Il vero e unico referendum sarebbe quello abrogativo degli effetti del D.P.R. 350 !

08.06.2011 11:07

E' pienamente condivisibile il testo cui si riferisce il link (http://www.perilbenecomune.net/index.php?p=24%3A6%3A2%3A119%3A422).

In realtà si fa un gran baccano sulle privatizzazioni, persino  di "sciocchezze" e nessuno vuole mai ricordare che il 25 giugno del 1985 il "presidente più amato dagli italiani" firmò lo sciagurato D.P.R. n° 350 che privatizzò le banche rendendo così vano ogni riferimento al "pubblico" quando si intenda un servizio sottoposto a transito monetario.

Intendo dire che quando si rendesse pubblico il servizio idrico le banche otterrebbero certamente un profitto ancora maggiore che nel caso in cui fosse privato perchè la nota e riconosciuta malagestione del pubblico servizio consente maggior indebitamento che si produce in maggior profitto per le banche.

Il vero ed unico referendum - peraltro senza esito positivo come tutti !! - sarebbe quello abrogativo degli effetti del D.P.R. 350, con il ritorno al controllo dello Stato sulle banche......almeno per far si che la popolazione sappia quali siano stati gli effetti devastanti di quel demenziale D.P.R.

Non è un caso che il firmatario fosse un "nonnetto" di 90 anni !!

Non è neppure un caso che si dimise anticipatamente tre giorni dopo la firma............. 

Rosanna Carpentieri

 

Qui il testo cui si riferisce il link riportato nella nota.

Stanno circolando in rete vari video che inducono a votare no al referendum e questa è una manovra prevedibile da parte di quanti puntavano (e puntano) sull'astensionismo, dato il pronunciamento della Cassazione a favore del quesito sul nucleare (ovvero su quello che a mio avviso è quello in grado di muovere l'elettorato verso le urne, consentendo il raggiungimento del quorum anche per gli altri quesiti).

Ci sono alcuni appelli che sono volutamente ingannevoli (NO al nucleare, NO all'acqua privata, ecc...), ci sono video che inseriscono elementi non corrispondenti al vero in argomentazioni non del tutto senza senso, ci sono poi discussioni e argomentazioni che stimolano la curiosità e spingono ad approfondire i temi.

Proprio così è partita la ricerca di approfondimento sul primo quesito, relativo all'acqua pubblica.

Veniamo al dunque: il cosiddetto decreto Ronchi e le sue successive modificazioni, ovvero la normativa che il primo quesito referendario ci propone di abrogare, è stato imposto con la motivazione ufficiale che bisognava farlo perché ce lo impone l'Europa. E' vero che il trattato di Lisbona e i poteri e le autorità europee (nominate da gruppi politici elitari) sono una vera sciagura per la sovranità popolare dei paesi membri, per le economie e le specificità locali, per l'interesse dei cittadini europei, ma è anche vero che più di una volta il paravento europeo è stato utilizzato in maniera ingannevole per giustificare provvedimenti che non sarebbero stati compresi o graditi agli Italiani. L'acqua è uno di questi esempi. Secondo Alberto Lucarelli, esperto giurista e docente di diritto pubblico europeo nelle Università di Napoli e Parigi, "gli stati membri dell'Unione e i relativi enti locali hanno piena libertà di individuare i servizi di interesse generale e i servizi di interesse economico generale che intendano gestire direttamente, ovvero non in base ai principi di competitività e concorrenza. Il diritto comunitario riconosce, inoltre, che la gestione di queste due categorie di servizi, in cui l'acqua rientra, avvenga attraverso un soggetto di diritto pubblico, estraneo, dunque, alle regole del diritto societario". Ed ancora: "Il diritto comunitario non obbliga alla gara. Pertanto un Comune può liberamente decidere di esercitare, attraverso un soggetto di diritto pubblico, tali servizi sulla base dei principi costituzionali dei propri statuti e del proprio potere regolamentare." Questo è quanto ha fatto recentemente il Comune di Parigi, dimostrando quindi tutta l'artificiosità dell'argomentazione "obbligo europeo" in materia di privatizzazione dell'acqua.

