Il DIRITTO DI RESISTENZA NEL DIBATTITO PER L’APPROVAZIONE DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

27.11.2010 15:30

 

Il 5.12.1946, la Sottocommissione, incaricata all’interno della Commissione dei 75 ( cosiddetta

dal numero dei componenti) di elaborare la prima parte della Costituzione, inserisce nel Progetto

di Costituzione, al 2° comma dell’art.50, la seguente disposizione, “Quando i pubblici poteri

violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza

all’oppressione è diritto e dovere del cittadino”.

La norma è proposta dall’On. democristiano Giuseppe Dossetti e dall’On. demolaburista

Cevolotto, che si sono ispirati ad altre Carte Costituzionali, in particolare all’art.21 della

Costituzione francese del 1946, che stabilisce: ”Qualora il governo violi la libertà ed i diritti

garantiti dalla costituzione, la resistenza, sotto ogni forma, è il più sacro dei diritti ed il più

imperioso dei doveri”.

Nel maggio 1947, quando il Progetto di Costituzione è discusso nel plenum dell’Assemblea

Costituente, alcuni Deputati, appartenenti soprattutto al Partito Liberale e al Partito

Repubblicano, pur non dichiarandosi, in linea di principio, contrari al riconoscimento

 

costituzionale del diritto di resistenza, sollevano dei dubbi sull’opportunità del suo inserimento

nella Costituzione.(3)

Nel dicembre 1947, quando si esamina l’art.50 del Progetto di Costituzione, anche i

democristiani si oppongono all’inserimento del diritto di resistenza nel testo definitivo della

Costituzione.(4) Così, quando si vota il testo dell’art.54, che ha sostituito l’art.50 del Progetto, il

diritto di resistenza è soppresso, nonostante il voto favorevole dei comunisti, dei socialisti e degli

autonomisti. Molto probabilmente sull’esito del voto influirono motivazioni di opportunità

politica ed anche una certa confusione di interpretazione tra il concetto di resistenza e quello di

rivoluzione. Invece tra i due termini c’è una profonda differenza : la rivoluzione tende al

rovesciamento del regime politico; invece, la resistenza mira alla conservazione del regime

politico (purchè sia, naturalmente, democratico) e quindi è uno strumento di garanzia per la sua

esistenza.

LA SOVRANITA’ POPOLARE FONTE DEL DIRITTO DI RESISTENZA

Secondo autorevoli costituzionalisti, anche se non è espressamente stabilito dalla nostra Carta

Costituzionale, il “diritto di resistenza all’oppressione” è implicitamente legittimato, essendo

una delle garanzie di difesa della Costituzione, in caso di violazione dei principi fondamentali in

essa stabiliti.5 Infatti, il diritto di resistenza trova la sua legittimazione nel principio della

“sovranità popolare” , sancito nell’art. 1 della nostra Costituzione 6, che quindi rappresenta la

legittimazione all’intero Ordinamento giuridico.

La “sovranità”, peraltro, è attribuita ad ogni singolo cittadino, come membro del popolo, e non

solo al popolo nel suo insieme.

Nel nostro Ordinamento giuridico, comunque, ci sono varie norme che stabiliscono la

legittimità della resistenza individuale ( cioè del singolo individuo) di fronte al provvedimento

illegittimo (anche se apparentemente legittimo) dell’Autorità e/ o al comportamento arbitrario di

un pubblico funzionario. Ricordiamo, l’art. 4 del DLL n. 288 del 1944 , che legittima la

resistenza attiva (non solo passiva) ad un pubblico ufficiale o ad un corpo politico,

3 Al riguardo l’On. liberale Condorelli afferma: ”Bisogna riconoscere che questo diritto di resistenza, che si
manifesta attraverso insurrezioni, colpi di Stato, rivoluzioni, non è un diritto, ma la stessa realtà storica…Sono fatti
logicamente anteriori al diritto”.
4 L’On. democristiano Mortati, nella sua dichiarazione di voto afferma: “Non è al principio che ci opponiamo ,ma
all’inserzione nella Costituzione di esso, e ciò perché a nostro avviso il principio stesso riveste carattere
metagiuridico e mancano nel congegno costituzionale i mezzi e le possibilità di accertare quando il cittadino eserciti
una legittima ribellione al diritto e quando invece questa sia da ritenere illegittima”
5 Al riguardo, il prof. Paolo Barile scrive: “Anche qualora il diritto positivo vietasse espressamente al resistenza,
essa sarebbe perfettamente legittima in quanto la violazione della costituzione materiale compiuta da un soggetto
legittimerebbe la conseguente violazione delle norme che vietano la resistenza da parte di un altro soggetto
interessato al mantenimento delle basi dell’ordinamento violato.” Infatti, dai lavori preparatori si ha la sensazione
che l’Assemblea Costituente non abbia voluto costituzionalizzare un tale principio, ma che non abbia neppure
voluto prendere la esplicita posizione di vietarlo”. (Il soggetto privato nella Costituzione italiana, Cedam, 1953).
6 Al riguardo, l’On. Costantino Mortati, anche lui eminente costituzionalista, nella sua dichiarazione di voto sul
2°comma dell’ art 50 del Progetto di Costituzione, afferma: ”La resistenza trae titolo di legittimazione dal principio
della sovranità popolare perché questa, basata com’è sull’adesione attiva dei cittadini ai valori consacrati nella
Costituzione, non può non abilitare quanti siano più sensibili a essi ad assumere la funzione di una loro difesa e
reintegrazione quando ciò si palesi necessario per l’insufficienza e la carenza degli organi ad essa preposti”. Inoltre,
nel suo commento all’art.1 della Costituzione, nel Commentario della Costituzione del 1975, afferma: ”Per
contestare l’ammissibilità del diritto di resistenza non vale richiamarsi alla decisione della Costituente di eliminare
la norma del progetto che lo prevedeva. In realtà dalla discussione non emergono chiaramente i motivi del rigetto,
molto contestato, ma prevalente sembra essere stata l’opinione dell’inutilità di una norma che disciplini i modi di
esercizio di un diritto che, per sua stessa natura, sfugge ad astratte predisposizioni”

