Il paesaggio sotto attacco.La questione eolica.

12.09.2010 16:17

Nessuno può dichiararsi contrario per principio all’utilizzazione di fonti di energia rinnovabili e pulite.

Tuttavia la sregolata proliferazione degli impianti eolici che sta colonizzando ampi e preziosi settori del paesaggio

naturale in Europa e nel resto del mondo, giustifica serie perplessità e sollecita precise, urgenti risposte.

Colpisce la innegabile sproporzione tra il grave danno ambientale causato dalle selve degli aerogeneratori

e il loro contributo, del tutto marginale, alla soluzione del problema energetico.

Al danno sociale, culturale ed economico al paesaggio, provocato dal proliferare selvaggio ed incontrollato

delle centrali eoliche, va aggiunto quello arrecato agli ambienti naturali, alla fauna, alla flora, all’assetto

idrogeologico di vasti territori, in molti casi, di grande valore ambientale pervenuti, fino ad oggi, in condizioni

di integrità.

Noi crediamo che la qualità del paesaggio, con tutta la ricchezza di echi culturali, di memorie storiche,

di specificità ecologiche che in esso si manifesta, rappresenti un bene primario, non negoziabile

al di fuori di circoscritti motivi di eccezionale gravità e urgenza. La difesa della bellezza naturale e dell’integrità

del paesaggio non può essere liquidata come la vacua ossessione di un manipolo di esteti irresponsabili.

In essa si manifesta il nucleo vitale – irrinunciabile – di un percorso di civiltà che ha modellato nei secoli l’identità

culturale dell’intero Occidente. 

Carlo Alberto Pinelli: il paesaggio come epifania di senso

Prendo come punto di partenza – e anche come stella polare – la mia esperienza personale;

una esperienza in cui credo si riflettano – al dilà delle diversissime articolazioni individuali – le esperienze e i vissuti

di tutti coloro per i quali il paesaggio non è soltanto qualcosa che si può ammirare affacciandosi da un belvedere

ben protetto, magari raggiunto con una funivia, o fermando per qualche frettoloso minuto la propria auto ai margini

del guard-rail di una strada carrozzabile.

Ho la pretesa di parlare a nome di quella non marginale minoranza di abitanti del Pianeta che non si riconosce

nella mentalità di chi riduce il paesaggio ad una gigantesca diapositiva a colori, collocata prudentemente sullo

sfondo e destinata a suscitare di conseguenza solo effimere fibrillazioni estetiche. Il senso del paesaggio, per me

e per tanti nostri simili, non si esaurisce nella scenografia del panorama, per quanto suggestiva essa possa apparire.

Io appartengo alla schiera di quelli che i guard-rails li scavalcano, non soltanto metaforicamente e che la sera,

quando si voltano ad osservare un panorama, ripercorrono con lo sguardo e col cuore un paesaggio nel quale

sono stati immersi per tutta la giornata e di cui conoscono ogni piega e ogni sfumatura, per averle

interiorizzate, passo dopo passo, quinta dopo quinta, dislivello dopo dislivello.

Insomma uno sguardo partecipe, familiare, affettuoso come quello che si riserva ad un amico, o al focolare

della propria dimora materna.

Chi mi conosce immagina che i paesaggi ai quali istintivamente sto facendo riferimento siano principalmente quelli

– immensi e selvaggi – che si possono ammirare dalla vetta di una montagna raggiunta dopo ore o settimane di

sforzi, anche affrontando seri pericoli; paesaggi che rientrano nella categoria estetica ed etica del sublime di matrice

romantica; e questo è in parte vero, non posso né voglio negarlo.

Però le immagini che si affacciano in questo momento alla mia memoria appartengono a paesaggi diversi:

dolci profili di colline coltivate, boschi, vigneti, pascoli, campi di grano: una natura profondamente intrisa di vicende

umane e da queste minuziosamente rimodellata attraverso il paziente e saggio lavoro dei secoli.

