Gomorra di Saviano è un'impostura.L'analisi attenta di Sebastiano Gulisano .

17.08.2010 15:15

Qualcuno ricorderà la mia difesa di Roberto Saviano dopo l'uscita del saggio di Alessandro Dal Lago Eroi di carta, una difesa di principio, ché «su Saviano e sul "savianismo" ho molti dubbi, non dissimili da alcuni attribuiti ad Alessandro Dal Lago», ma il giovane scrittore rischia la vita e, dunque, lo si può solo sostenere. Altri ricorderanno come, in seguito, tale posizione sia stata incrinata da fatti di cronaca e da confronti con amici. Nonché da una prima lettura diGomorra. A cui sono seguite una seconda e una terza lettura integrali, più vari ripassi di singoli capitoli. Inoltre, ho anche letto il saggio di Dal Lago.

 

Chiarisco, a scanso di equivoci, che di letteratura e di critica letteraria capisco poco o nulla, il mio bagaglio culturale, specie in fatto di critica, è inesistente: ho il diploma di un istituto tecnico e nessuna laurea; nessuna formazione umanistica, manco di striscio. Sì, ho letto qualche classico e persino qualcosa di filosofia, in gioventù; negli ultimi trent'anni ho letto più saggi storici che narrativa, più trattati sulle mafie che classici della letteratura, più atti giudiziari che libri di Calvino o poesie di Montale, più relazioni dell'Antimafia che racconti. Poi tanti fumetti e, negli ultimi dieci anni, un'abbondante scorpacciata di letteratura di genere. A Dal Lago si drizzerebbero i capelli in testa se vedesse la parte non specialistica della mia libreria. Insomma, non sono un letterato e lo si capisce agevolmente da come scrivo: la mia non è una scrittura "alta": grazie al mestiere di giornalista ho imparato a raccontare storie in maniera fluida, ordinata e lineare. Tutto qui.

Sulle mafie però ho letto tanto, specie su Cosa Nostra siciliana, e, anche se potrei sembrare presuntuoso, ritengo di conoscerla abbastanza bene. Certamente meglio di Saviano. Così come lui dovrebbe sapere più di me di camorra, anzi di «Sistema», ché «camorra è una parola inesistente, da sbirro. Usata – ci spiega a pagina 48 – dai magistrati e dai giornalisti, dagli sceneggiatori.  È una parola che fa sorridere gli affiliati, è un'indicazione generica, un termine da studiosi, relegato alla dimensione storica».

 

Gomorra l'ho comprato nell'estate del 2006, dopo una discussione con un amico che lo aveva letto e ne era rimasto particolarmente colpito. Mentre si parlava, affermò che la camorra, anzi il «Sistema» era il principale trafficante italiano di cocaina, obiettai che era la 'ndrangheta a detenere tale primato e lui, in risposta, mi guardò con severità; chiarii che lo sostenevano Dia e Dna, mi guardò storto. Tacqui. L'avevo scordato, tale antefatto. Mi è tornato in mente leggendo Dal Lago, quando sottolinea che per i sostenitori di Saviano «è vero perché lo dice lui!». Di recente ho fatto un ripasso delle relazioni della Dia al Parlamento dal 1998 al 2009 e, in quella relativa al 2006, anno di pubblicazione diGomorra, la 'ndrangheta viene definita «monopolista in Europa» del traffico di cocaina. C'è da chiarire che sebbene, come vedremo, Saviano abbia la tendenza a fare svettare la camorra sulle altre mafie, falsando la realtà, nel caso del traffico di coca non le attribuisce mai esplicitamente il primato, lo lascia ripetutamente intendere: è il lettore, come il mio amico, a pervenire a tale conclusione.

