell’inceneritore nei tempi previsti, a causa delle proteste dei comitati territoriali. Ma a smentire Impregilo è stato Corrado Catenacci, commissario dal febbraio 2004. Il quale, davanti al giudice, ha spiegato di aver eseguito immediatamente l’ordine di sgomberare il presidio e “spazzare via” i comitati, garantendo così l’avvio dei lavori dell’inceneritore di Acerra. Che non erano iniziati prima per problemi di Impregilo con le banche finanziatrici.

Quel disastroso contratto assegnava a Impregilo la scelta dei siti su cui costruire tutti gli impianti. Eppure il luogo scelto per la realizzazione dell’inceneritore si rivelò fatale. La località indicata da Fibe si trova nel comune di Acerra e si chiama “Pantano”. Un nome che dovrebbe far riflettere. Fibe inizia i lavori, salvo dover poi apportare sostanziali modifiche in corso d’opera: scavando per realizzare la fossa in cui i camion dovevano scaricare le balle di Cdr da bruciare, era stata raggiunta la falda acquifera che aveva allagato il cantiere, costringendo a sopraelevare parte dell’impianto su una collina artificiale. Ma, hanno sostenuto gli avvocati della difesa, il ritardo nella consegna dei lavori è solo colpa dei comitati.

 

Anna Fava

Left, 4 febbraio 2011

http://www.avvenimentionline.it/ 

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