 

amministrativo o giudiziario, qualora queste funzioni pubbliche siano esercitate in modo

arbitrario. Ricordiamo anche l’art.51 del Codice penale che esclude la punibilità dei fatti

compiuti nello “esercizio di un dovere” o nello “adempimento di un dovere, imposto da una

norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica Autorità” e l’art.650 del Codice Penale,

che legittima la disobbedienza contro provvedimenti non “legalmente dati” dall’Autorità ,cioè

emanati arbitrariamente e quindi illegittimi.

Per i militari, inoltre, il dovere di disobbedire all’ordine manifestamente illegittimo è previsto

dalla legge 11.7.1978 n. 382 (Norme di principio sulla disciplina militare), che all’art. 4

stabilisce: ” Il militare al quale viene impartito un ordine manifestamente rivolto contro le

istituzioni dello Stato o la cui esecuzione costituisce comunque manifestamente reato, ha il

dovere di non eseguire l’ordine e di informare al più presto i superiori”. La norma è ribadita

nell’art.25 del Regolamento di disciplina delle Forze Armate, varato con il DPR n. 545 del

1986.

Questa norma è una chiara esecuzione dell’art. 52 , 2 comma della Costituzione, che stabilisce

che “l’ordinamento delle Forze Armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”.

Allo stesso modo è perfettamente legittima la resistenza collettiva contro ordini, decisioni o

comportamenti, in contrasto con i principi incostituzionali, adottati non solo da pubblici

funzionari o dalle Autorità, ma anche da Organi Costituzionali, quali Governo e Parlamento, che

rappresentano lo Stato-apparato.

La resistenza collettiva si esercita attraverso l’esercizio dei diritti di libertà

, previsti e tutelati espressamente dalla nostra Costituzione, come il diritto di manifestazione del

pensiero (art. 21) ed il diritto di sciopero (art.40) , anche politico. (7)

In verità, l’art. 54 della Costituzione sancisce: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli

alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini, cui sono affidate le

funzioni pubbliche, hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando 

 

giuramento”.

Non si deve però confondere il dovere di fedeltà con quello di obbedienza. Sono infatti due

concetti diversi: la fedeltà alla Repubblica precede , logicamente e concettualmente, l’osservanza

delle leggi dello Stato. Pertanto, il dovere di fedeltà alla Repubblica, e quindi alla Costituzione

ed in particolare ai principi fondamentali in essa stabiliti, prevale sul dovere di obbedienza, di cui

7 Riguardo alla resistenza collettiva, il Prof. Giuliano Amato, un costituzionalista molto acuto (chiamato il “dottor
sottile” ed in seguito diventato Presidente del Consiglio dei Ministri), commentando le due sentenze di condanna
emesse dai tribunali penali di Palermo e di Catania in seguito ai gravi moti di piazza del luglio 1960 contro il
Governo dell’On. Tambroni, sostenuto dal partito di destra Movimento Sociale Italiano (peraltro i moti popolari
portarono alla caduta del Governo), nel 1961 scriveva che i poteri che sono esercitati dallo Stato-governo “ non
fanno capo originariamente ad esso, ma gli sono trasferiti, magari in via permanente, dal popolo”. Pertanto,
“l’esercizio di quei poteri deve svolgersi, per chiaro dettato costituzionale, in guisa tale da realizzare una permanete
conformità dell’azione governativa agli interessi in senso lato della collettività popolare: si che, quando tale
conformità non sia perseguita da quell’azione, è perfettamente conforme al sistema, cioè legittimo, il
comportamento del popolo sovrano che ponga fine alla situazione costituzionalmente abnorme”. Sostiene inoltre che
“ la resistenza collettiva può indirizzarsi anche contro il Parlamento” qualora la sua azione sia illegittima. Pertanto,
“potrebbe il popolo, nel mancato funzionamento dei meccanismi di garanzia predisposti all’interno dello Statogoverno,
ripristinare con altri mezzi il rispetto del suo sovrano volere, che nella Costituzione trova la sua massima
espressione”.
Inoltre, Giuliano Amato scrive nel 1962, in La sovranità popolare nell’ordinamento italiano, che in caso di non
funzionamento degli organi di controllo e di garanzia ,se cioè lo stesso Stato-apparato fosse “partecipe dell’azione
eversiva”, compiendo “atti difformi dai valori e dalle finalità fatti propri dalla coscienza collettiva ed indicati nella
Costituzione", allora sarebbe legittimo il ricorso alla resistenza, individuale o collettiva. Afferma inoltre:” ove
circostanze particolari lo impongano, come può disconoscersi al popolo, che della sovranità è titolare e che ne
controlla l’esercizio….da parte dello Stato-governo, il potere di ricondurre alla legittimità, con mezzi anche non
previsti, questo esercizio, ove irrimediabilmente se ne discosti”.

