I limiti dell’eolico in Italia

12.09.2010 16:13

 

L’energia eolica viene in genere descritta come ambientalmente compatibile, adeguata a risolvere i problemi di autonomia energetica e a contribuire agli obiettivi fissati dagli accordi internazionali sul clima. Questa rappresentazione sommaria non è supportata da dati che possano essere confrontati con quelli di altre fonti di energia ma è diffusa a tal punto, in Italia e nel mondo, da trasformarsi in una sorta di pregiudizio positivo. I promotori dell’eolico pretendono che questa fonte sfugga ad ogni verifica e c’è persino chi vorrebbe impedire per legge la VIA sui singoli impianti.

Appare invece evidente che, come e più di ogni altra scelta tecnologica o industriale, le energie rinnovabili dovrebbero essere sottoposte ad una corretta analisi di costi benefici in considerazione del sistema di incentivazione di cui godono in Italia che grava sulle bollette degli utenti. Ciò vale in particolare per l’eolico che costituisce l’opzione più remunerativa per le imprese di energia, visto che, a parità di incentivi, l’investimento necessario per l’installazione di un campo eolico è notevolmente più basso di quello per un impianto fotovoltaico.

Un’analisi comprensiva dei costi esterni, cioè quei costi che ricadono sulla collettività in quanto non sono sostenuti da chi li ha generati, è lo strumento indispensabile per stabilire incentivi equi, per evitare operazioni speculative, per indirizzare gli investimenti nel modo più efficace e per evitare drammatici effetti, non previsti o sottovalutati nelle fasi decisionali e di progetto.

Ad oggi, le esternalità associate ai processi energetici, alimentati sia con combustibili fossili che con fonti rinnovabili, sono state analizzate ad un livello preliminare nell’ambito del programma di ricerca ExternE (1992-1998) e successivamente da altri progetti comunitari, riferiti a specifici aspetti (NewExt, Heart, ecc.). Ma anche questi studi risultano incompleti e inadeguati a supportare corrette scelte energetiche perché si sono limitati a valutare in termini economici i danni delle emissioni climalteranti e delle emissioni di inquinanti nocivi per la salute, per gli ecosistemi, per l’agricoltura e per i materiali degli edifici. Non hanno considerato né gli effetti naturalistici, né quelli paesaggistici che risultano ancora ignoti o sottostimati.

Al fine di sollecitare i decisori e le amministrazioni a dotarsi di strumenti idonei di valutazione, che sarebbero comunque necessari all’elaborazione della Strategia energetica annunciata dal Governo, occorre, dunque, cominciare ad identificare gli impatti finora ignorati e i principali problemi che si pongono per un corretto confronto fra sistemi di produzione, anche prescindendo da una precisa valutazione economica.

Nel caso dell’eolico, il fattore più immediato da considerare è che tale fonte di energia è intermittente e di intensità molto variabile in un paese con livello di ventosità non entusiasmante. Gli effetti sulla stabilità della rete di distribuzione dell’energia, in termini di potenza disponibile, hanno già aperto un dibattito sulle modifiche da apportare alla rete stessa e sugli investimenti che ciò comporta. Ci sono però altri aspetti importanti che derivano da questa stessa caratteristica. Il primo: se la produzione da impianti eolici è condizionata all’esistenza di centrali a combustibili fossili tenute di riserva in condizioni di standby, non è corretto che i campi eolici in quanto tali siano posti a confronto con altri impianti di produzione di energia, come se fossero autosufficienti. Un confronto esatto di costi e benefici dovrebbe essere effettuato fra sistemi di produzione di centrali a turbogas, con o senza campi eolici. Questa considerazione fa comprendere con immediatezza che la fonte eolica, allo stato attuale, è una fonte integrativa e non sostitutiva di altri impianti di produzione di elettricità. Inoltre, le centrali Turbogas utilizzate a integrazione, non possono ottimizzare il proprio funzionamento. Di conseguenza la produzione media di CO2 per kWh risulta superiore rispetto a quella di una centrale a gas a ciclo combinato utilizzata in modo continuativo e dovrebbe essere anch’essa quantificata. Tutto ciò vale anche per il solare fotovoltaico ma in misura minore, visto il maggiore grado di affidabilità delle previsioni di soleggiamento della penisola rispetto a quello della ventosità.

Un problema ulteriore concerne il consumo di materiale per la costruzione degli impianti, che è stimato essere 40-50 volte maggiore di quello per una centrale a gas per unità di energia prodotta, ed inoltre caratterizzato da una vita media di circa la metà. Questo materiale è composto essenzialmente da due componenti: acciaio e cemento, che contribuiscono entrambi, a causa della loro produzione con alto consumo di energia, alle emissioni dovute alla costruzione.

