Ilva. Se Taranto muore, “è una minchiata”, parola di Riva

08.12.2012 07:52

 

All'eventuale vagheggiatore di un "profumo" di sinistra vorrei ricordare che gli operai o i proletari, come sono ancora chiamati dal vagheggiatore (ma la prole - ahivoi -  non l'ha portata la cicogna...) sono i primi che non sanno scegliere tra lavoro-schiavitù e salute!

Quale giustizia si invoca senza l'emancipazione dal lavoro? (R.Carpentieri)

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“Due tumori in più... una minchiata”. 

Commentando i rischi per la salute derivanti dallo stabilimento siderurgico di Taranto, si è espresso così l'amministratore delegato dell'Ilva Fabio Riva, arrestato due giorni fa insieme ad altre sei persone.

di Paolo Ermani - 28 Novembre 2012

ilva taranto
"A causa dell’Ilva a Taranto sono andati in fumo migliaia di posti di lavoro in settori non inquinanti e sensati"

Emerge da indiscrezioni riportate dai media che per Fabio Riva, uno dei padroni dell’Ilva, qualche tumore in più a Taranto sia una “minchiata”. Ma il problema sono solo e unicamente queste persone terrificanti per le quali la vita non vale nulla o anche chi va a lavorare per questi soggetti?

Cosa deve succedere per iniziare una massiccia campagna di 'obiezione al lavoro' in cui ci si rifiuta di fare lavori pesantemente e palesemente nocivi per se stessi e per gli altri? Bisogna che si muoia come mosche e vengano uccise centinaia di persone in un giorno? E cosa cambia fra centinaia in un giorno e centinaia in qualche anno?

Si dice che il lavoro non c’è e quindi bisogna accettare quello che ci offrono, ma di sicuro ce ne sarà sempre meno di lavoro se le braccia vengono costantemente regalate a persone senza scrupoli. A causa dell’Ilva a Taranto sono andati in fumo migliaia di posti di lavoro in settori non inquinanti e sensati. Possibile che di imprenditoria ci sia solo l’Ilva, possibile che non si possa costruire un avvenire migliore per noi e i nostri figli? Non siamo agli albori della rivoluzione industriale, siamo nel ventunesimo secolo, oggi possiamo scegliere.

Perché non puntare al risanamento ambientale, alle fonti rinnovabili, alla riqualificazione energetica, al turismo di qualità, all’agricoltura locale, all’autoproduzione alimentare ed energetica, anche per ridurre il ricorso ai soldi? Tanto fra un po’, fra crisi economica e ambientale, saremo costretti per forza ad intraprendere questa virtuosa strada.

Non si può fare? È irrealistico, è impossibile? È più realistico continuare a morire di cancro e inquinare interi paesi piuttosto che provare delle alternative?

ilva
"Possibile che di imprenditoria ci sia solo l’Ilva, possibile che non si possa costruire un avvenire migliore per noi e i nostri figli?"

L’Italia in generale e il sud in particolare ha (aveva?) quella ricchezza che fa le persone sane e forti: cibo, terra fertile, acqua, aria pulita, tutto è stato svenduto a mafie, padroni, inquinatori e compagnia bella, in cambio di soldi, in cambio della macchina nuova e dell’ennesimo cellulare. Dalle persone normali cioè il famoso 'popolo', la terra è stata svenduta due volte, votando i politici che hanno permesso ogni scempio e lavorando per i padroni che lo hanno realizzato. Io al popolo che subisce sempre ed è vittima, non ci credo più.

Si può vivere con poco se ci si autoproduce il possibile, se si condivide, se ci si aiuta, se non si spreca, se non si crede alla pubblicità e si cestina la televisione ma soprattutto se si costruisce una società in cui i Riva della situazione non hanno nessuno al loro servizio. Come il buon Simone Perotti ci insegna, si campa con pochi euro al giorno mangiando benissimo, quindi di fame è assai difficile morire. E se morire di fame è assai difficile, non si capisce allora perché si sottostà a ricatti così pesanti. Sarà che il lavaggio del cervello che ci è stato fatto è così forte che non riusciamo più a pensare, costruire, realizzare una società e una vita che non abbia l’acquisto di merci inutili o superflue come obiettivo.

Abbiamo accettato la distruzione della comunità, abbiamo abbandonato terra e natura, abbiamo accettato di vivere ognuno chiuso nel suo bell’appartamento dove siamo dipendenti da tutto, abbiamo accettato la logica del mors tua, vita mea, abbiamo accettato che il nuovo dio fosse il denaro. Adesso per lamentarsi, urlare e protestare, forse è troppo tardi.

 

La petizione "Chiude l'Ilva, avviamo le bonifiche e la riconversione".