 

Quindi, in caso di contrasto delle leggi in vigore

con i principi fondamentali dell’Ordinamento Costituzionale, è sempre l’obbedienza a questi

ultimi che prevale sull’obbedienza alle leggi. Peraltro, la semplice obbedienza alle leggi non

esaurisce l’obbligo di fedeltà alle Istituzioni, che richiede un comportamento concreto in sintonia

con i principi fondamentali sanciti dalla Carta Costituzionale.

Non a caso il diritto di resistenza è stato concepito nel 1946 (quando viene inserito nell’art.50 del

Progetto di Costituzione) come collegato al dovere di fedeltà, stabilito dall’art. 54 ( già art. 50

del Progetto), anche se in un primo momento era stato collegato al principio della sovranità

popolare.

Naturalmente, la resistenza non può essere esercitata in forma violenta, perché, per difendere un

diritto fondamentale, leso dall’esercizio arbitrario di pubbliche funzioni, non si può ledere e

sacrificare altri diritti fondamentali, di pari o maggiore rilevanza, quale quello alla vita ed alla

sicurezza delle persone.( 8)

 

8 Peraltro il comportamento violento del singolo individuo è ammesso solo in alcune ipotesi espressamente previste
dal Codice penale, quali la legittima difesa e lo stato di necessità, che comunque sono valutati dal giudice con rigore

 

CONCLUSIONI

Il diritto di resistenza è sostanzialmente (ed implicitamente) accolto dalla nostra Costituzione, in

quanto rappresenta una estrinsecazione del principio della sovranità popolare, sancita dall’art. 1

della Costituzione e che quindi informa tutto il nostro Ordinamento giuridico.

La sovranità è esercitata in modo diretto attraverso i fondamentali diritti di libertà, garantiti

espressamente dalla Costituzione, ed in modo indiretto attraverso lo Stato- apparato (la Pubblica

Amministrazione), la cui attività non può comunque essere in contrasto con la sovranità

popolare. Pertanto, quando lo Stato non esprime una volontà contraria a quella del popolo,

spetta a questo ( e quindi ai cittadini, singolarmente o collettivamente) riappropriarsi della

sovranità per ripristinare la legalità ( ad esempio difendere le Istituzioni democratiche).

In pratica, quando il Governo, pur instauratosi legalmente ( con le elezioni) agisce al di fuori

della propria legittimazione (che deriva dalla sovranità popolare espressa con le elezioni), i

cittadini, che sono gli effettivi titolari della sovranità possono, anzi devono, attivarsi (appunto

con la resistenza) per ripristinare la legalità violata.

Se non fosse consentito ai cittadini di ricorrere alla resistenza, quale estremo rimedio per

ripristinare la legalità violata, il principio della sovranità popolare sarebbe di fatto privo di

significato (9). Pertanto, la resistenza dei cittadini è uno strumento fondamentale, seppure

eccezionale, di garanzia dell’Ordinamento Costituzionale, anche se non è espressamente

stabilita.

Inoltre, il dovere di fedeltà alla Costituzione, sancito dall’art.54, comporta il dovere di non

obbedire alle leggi che sono in contrasto con essa. Pertanto, quando si compiono, da parte di

qualunque Organo Costituzionale, anche il Governo o il Parlamento, atti di eversione dell’ordine

costituzionale, c’è non il diritto, ma il dovere di resistenza ( individuale o collettiva ed anche

“attiva”, purchè attuata in modo nonviolento per non ledere i diritti fondamentali di altri

individui), al fine di salvaguardare le Istituzioni democratiche.

Così, quando lo Stato-apparato realizza materialmente un’attività contraria ai principi

fondamentali della Costituzione, come ad esempio fare una guerra “offensiva” o illegittima,

quale è quella decisa al di fuori degli Organismi Internazionali, nasce il dovere di resistenza,

anche collettiva, quale “extrema ratio” per il ripristino della legalità costituzionale, e che può

essere praticata anche nella forma della disobbedienza civile, nonviolenta.

9 Al riguardo il Prof. Vezio Crisafulli, eminente costituzionalista, scrive che ,negli ordinamenti nei quali è accolto il
principio della sovranità popolare, il popolo ”è sempre in grado di far valere la propria volontà, a tutela dei propri
interessi, nei confronti di quella, eventualmente contrastante, manifestata dalla persona statale attraverso i suoi
organi”.

 

 

 

 

 

 

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