Gli impianti eolici comportano effetti negativi sulla condizione e l’assetto idrogeologico del suolo, in particolare per l’erosione dovuta ai danni alla coltre vegetazionale. Infatti, in zone delicate come i crinali montani, la costruzione di strade sufficientemente larghe per far passare veicoli adibiti al trasporto di carichi eccezionali, oltre agli effetti diretti (ad esempio, frane), può condurre ad un deterioramento dell’habitat ed avere effetti indiretti sulla produzione vegetale di terreni agricoli adiacenti e sulla sopravivenza delle specie vegetali native. Inoltre, la costruzione dei basamenti per le torri, profondi oltre 20 metri e capaci di assorbire 1000 tonnellate di cemento, può interferire sulla quantità e qualità delle acque superficiali e sotterranee. Il terreno occupato viene sottratto ad altri usi, compresi quelli, come la forestazione, che comportano l’assorbimento di considerevoli quantità di CO2. Questi effetti possono essere particolarmente gravi nel caso di aree naturali protette adiacenti o relativamente vicine alla zona ove sorgono gli impianti.

Gli effetti sull’avifauna possono essere seri a causa della natura stessa degli impianti che sono spesso situati lungo percorsi migratori. Gli uccelli possono rimanere uccisi dalle pale oppure, a causa del rumore e della visione, sono indotti ad allontanarsi dagli impianti sconvolgendo i percorsi naturali delle proprie specie.

E’ stato registrato un effetto specifico in termini di rumore, dannoso sia per la fauna che per gli esseri umani. La dove un parco eolico sorga nelle vicinanze di centri abitati, esso può determinare un danno economico rilevante legato all’abbassamento del valore immobiliare delle residenze e degli insediamenti turistici.

Infine, l’impatto paesaggistico è sia visuale che ecologico in quanto può turbare l’equilibrio raggiunto nel corso di millenni di interazione fra la natura e le attività umane. Da un punto di vista naturalistico, quello di “landscape” è il livello piùcomplesso (multi-ecosistemico) di biodiversità. E’ da tener presente che le caratteristiche geografiche e orografiche del territorio nazionale rendono più facile il posizionamento lineare “a serpentone” degli aerogeneratori, determinando un deteriore effetto sbarramento. Il valore del paesaggio può essere in buona parte intangibile ma, ancorchè inestimabile, può presentare aspetti economici collegati alla fruizione turistica ed escursionistica nonché alla conservazione ed uso sostenibile della biodiversità. Pur scontando la difficoltà di stimare adeguatamente, in termini monetari, tutti i danni ad un patrimonio indisponibile, si può supporre che persino l’applicazione di tecniche parziali, come la disponibilità a pagare per evitare questo tipo di danno o la valutazione del calo del valore degli immobili circostanti, possa comportare la stima di esternalità non trascurabili.

Tuttavia, l’impatto paesaggistico rimane l’aspetto più discusso perché la bellezza è un concetto arbitrario e vi è chi sostiene che le pale eoliche possano integrare il paesaggio in modo gradevole. Ma la raccolta e il confronto sistematico di dati quantitativi può aiutarci a ricondurre anche un giudizio estetico soggettivo a criteri oggettivi. Infatti, se consideriamo l’altezza delle torri in rapporto alle case di un antico paese collinare o il numero di torri necessarie a generare una quantità significativa di energia e le superfici occupate, il discorso cambia.

Ad esempio, un tipico parco eolico da 10 MW richiede 10 torri e circa 20 ettari di superficie, a fronte di una centrale a gas da 400 MW che occupa circa 5 ettari. Se consideriamo la media delle ore di funzionamento degli impianti eolici (circa 1.800 l’anno) scopriamo che per generare con l’eolico la stessa quantità di energia elettrica della centrale a gas (3.200.000 MW/anno), occorrerebbero 1.770 torri da 1 MW l’una, occupando circa 3.540 ettari. Se ai fini dell’obiettivo europeo, (20% dei consumi finali di energia da fonti rinnovabili), fosse utilizzato tutto il potenziale teorico stimato per l’eolico al 2020 dal Governo (12.000 MW), come purtroppo è prevedibile, questo sviluppo contribuirebbe per meno del 10% dell’obiettivo (circa 2 Mtep su 24 Mtep previsti da fonti rinnovabili), ma nello stesso tempo le torri installate sul territorio nazionale sarebbero ben 12.000 impegnando 24.000 ettari delle superfici fra le più suggestive del paese (24.000 mila ettari, ovvero 240 km2, sono pari a 32.000 campi di calcio).

In conclusione, una raccolta sistematica di dati indica che l’eolico, oltre ad un fortissimo effetto paesaggistico, induce anche altri impatti negativi, con conseguenti costi esterni che andrebbero attentamente stimati e tenuti in considerazione all’atto delle scelte sulla strategia energetica del Paese.

 

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