Sul finire dell'estate del 2006 avevo iniziato a leggerlo, il romanzo di Saviano, ma l'ho richiuso dopo poche pagine per eccesso di "effetti speciali". Dopo la nota sugli eretici dell'anti-anticamorra mi sono imposto di leggerlo, quel romanzo. Già, ché per me era un romanzo. Un romanzo sulla camorra. E siccome era un romanzo, al contrario di Dal Lago, non m'ha indignato vedere piovere sulla banchina del porto di Napoli i cinesi che «non muoiono mai», ché da circa un decennio me li ritrovavo continuamente "serviti" nel pollo con le mandorle (al posto del pollo) e saperli in capienti container che li riportavano nella madrepatria per una degna sepoltura m'ha fatto rivalutare i cinesi e riconciliare con la loro cucina. Al contrario di Dal Lago, non penso che la storia dei cinesi che «non muoiono mai» sia una leggenda metropolitana: la prima volta che ne sentii parlare fu da una collega, oltre dieci anni fa: stava facendo un'inchiesta sulla Chinatown romana e in questura le raccontarono dell'«immortalità» dei cinesi, e siccome non penso che volessero prenderla in giro devo supporre che la storia fosse vera. Altri colleghi, in altre città, dopo essere stati in altre questure, hanno scritto le stesse cose. Dunque: o in molte questure d'Italia è scattato il passaparola con l'intenzione di raggirare i giornalisti e diffamare i cinesi o la storia è vera. Poi è arrivata la narrativa e ce li ha serviti con le mandorle. La variante di Saviano l'ho catalogata come immaginazione ché, per quanto di letteratura ci capisca poco o nulla, ritengo che l'immaginazione sia una delle sue componenti.

Confesso di avere riso quando ho letto con che facilità il protagonista del romanzo fosse entrato nelle grazie di Xian-Nino, il mafioso cinese che se lo porta in tournée mentre deve sbrigare i propri affari, rendendolo partecipe dei propri traffici, iniziandolo alla conoscenza del Sistema dal "di dentro". Ma ho letto tanti di quei fumetti che anche questa, sebbene inverosimile, l'ho digerita senza particolare difficoltà. Allo stesso modo, ho riso ogni volta che il protagonista, grazie all'intraprendenza o all'"invisibilità", riusciva ad infiltrarsi qua e là e ad assistere a riti che può avere immaginato ma non certo avere vissuto (Pikachu e Kit Kat che lo introducono ai segreti delle paranze; la vicenda dei Visitors; l'incontro, ad Abardeen, col camorrista scozzese). Quando il camionista Pasquale, già «miglior sarto sulla terra», lo salva dai Visitors materializzandosi col suo camion, m'è tornato in mente un racconto di Riccardo Orioles che pubblicammo su I Siciliani nell'86: una storia d'avventure caraibiche, col protagonista-eroe e la sua bella che, quando la storia si avvia verso la conclusione, sono gettati in mare dai pirati e destinati a morte sicura, ma lo scrittore decide di salvarli e lo motiva così: l'autore sono io e m'invento quel che mi pare. Ecco: Pasquale che salva il protagonista di Gomorra (già dentro una situazione di per sé inverosimile: gli spacciatori che testano il taglio dell'eroina sui tossicomani e considerano parte del paesaggio il nostro eroe) a me sa tanto di «l'autore sono io e m'invento quel che mi pare», con la differenza che Saviano non lo dice, altrimenti l'editore, nel risvolto di copertina, non avrebbe potuto scrivere che si tratta di «un libro scrupolosamente documentato». E il lettore, magari, si sarebbe immedesimato un po' meno essendogli chiaro di avere in mano un fumettone e non «un libro in cui il giovanissimo autore è sempre coinvolto in prima persona».

Questa storia dell'immedesimazione me ne ha rievocato una di quand'ero giovane. Avrò avuto 25anni ed ero andato all'arena estiva del mio paese a guardare un film horror incompagnia di mio fratello quindicenne: nei momenti di più alta tensione, io sussultavo e lui rideva; davanti alle scene più orrorifiche, io mi coprivo gli occhi e lui sghignazzava. Tornati a casa, gli chiesi come mai ridesse e lui, candidamente, mi rispose che era tutta finzione e che a lui, quelle sequenze, gli facevano venire da ridere. Insomma, mio fratello, che per dovere era arrivato fino alla terza media, si nutriva di cartoni animati giapponesi e fumetti, aveva sviluppato una sua "grammatica" del cinema (o di quel tipo di film) e, pur immedesimandosi, come me, manifestava il suo coinvolgimento in maniera opposta alla mia.

