IMMIGRATI: PRIVILEGIATI NELLA GUERRA TRA NUOVI POVERI

23.08.2011 16:04

Gli italiani non sono razzisti, come potrebbero? E’ l’impianto del welfare – e in particolare l’indice ISEE – a creare disparità intollerabili e costose per la comunità. Serve una riforma immediata dell’indicatore

Di Giorgio Macchietti

In Italia, in ogni città, e nel più piccolo paese si assiste al quotidiano serpeggiare dell’insofferenza degli italiani verso gli immigrati.  I più superficiali dicono che è razzismo, alcuni etichettano come sporadico atteggiamento intollerante verso il diverso, oppure i sociologi tranquillizzano tutti dicendo che è un atteggiamento fisiologico quando l’immigrazione supera la soglia del 7% della popolazione residente.

Non convinto di queste affermazioni in questi ultimi mesi ho studiato il perché di questo crescente fenomeno silenzioso, ma altamente disgregante sotto un profilo sociale: quello del lento e inesorabile processo che vede gli immigrati sempre ai primi posti  nelle graduatorie per l’accesso ai servizi del “welfare” come, ad esempio, gli asili nido e altri servizi educativi per l’infanzia, i servizi socio-sanitari domiciliari e diurni, residenziali, le prestazioni economiche assistenziali (ad esempio, reddito di cittadinanza, minimo vitale, assistenza straordinaria), i contributi per il pagamento dei canoni di locazione (ex L. 431/1998), l’accesso alle case popolari e relative agevolazioni per il canone di locazioni in edilizia residenziale pubblica, le agevolazione per trasporto locale e servizio di scuola-bus, e via dicendo. Una situazione che sempre più vede gli italiani sentirsi “espropriati” dei loro diritti, un comune sentire di un ingiustizia vissuta quotidianamente.

Cercare cosa sta succedendo nel nostro Paese mi ha portato a studiare la genesi del perché le case popolari rispetto alla popolazione residente hanno un maggiore coefficiente  di occupazione verso l’immigrato, così come negli asili nido vi siano più bambini immigrati utilmente collocati in graduatoria, oppure vedere casi clamorosi di cronaca come ad esempio ordinanze dei sindaci che offrono mense per alunni solo per italiani. Partendo da questa situazione che è sotto gli occhi di tutti, sono arrivato al convincimento che una delle maggiori responsabilità della situazione che si è venuta a creare in Italia, quale quella di una silenziosa “guerra tra poveri”, in gran parte è dovuto al meccanismo messo in moto dall’ISEE.

Se è sacrosanto il concetto su cui si basa il sistema del welfare italiano quale quello del principio di “universalismo  selettivo” (universalismo quanto a titolarità dei diritti, selettività in base alla  condizione economica nell’offerta delle prestazioni) proposto dalla  Commissione Onofri circa quindici anni fa, meno giusti sono, secondo me, i criteri unificati di valutazione della situazione economica di coloro che richiedono prestazioni, servizi sociali o assistenziali non destinati alla generalità dei soggetti o comunque collegati nella misura o nel costo a determinate situazioni economiche e calcolati in base a dei parametri prestabiliti meglio conosciuti con l’acrononimo “ISEE”, Indicatore della Situazione Economica Equivalente.

Infatti i parametri presi in considerazione dall’ISEE sono  il  reddito e il patrimonio familiare, la dimensione, le caratteristiche speciali (come la presenza di disabilità in famiglia, nuclei monoparentali e di genitori lavoratori). L’esito dell’applicazione del metro, l’ordinamento dei nuclei familiari e il conseguente accesso alla prestazione, dipendono dall’operare congiunto di tutti questi fattori.

Un ulteriore aspetto da prendere in esame è anche il fatto, che tali componenti dell’ISEE sono “auto-dichiarati” tramite il cosiddetto DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica): si tratta un  modello di autocertificazione con cui il cittadino – italiano, straniero comunitario o extracomunitario – richiede le prestazioni agevolate. E’ “unica” in quanto vale per tutti i componenti il nucleo familiare e può essere usata da ciascuno di questi per la richiesta di prestazioni sociali nel corso della sua validità, pari ad un anno dalla sottoscrizione.