Paesaggi “non-eroici” che hanno accompagnato e sorretto emotivamente il cammino della vita di tanti di noi,

dall’infanzia ad oggi e che vorremmo vedere ancora in grado di illuminare con la loro serena, sfaccettata

( e mai totalmente prevedibile) armonia le esistenze dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Bene. Ho ceduto alla tentazione di questa premessa semi-autobiografica solo per introdurre in maniera

non arida e non freddamente scolastica la prima parte del mio intervento; quella che tratta del significato – o meglio,

dei significati – che il termine “Paesaggio” è chiamato a coprire.

Già gli antichi romani dividevano il territorio fisico in due ambiti distinti: l’Ager, ordinato, organizzato e

tranquillizzante regno dell’agricoltura da un lato; e dall’altro, in netta contrapposizione, il Saltus, ossia

il mondo dei pascoli alpestri, dei boschi primigeni, degli incolti, delle forre, dei ghiaioni rocciosi che salgono

verso le creste delle montagne, dei ghiacciai: luoghi impervi, non ancora del tutto assoggettati

( pascoli e boschi ) o non assoggettabili in alcun modo ( loci horridi )alle esigenze materiali dell’uomo.

Questi ultimi erano visti con sospetto e inquietudine, a volte addirittura con repulsione, a volte con quel timore

reverenziale che si accompagna alle ierofanie del sacro. Ma in ogni caso erano luoghi collocati all’esterno,

o ai margini estremi dell’oikos rasserenante, addomesticato dalle attività umane.

Bisognerà attendere l’illuminismo e poi il romanticismo per assistere all’ingresso del Saltus entro l’orizzonte

praticabile della cultura occidentale, anche nei suoi aspetti estremi, i più disarmonici e pittoreschi.

Il convegno odierno, legato come è al problema dell’ invasione degli aerogeneratori per la produzione di

energia dal vento, non mi permette di affrontare il tema, di per sé affascinante ( e a me particolarmente caro)

del paesaggio “sublime”: quel radicale rovesciamento di prospettiva culturale che porterà, tra l’altro,

alla invenzione dell’alta montagna e all’alpinismo.

Gli impianti eolici minacciano le dorsali appenniniche e le colline dell’Italia centro-meridionale e insulare.

Luoghi naturali tutt’altro che selvaggi. Perciò il perno del mio intervento riguarderà l’Ager: i luoghi della vita.

Cominciamo allora col collocare nella giusta prospettiva e nei giusti rapporti reciproci i termini “panorama” e

“paesaggio”; termini che spesso nell’uso corrente vengono intesi a torto come sinonimi.

Entrambi sono i precipitati di una evoluzione storica dello sguardo; perché, senza dubbio alcuno, negli spazi

naturali ciascuno di noi vede solo cosa ha imparato a vedere; vale a dire cosa la sua cultura di appartenenza

gli suggerisce di vedere. Però poi il primo – il panorama – fa riferimento esclusivamente alla dimensione

estetico/scenografica della percezione e possiede una preminente ambizione spettacolare.

Potremmo anche dire che rappresenta la cornice esteriore in cui si iscrive la forma del paesaggio.

Il paesaggio invece è molto di più. Anche nei suoi riguardi sarebbe futile negare l’importanza cruciale

della qualità estetica. Tuttavia ( cito a memoria le parole della professoressa Luisa Bonesio ) tale qualità

non può essere scissa, “come una efflorescenza senza radici”, dall’identità culturale dei luoghi.

Una identità che si è venuta formando nel tempo, attraverso la lenta sedimentazione di memorie,

saperi, attività pratiche e simboliche. Il paesaggio è, in una parola, natura che si è fatta storia.

Occorre insomma una mediazione simbolica, non priva di sottili connotazioni etiche, per far si che un

contesto naturale assurga al valore di paesaggio.

Il filosofo Joachim Ritter, una ventina di anni fa, scriveva a questo proposito che “il paesaggio è natura

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