A sostegno della convinzione di Per il Bene Comune sulla non differenza fra i partiti del centro-destra-sinistra, ci sono esempi di ogni sorta. Infatti, se il centro destra è "reo" di aver inserito l'attuale normativa sulla gestione dei servizi idrici, dovremmo anche ricordare che il primo comune ad individuare con gara il socio privato per la società di gestione dell'acqua fu quello di Arezzo, con una giunta di centro sinistra, alla fine degli anni '90, grazie alla legge Galli del 1994. Il risultato? Tariffe alle stelle, bassissimi investimenti , utili certi per i privati, ruolo assolutamente marginale del pubblico sulle decisioni principali.

D'altra parte la vita ai Comuni (o ai consorzi di Comuni) è stata resa piuttosto difficile se si considera la mole degli investimenti necessari: il ricorso al debito con gli istituti di credito privato (e ai letali salsicciotti SWAP) è sempre più arduo, mentre la Cassa Depositi e Prestiti, presieduta da Franco Bassanini (marito della Lanzillotta che privatizzò Acea), viene meno al suo compito statutario. Per quale ragione? Perché oggi anche la CDP è una società per azioni, il cui 70% è detenuto dal ministero dell'Economia, mentre il rimanente è suddiviso in 66 fondazioni bancarie ,molte delle quali interessate al business del servizio idrico). Questa situazione ha indotto Riccardo Petrella (autore de Il manifesto dell'acqua) ed ex presidente dell'acquedotto pugliese, a dire che se anche il capitale sociale del gestore è pubblico, ma gli investimenti sono finanziati attraverso prestiti contratti con le banche, parlare di gestione pubblica del servizio è "una mistificazione".

Il primo acquedotto ad essere quotato in borsa fu quello di Roma, nel 1999, con sindaco Rutelli e assessore Linda Lanzillotta, quella che di concerto con Bersani e Di Pietro propose nel 2007 il decreto che prevedeva l'affidamento dei servizi pubblici - compresi quelli idrici - tramite gara, a società anche private; decreto dal quale fu prontamente stralciata l'acqua grazie alla battaglia di Rifondazione Comunista in Parlamento e al contributo decisivo del Sen. Fernando Rossi in Commissione Affari Costituzionali al Senato. Tornando ad Acea, a quell'epoca, Presidente era Chicco Testa (vi dice niente?) e con lui venne decisa la vendita del 49% delle azioni di Acea. I due maggiori azionisti privati diventarono Gaz de France-Suez, che aveva intenzione di utilizzare Acea come un cavallo di Troia per penetrare nel mercato italiano (come dimostrato dall'Antitrust), e Francesco Gaetano Caltagirone che, non solo essendo costruttore è parte interessata agli interventi richiesti nei prossimi 30 anni nel settore, ma è anche vice-presidente di una banca che investe nei servizi idrici (Monte dei Paschi di Siena, la cosiddetta "banca di sinistra").

A onor del vero, il decreto del governo Berlusconi ha oggettivamente dato impulso alla speculazione finanziaria delle aziende: diverse società che gestiscono l'acqua sono quotate in borsa. Ad esempio A2A, le quotate Acea, Acegas Aps, Acque Potabili, Acsm-Agam, Enia, Hera, Iride, Mediterranea delle Acque hanno come azionisti banche del gruppo Unicredit, Intesa San Paolo, GdF-Suez, Veolia (come Chicco Testa...non vi dice niente?), oppure costruttori come Impregilo e il già citato Caltagirone. Tuttavia, la spinta a trasformare le società municipalizzate in SpA è arrivata prevalentemente da città amministrate dal centro sinistra (prima DS e poi PD), in vari casi ancor prima del decreto oggetto del referendum: Torino, Genova, Bologna, Reggio Emilia. Gli amministratori delegati di queste aziende, ufficialmente a maggioranza pubblica, ma SpA quotate in borsa, dichiarano senza problemi che l'acqua per loro è una merce e gestiscono il servizio idrico secondo l'ottica del profitto.