 

 

Decreto ‘Salva-Ilva’ (Decreto Legge 207/2012)

Citati, nelle premesse del provvedimento, solo gli articoli della Costituzione che garantiscono il diritto all’iniziativa economico privata.

Si omette invece di citare l’art. 32 che riconosce la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e non si citi nemmeno l’art. 9 che tutela l’ambiente. 

Si è generato un conflitto tra poteri dello Stato, che indebolisce la forza delle istituzioni e favorisce quella degli inquinatori; sulla base di questo precedente si sta consolidando una prassi illegale che scardina tutte le norme di garanzia sulla salute e sull’ambiente. Prevedere che le industrie dichiarate strategiche, anche quando colpiscono valori primari come la salute, la vita e la tutela dell’ambiente, possano continuare per anni a generare malattie e morte sovverte non solo i principi costituzionali, ma anche quelli che regolano le regole della convivenza solidale.

Può la classificazione di uno stabilimento di interesse strategico nazionale (quando tra l’altro l’interesse non viene definito) da sola consentire di autorizzare l’attività produttiva di impianti inquinanti e nocivi per la salute, in deroga alle norme in vigore? 

 

LA RINASCITA DI TARANTO SECONDO GLI ATTIVISTI DEL MOVIMENTO 5 STELLE

 

“Taranto versa in uno stato di disastro ambientale permanente, tra i più difficili da affrontare in Italia perché frutto di oltre 50 anni di scelte sbagliate che hanno immolato il territorio, avvelenato nelle acque, nella terra e nell’aria e depredato delle sue risorse, in nome di una vocazione industriale che non ha tenuto conto del più grande valore proprio dell’uomo: la vita”.
Lo affermiamo come cittadini e attivisti del MoVimento 5 Stelle Puglia in seguito al Decreto Legge del governo Monti, firmato dal Presidente della Repubblica il 3 Dicembre 2012, che sembra incurante degli esiti delle perizie degli epidemiologi e dei chimici utilizzate nell’incidente probatorio disposto dalla Procura.
Non c’è più spazio per le interpretazioni: a Taranto si muore e ci si ammala più che dalle altre parti a causa dei processi industriali, un dato di fatto che non si può ignorare.
Non si possono, perciò, “legalizzare” processi produttivi obsoleti solo per salvaguardare la produzione. Non si può consentire alla finanza di guardare solo agli indicatori economici e ai guadagni immediati trascurando la qualità delle attività industriali che, come in questo caso, determinano terribili effetti nelle condizioni di vita e di salute dei Tarantini.
Il Decreto, tra l’altro, amplia la possibilità di essere applicato a qualsiasi impianto in Italia che venga considerato “strategico” a patto che abbia un numero di dipendenti superiori alle 200 unità. Si tratta di un vero e proprio “ricatto occupazionale”, amplificato a livello nazionale, che dispiega tutti i suoi effetti nefasti nella vicenda dell’Ilva di Taranto.
Colpevole la politica, che si è dimostrata assente e che, quando interveniva, lo faceva in maniera inefficace e inefficiente, come nel caso della legge “antidiossina” del 2008/2009 del governo Vendola, o tardiva come la legge sulla “Valutazione di Danno Sanitario” sempre della Regione Puglia. Per non parlare delle leggi “ad aziendam” come quella dei limiti sul benzo(a)pirene del Governo Berlusconi. Tutte circostanze che hanno consentito e favorito il “ricatto occupazionale” della famiglia Riva, proprietaria dell’impianto siderurgico.
La società civile da anni denuncia queste circostanze in maniera civile e pacifica, mentre piange i propri morti, soccorre i propri ammalati e chiude le proprie attività commerciali.
Appare quindi evidente che la magistratura abbia svolto un ruolo di supplenza della politica, così come oggi assistiamo anche ad una azione incostituzionale del Governo che di fatto ostacola il lavoro degli inquirenti e accentua i contrasti tra i poteri dello Stato. La politica a più livelli è corresponsabile della attuale situazione di Taranto. Ingiustificabile la mancanza di garanzia dei diritti dei cittadini, come evidenzia l’indagine “Ambiente venduto”.
Nel 1971 relazioni scientifiche decretavano la pericolosità degli impianti industriali per la salute e l’ambiente tarantino. Ma, da allora è solo aumentata la produzione e si sono aggiunti altri impianti impattanti per l’ambiente: inceneritori, discariche, ampliamenti di raffinerie, cementifici e tutto in versione maxi e il tutto per il “bene” del Paese e del sistema Italia.
Si tratta di modello di sviluppo sbagliato, basato su un materiale, l’acciaio, che non solo sta lasciando il posto a nuovi materiali che soppianteranno le produzioni tarantine, minacciate, tra l’altro, anche, da nuove economie, basate su processi virtuosi di conversione industriale e sul benessere delle persone.
Taranto è stata importante per l’Italia e l’Europa ma è giunto il momento di tornare alle proprie vocazioni storiche, naturali ed economiche a “chilometro zero”, cui ha dovuto rinunciare.
Il Diritto alla vita non può soccombere a favore degli interessi economici e poiché il privato non dimostra volontà di ottemperare alle prescrizioni impartite dalla magistratura, deve intervenire la politica, che invece di ostacolare il lavoro dei magistrati deve pianificare le alternative per Taranto. Ma occorre fare presto.

