Il TEATRO MAGICO E UROBORICO DI GENNARO FRANCIONE: Frati, Mafia e Delitti. Il convento del Diavolo. Un aspro dibattito sul problema "Mafia e Religione".

17.02.2011 20:32

Teatro dell'Angelo, Via Simone de Saint Boin 19, Rome, Italy lunedì 21 febbraio · 21.00 - 23.30

Associazione Culturale Centrarte Mediterranea e Teatro91

presentano

Frati, Mafia e Delitti. Il convento del Diavolo

Tratto da "La Terribile istoria dei frati di Mazzarino" di Giorgio Frasca
Polara
e dagli atti del processo di Lucia Nardi, Gennaro Francione, Luigi di Majo


con :
Narratore Roberta Palmisano
Presidente del Tribunale Chiarenza Millemaggi
Pubblico Ministero Luigi di Majo
Avvocato Difesa Antonio Buttazzo
Padre Agrippino Eugenio Mele 
Padre Venanzio Valter Tulli
Padre Vittorio Filippo Chiricozzi
Padre Carmelo Giuseppe Chiaravalloti
Padre Costantino Ferdinando Abbate
Rosalia Verdigiglio Lucilla Tamburrino
Maresciallo De Stefano Giuseppe Rombolà
Suor Elena Marina Binda
Ernesto Colajanni Alessandro Lunetta
Signora Cannada Maria Teresa Condoluci
Giovanni Stuppia Ferdinando Abbate
Filippo Nicoletti Alessandro Lunetta
Giuseppe Salemi Corrado Sabellico
Gerolamo Azzolina Fabio Risi

Regia: Luigi di Majo;
Aiuto regia: Mafalda Guarente Mastrocola
Coordinamento generale: Lucilla Tamburrino;
Pubbliche relazioni: Beatrice Sciarra e Antonella Michieletto

Trasposizione teatrale di un clamoroso processo ad un gruppo di frati che,
negli anni 50, a Mazzarino, in Sicilia, si trovarono al centro di un giro di
estorsioni, ricatti, suicidi, delitti e stupri.
La vicenda ha dato origine ad un clamoroso processo, sul finire degli anni
'50, che ha diviso l'Italia in colpevolisti e innocentisti, aprendo un aspro
dibattito sul problema "Mafia e Religione"

Non si è trattato solo di gravi episodi isolati che hanno interessato
determinati religiosi ma di una più vasta ed estesa mentalità e diffuso
costume, ormai secolare, tendente ad eludere, ostacolare e violare i cardini
e i principi dello stato laico e democratico.
Ciò spiega in parte le ragioni
storiche e culturali della tolleranza, dell'ambiguità e a volte della
connivenza di una parte del clero e del ceto altolocato nei confronti del
fenomeno mafioso.

La vicenda, tragica ma anche grottesca e con alcuni spunti inevitabilmente
comici, sarà rappresentata da giudici ed avvocati a simboleggiare un'unione
artistica ed umana tra categorie contrapposte nelle aule di giustizia.

TEMA: Mafia e Religione

Processo ai Frati di Mazzarino (CL)

Caltanissetta 1960


Quattro monaci del convento di Mazzarino, vicino Caltanissetta vengono
arrestati nel febbraio 2960 insieme ad altri laici.
I quattro frati, padre Agrippino (37 anni), padre Carmelo(81) anni, padre
Vittorio (41 anni) e padre Venanzio (44 anni) sono accusati di associazione
a delinquere, concorso in estorsione e omicidio.
La vicenda prende avvio da una lettera minatoria, inviata nel 1957 dal
farmacista di Mazzarino, Dott. Colajanni con la quale veniva richiesta una
tangente di tre milioni di lire onde evitare l'incendio della sua farmacia.
Il Colajanni non si lascia intimidire e dopo circa dieci giorni la farmacia
va a fuoco. Dopo l'incendio due dei quattro frati si recano dal dott.
Colajanni per scongiurarlo di pagare la somma richiesta dai banditi dai
quali hanno avuto, senza conoscere la loro identità, l'incarico di fare da
intermediari, sotto minaccia di morte.
Padre Agrippino, infatti, subito dopo l'incendio della farmacia, viene
intimiditi con alcuni colpi di lupara esplosi dentro la sua cella, da
ignoti.
I giudici ritengono che il tutto è stato architettato da alcuni malviventi
identificati ed arrestati che erano concordi con i frati. Un attentato,
quello della cella di Padre Agrippino, chiaramente simulato dai frati di
concerto con i malviventi, per giustificare il particolare clima di terrore
che stavano vivendo a causa delle minacce ricevute, a parer loro, da ignoti
personaggi di malaffare.
Nel frattempo, il Colajanni intimorito dall'accaduto, cede alle minacce dei
criminali, pagando in più riprese la somma di tre milioni. Il danaro viene
consegnato ai monaci avvolto in un giornale, dalla moglie del farmacista,
che lo fa recapitare puntualmente nel confessionale del convento.
Successivamente viene preso di mira un altro possidente del paese, il
Cavalier Angelo Cannada- Bartoli, il quale oppone decisa resistenza alle
ripetute minacce pervenutegli dai malviventibche lo uccidono brutalmente il
25 maggio 1958, in presenza della moglie e del figlio minore che
successivamente diventano anche loro oggetto di minacce da parte degli
assassini del cavaliere. Conseguentemente all'accaduto la moglie del
Cannada-Bartoli, terrorizzata ed indifesa, cede ai malviventi e consegna
loro la somma di due milioni di lire attraverso i frati.
Nel frattempo una guardia comunale che era venuta a conoscenza di alcuni
elementi che collegavano i malviventi ai frati, veniva fatto oggetto di
tentato omicidio.
Viene ritrovato dai carabinieri il fucile da caccia usato per l'attentato
alla guardia, nascosto nell'orto del convento. Si perviene così all'arresto
di Salvatore Lo Bartolo ortolano del convento, considerato dai giudici
l'anello di collegamento trai frati ed i banditi.
Il Lo Bartolo poco prima di essere interrogato dai giudici in carcere, viene
trovato impiccato nella sua cella di isolamento. Il Suicidio-Omicidio
dell'ortolano accade in un momento di distrazione delle guardie carcerarie.
I frati vengono prima assolti e poi ritenuti colpevoli poiché i giudici
d'appello ritengono che le lettere minatorie inviate al Colajanni ed a
Cannada-Bartoli, sono state scritte con la macchina da scrivere di padre
Vittorio, anche se la perizia di ufficio non ne stabilisce con assoluta
certezza la provenienza. I frati hanno sempre protestato la loro innocenza,
sostenendo di essere stati succubi dei banditi e di aver dovuto intermediare
perché minacciati di morte.
Altre accuse pendono nei confronti di alcuni cappuccini del convento, come
la violenza carnale nei confronti di una ex suora, stuprata in un locale
attiguo alla sacrestia del convento.

Informazioni: 06-37513571- 06- 37514258

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