Credo sia comprensibile dunque il nostro disagio nell'aver sostenuto una battaglia referendaria con quei soggetti che proprio nelle loro amministrazioni e ben prima del governo Berlusconi avviarono la privatizzazione dell'acqua: si tratta di sostenere l'abrogazione di un decreto legge che di certo non va nell'ottica dell'acqua pubblica, ma che di fatto è in linea di totale continuità con lo sfacelo avviato dal centro sinistra.

Infatti, se la corsa verso i partner privati e le gare d'appalto non è una novità introdotta dal governo Berlusconi, cosa ha autorizzato Comuni e Società ad agire come nei casi già citati (e in tanti altri affini)? Troviamo quindi quello che a mio avviso è da considerarsi il primo bersaglio di un'onesta battaglia per l'acqua pubblica, ovvero il capitolo V del T.U.E.L. del 2000, con Presidente del Consiglio Giuliano Amato, a governo di una maggioranza di centro-sinistra (in linea di continuità con quelle privatizzazioni già avviate dai gvoerni italiani a partire dal panfilo Britannia nel 1992). Nell'articolo 113 del Testo Unico degli Enti Lcoali infatti vengono introdotte le modalità di gestione con società di capitali (come appunto le SpA, che sono società di diritto privato), dove il capitale viene ad assumere un'enorme rilevanza concettuale e sostanziale.

C'è poi un secondo grandissimo bersaglio da colpire, ovvero la definizione della gestione del servizio idrico che, dal momento che l'acqua è un bene comune, non può essere considerato di rilevanza economica (prevedendo dunque nella gestione dello stesso almeno una copertura tra costi e ricavi). Il secondo quesito referendario è tutto in quest'ottica, ma raggiunto il quorum e con la vittoria del sì anche al primo quesito sull'acqua, non è sufficiente per una vera ri-pubblicizzazione. La vittoria del sì infatti non cancellerà la struttura di società dei capitali in mano a soggetti pubblici e - come già detto- tutta l'attività di gestione continuerà a rispondere a regole e norme di diritto privato. Al di là del meritorio lavoro svolto da tante teste libere nel compitato per l'acqua pubblica, vinto questo referendum, i partiti e le forze di centro sinistra che lo hanno sostenuto dovrebbero dimostrare, se non si è trattato solo di una foglia di fico per raccattare consenso nell'elettorato, un reale pentimento, facendo immediatamente retromarcia nei comuni dove hanno ceduto l'acqua pubblica a gruppi di costruttori, banchieri, multinazionali, ecc...

Insomma in genere sono sempre andata a votare sicura di me, anche se si trattava di annullare con convinzione la scheda quando sapevo essere presenti solo partiti che appartengono al sistema. A maggior ragione se si tratta di un referendum, perché è un mio diritto esprimermi (anche se preferirei farlo se non ci fosse il quorum). Questa volta lo ammetto, vado a votare SI a tutti e quattro i referendum, ma per uno mi turo il naso, perché se pure non considero positiva l'attuale normativa e credo che debba essere abrogata, è anche vero che in ogni caso non cambierà nulla rispetto alle dannosissime scelte di privatizzazione dell'acqua avviate a partire dalla fine degli anni '90.

Per concludere, oltre all'invito ad andare a votare apponendo 4 croci sul SI, rivolgo un appello a tutti i cittadini , chiaramente fuori dagli schematismi e opportunismi partitocratici di una o dell'altra tifoseria, affinché dal 14 giugno esigano dai loro Comuni e dalle loro Province - con tutte le forme di partecipazione democratica possibili - la dichiarazione di non rilevanza economica del servizio idrico all'interno dei rispettivi statuti. In questo modo, l'acqua perderà interesse economico per i privati, smetterà di essere merce e tornerà ad essere un bene comune.

Scritto da Monia Benini il 02/06/11

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