Per questo esigiamo le dimissioni immediate dei politici coinvolti nella vicenda e chiediamo:
Il blocco dei beni patrimoniali ed economici del privato ovunque essi siano e delle aree di proprietà dei Riva a Taranto, al fine di effettuare una nuova caratterizzazione e successiva bonifica delle aree ricadenti all'interno dello stabilimento siderurgico.
Le bonifiche dei reparti inquinanti dell’ILVA si devono effettuare con i soldi dei Riva.

-  Di confiscare le proprietà del privato (eventualmente con l'indennizzo simbolico di 1 centesimo).

-  Di garantire il reddito (durante la formazione) per gli operai Ilva che, appena formati, dovranno essere impiegati, IN CONDIZIONI DI SICUREZZA, nelle operazioni di bonifica.

-  La caratterizzazione, Messa in Sicurezza e Bonifica dei terreni inquinati in provincia di Taranto che pagano lo scotto di esser luoghi di produzione o di smaltimento per l'Italia intera.

-  La messa in sicurezza delle Falde idriche Tarantine che risultano contaminate da inquinanti oltre che essere soggette a un forte stress idrico e a contaminazione salina a causa di un sovrasfruttamento.

Riqualificazione e Riconversione dell’ILVA

- Le aree di proprietà militare che la Difesa sta cedendo, devono necessariamente essere restituite gratuitamente alla città e alle comunità locali.

-  Garanzia di prestazioni sanitarie efficienti per la totalità della popolazione garantendo screening e visite gratuite e in tempi brevi a cominciare dai cittadini del quartiere tamburi e dai lavoratori del polo industriale, visite da effettuate a Taranto.

- Di bloccare ogni nuova autorizzazione di richiesta di AIA nella provincia di Taranto.

-  Di riesaminare le AIA di competenza provinciale, regionale e statale già concesse degli impianti in provincia di Taranto e valutare con commissioni formate da esperti diversi rispetto quelle già rilasciate, l'opportunità del rilascio definitivo.

-  Di creare a Taranto un polo Universitario, pubblico che dipenda unicamente da Taranto e non da Bari o Lecce, con individuazione delle aree adibite a tale scopo situate nel Centro Storico.

-  Il risarcimento completo dei danni subiti dagli allevatori e dai mitilicoltori poiché attività non salvaguardate dalle amministrazioni.

Parte dei denari siano attinti da un fondo appositamente creato per Taranto, costantemente controllato dalla popolazione, e ricavati dai fondi non ancora impiegati e destinati ad inutili opere, già pianificate dai governi di centro destra e centro sinistra, come:

  • l’acquisto di Caccia F 35 e ritiro dei militari in missione in Afghanistan, anche perché le forze armate occupano una parte sostanziale dei territori della provincia di Taranto
  • la realizzazione della Tav in Val Susa, per un costo di oltre 10 miliardi di euro. Questo per l’isolamento al quale è stata condannata la città di Taranto nel corso dei decenni;

Fondi ricavabili anche da :

  • la riduzione a 5.000 euro al mese delle “pensioni d’oro”, attualmente erogate a 100.000 persone, per un risparmio totale di oltre 7 miliardi di euro;
  • la cancellazione di tutte le province;
  • l’abolizione del rimborso elettorale a tutte le formazioni politiche;
  • il ritiro definitivo del progetto del Ponte sullo Stretto, recentemente riesumato dal governo Monti per evitare penali previste a salvaguardia di imprese private a spese dei contribuenti.

Crediamo che una parte dei denari impiegati in tutte queste azioni e opere che reputiamo inutili, possano essere destinate per la bonifica dei territori a cominciare da Taranto.
Una parte del Fondo dovrà esser impiegata per progetti, seguendo la consultazione della popolazione dei singoli quartieri e dei comitati impegnati nelle vertenze territoriali per comprendere quale vocazione economica debba assume Taranto sviluppando economie locali.
Le risorse per Taranto dovranno sottostare a principi di trasparenza e soggetti a meccanismi di verifica della cittadinanza, tramite internet e siti web appositi e non potranno esser utilizzati per fini differenti che non siano stati decisi dalla cittadinanza.
Crediamo che Taranto possa essere il simbolo di una nuova svolta che dovrà ripercuotersi nel resto del territorio Italiano.