Analizzando il rapporto dell’INPS del 2009, si legge che in complesso sono oltre l’11% delle DSU (circa 500 mila nuclei) che presentano un ISEE pari a zero, rendendo inefficace l’azione selettiva del metro proprio su quelle fasce di popolazione a cui potrebbero essere riservati interventi per il contrasto di povertà  più estreme. Si tenga conto che per l’ISTAT le famiglie in condizione di povertà  assoluta sono il 4,1% del totale delle famiglie residenti: pari a circa 975 mila famiglie. Questo aspetto risulta di particolare rilevanza riguardo alle considerazioni sull’efficacia dell’ISEE quale indicatore “robusto” rispetto a fenomeni di evasione: l’inserimento del patrimonio mobiliare in dichiarazione (una novità assoluta nei rapporti tra contribuente e amministrazione introdotta con l’ISEE) avrebbe potuto infatti indurre un effetto di deterrenza per il timore di subire controlli. Il permanere di una elevata quota di soggetti con patrimonio mobiliare nullo, evidenzia come questo meccanismo non abbia pienamente operato, anche per una difficoltà dell’Amministrazione nel procedere a controlli bancari. Pertanto l’introduzione del patrimonio come componente aggiuntiva e “correttiva” delle indicazioni fornite dal solo reddito e l’utilizzo del reddito complessivo dunque sono operanti, ma sembrerebbero non riuscire a compensare il differenziale nei redditi dichiarati.

In tale cornice, è difficoltoso operare controlli per gli italiani che dichiarano un ISEE pari a zero, per l’immigrato però è praticamente impossibile, perché pone limiti giuridici, tecnologici e normativi interrogare banche dati (se mai esistono) sull’esistenza di eventuali patrimoni mobiliari e immobiliari nel loro paese d’origine.

A conferma dell’impossibilità di indagare la quota dell’ISEE auto-certificato dall’immigrato – così come anche dichiarato dall’INPS – vi è anche il fatto che  le prestazioni sociali agevolate per le quali viene sottoscritta una DSU possono essere richieste da tutti i cittadini – italiani e non – che siano regolarmente residenti nel nostro territorio. Proprio tenendo conto di ciò e incrociando i dati della banca dati dell’INPS, ho cercato di verificare l’utilizzo dell’ISEE anche da parte dei cittadini stranieri residenti in Italia, che oggi rappresentano una componente non marginale della popolazione residente in Italia.

Tuttavia, poiché tra le informazioni presenti nella DSU non e prevista alcuna domanda circa la cittadinanza del richiedente o dei componenti il suo nucleo, l’analisi può essere compiuta solo con una certa approssimazione, visto che l’unica informazione a tal scopo utilizzabile come proxi tra quelle contenute nella DSU e lo Stato estero di nascita. Essere nati all’estero, però, non vuol dire automaticamente essere cittadini stranieri, in quanto il richiedente nato all’estero può aver acquisito la cittadinanza italiana automaticamente alla nascita per filiazione, in base allo jus sanguinis (cioè, pur se nato all’estero, ha ascendenti italiani), oppure, in una fase successiva della vita, per beneficio di legge, per il matrimonio con cittadino italiano per naturalizzazione, eccetera.

Di per se è facilmente intuibile che quasi la totalità degli immigranti residenti nel nostro Paese dichiarano in ISEE pari a zero, e conseguentemente si trovano ad essere collocati nei primi posti di una qualsivoglia graduatoria nell’accesso dei servizi sociali di prima necessità (casa, lavoro e famiglia).

Quindi tale miscela costituita dell’autodichiarazione, dall’impossibilità dei controlli sul reale stato patrimoniale del dichiarante immigrato, dei parametri socio-economici facilmente eludibili da quest’ultimo rispetto al cittadino italiano (ICI, Modello Unico Irpef, PRA, e così via) pone una seria riflessione di riformare lo strumento ISEE che parta da un criterio di “doppia selettività”, una per l’italiano e una per l’immigrato con modalità di controllo diversi come può essere ad esempio, rispetto all’italiano, il monitoraggio delle rimesse monetarie all’estero elemento questo più facilmente individuabile dalle normative bancarie nazionali.

Sarebbe necessaria una proposta di legge che prendesse in esame le diverse condizioni di povertà con parametri diversi e che non trasformi in penalizzante l’ammortizzatore storico della famiglia di origine (un caso su tutti sono i precari del lavoro che vivono ancora in età adulta nel nucleo familiare originario). Questo non deve trasformarsi in un disvalore rispetto a chi, venendo da un altro Paese, comincia da zero, sia esso reale che fraudolentemente dichiarato, non portando così ad un meccanismo di ingiustizia sociale o l’inizio di quella che è definibile una “guerra fra poveri”.

Sarebbe necessaria una proposta di legge che dia una risposta concreta a quei tanti cittadini che chiedono soluzioni concrete, che non sono certe le ronde padane o il facile qualunquismo leghista, ma che parta da basi certe dove il diritto all’accesso al welfare sia realmente un diritto per tutti, immigrato compreso.

Giorgio Macchietti (21 Giugno 2011) 

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