Ormai non abbiamo più scelta

 

Lo psicodramma dell'Ilva: democrazia e salute pubblica

finiscono in cenere

Per Clini, ministro dell'Ambiente, la relazione tra l'inquinamento prodotto dall'Ilva e l'incidenza di malattie mortali dei lavoratori del polo siderurgico e degli abitanti di Taranto è ancora da dimostrare. Tutta da dimostrare. Recentemente dichiarava: «Non c'è nessuno oggi che, sulla base dei dati disponibili, può dire che c'è una relazione causa-effetto in particolare tra le attività industriali attuali dell'Ilva e lo stato di salute della popolazione». I "dati disponibili" ai quali il ministro fa riferimento attingono da due differenti studi: il primo a cura dell'Istituto Superiore di Sanità "Sentieri" (Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento), indagine nota per aver portato all'abbattimento di animali  per concentrazioni elevate di diossine. Il secondo studio, più allarmante, si riferisce all'indagine epidemiologica svolta dai professori Maria Triassi, Annibale Biggeri e Francesco Forastiere, disposta dal gip dottoressa Todisco della procura di Taranto in sede di incidente probatorio del processo istruito a carico dell'Ilva, che riferisce: «L'esposizione continuata agli inquinanti dell'atmosfera emessi dall'impianto siderurgico ha causato fenomeni degenerativi di apparti diversi dell'organismo umano che si traducono in eventi di malattia e morte». Le indagini dei tre esperti specificano che nei quartieri limitrofi all'acciaieria si registra la più alta percentuale di malattie e decessi, eppure il ministro - sconfessando l'Istituto superiore di Sanità e i periti del Tribunale - non demorde manifestando sistematica perplessità sul nesso causale tra inquinamento e malattie.

Clini - laureato in medicina e specializzato in medicina del lavoro - ben conosce la difficoltà nel dare prova certa e univoca della relazione che lega l'atto dell'inquinare a specifici eventi di malattie e di morte. La storia processuale italiana dei reati ambientali, con i suoi processi intricati e interminabili, conferma la difficoltà di fornire prova del su esposto nesso di causa-effetto. Nella fattispecie tarantina la provaprovata appare ancor più macchinosa per i ritardi e le incompletezze che hanno caratterizzato le indagini epidemiologiche; per le omissioni e le remore nella pubblicazione delle stesse; per insabbiamenti da parte di una certa stampa a seguito di presupposti pressioni e favori da parte dell'Ilva, oggetto di indagine della magistratura. Dammi la prova, chiedeva il ministro; la prova c'è, affermava la magistratura e a difesa della salute collettiva bloccava, di fatto, la produzione di Taranto e di conseguenza anche quella dei siti Ilva connessi: Genova, Novi Ligure e Racconigi. Con l'Ilva di Taranto inattiva il rischio di disoccupazione per migliaia di addetti era drammatico; se operativa peggio, perché killer non più disarmato. Nei rapporti di forza tra Poteri dello Stato si è imposto il governo vanificando per decreto l'operato della magistratura. Prevedibile. Già Montesquieu ricordava che il potere giudiziario è «per così dire invisibile e nullo». Tuttavia il decreto governativo è al limite della costituzionalità e non sono esclusi ricorsi alla Corte costituzionale. Gli operai di Genova hanno esultato al decreto. Posto di lavoro salvo. Mica tutti sono kantiani e nel conflitto tra la legge privata di poter comprare a Genova un paio di scarpe al proprio figlio e la legge generale di mandarlo a scuola coi buchi nelle suole per non far venire un cancro a un suo coetaneo a Taranto, si può anche scegliere la prima opzione. Balzac ce lo ricorda preciso nella "parabola del mandarino" quando lo studente Rastignac chiede all'amico Bianchon che cosa farebbe se potesse diventare ricco uccidendo un vecchio mandarino in Cina con la sola forza di volontà, senza allontanarsi da Parigi. Bianchon non vuole uccidere, ma poi considera che i cinesi sono numerosi e anche lontani, il mandarino è vecchio, il guadagno gli è necessario. Perché no? Operai Ilva di Genova, proprietari del Gruppo e governo nazionale alleati nella "parabola del mandarino". 

L'Italia è una nazione patologicamente mitica, con altiforni biblici uguali a quelli del re Nabucodònosor, quello che aveva fatto costruire una statua d'oro colossale alla quale prostrarsi. Processo per direttissima per il non osservante: «In quel medesimo istante sarà gettato in mezzo ad una fornace di fuoco ardente».


Bruno Vergani

 

 

 

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