Si dà il caso che negli ultimi trent'anni, progressivamente, abbia sviluppato una mia "grammatica" dei fenomeni mafiosi e quando il libro comincia a essere condito di confronti con Cosa Nostra e 'ndrangheta comincio a irritarmi, a indignarmi: più vado avanti nella lettura, più irritazione e indignazione aumentano; così come mi indigno quando racconta – anzi non racconta – il rapporto fra camorra/Sistema e politica.

 

Camorra, Cosa Nostra e politica.

Dopo alcune considerazioni opinabili su mafia, camorra e 'ndrangheta, a pagina 55 ho avuto un sussulto leggendo: «Nel cono d'ombra dell'attenzione data perennemente a Cosa Nostra, nell'attenzione ossessiva riservata alle bombe della mafia, la camorra ha trovato la giusta distrazione mediatica per risultare praticamente sconosciuta». Attenzione ossessiva. Mi torna in mente che è giovane, ha pubblicato a 27 anni e, sebbene con un po' di stizza, gli passo anche questa sberla alla storia d'Italia. Due pagine più avanti ne trovo un'altra che non mi suona: «I clan di camorra non hanno bisogno dei politici come i gruppi mafiosi siciliani, sono i politici che hanno estrema necessità del Sistema» (È «in provincia, nei paesi» che tale «bisogno» si traduce in «alleanze tra politici e famiglie camorriste»). Comincio a pensare che il giovane si sia preso un po' troppe libertà, a proposito di chi ha bisogni di chi. Storco il naso. Dal mio bagaglio di conoscenze, risulta che le mafie siano tali e più temibili della normale criminalità organizzata proprio per via del rapporto con la politica. Della necessità del rapporto con la politica. Mi tocca prendere atto, invece, che ciò sarà vero per le altre mafie, non per la camorra. Finché non arrivo a pagina 209:

«Una delle dichiarazioni che più mi avevano sconvolto sui mafiosi siciliani l'aveva rilasciata Carmine Schiavone, pentito del clan del Casalesi, in un'intervista del 2005. Parlava di Cosa Nostra come di un'organizzazione schiava dei politici, incapace di ragionare intermini di affari, come invece facevano i camorristi casertani. Per Schiavone la mafia voleva porsi come anti-Stato, e questo non era un discorso da imprenditori. Non esiste il paradigma Stato-anti Stato ma solo un territorio in cui si fanno affari: con, attraverso e senza lo Stato: "Noi vivevamo con lo Stato che c'era, solo che noi avevamo una filosofia diversa dai siciliani. Mentre Riina usciva da un isolamento isolano, da montagna, vecchio pecoraio insomma, noi avevamo superato questi limiti, noi volevamo vivere con lo Stato. Se qualcuno nello Stato ci faceva ostruzionismo, ne trovavamo un altro disposto a favorirci. Se era un politico non lo votavamo, se era un uomo delle istituzioni si trovava un modo per aggirare"».

Ora, al di là della palese contraddizione con quanto Saviano aveva scritto a pagina 57, mi chiedo cosa abbia «sconvolto» il protagonista di Gomorra: l'asserzione che vorrebbe Cosa Nostra «schiava dei politici» o quella che la vorrebbe «anti-Stato»? È evidente che le due cose sono fra loro antitetiche, tranne che vogliamo considerarlo un azzardato ossimoro e dedurre che i politici che «schiavizzano» Cosa Nostra sono anch'essi «anti-Stato». Ma veniamo alle affermazioni attribuite al pentito Schiavone, così ci è chiaro quanto questi conosca i mafiosi siciliani e il loro essere«schiavi dei politici». Mi limito a citare due fatti storici universalmente noti, così mi evito di virgolettare e di citare le fonti. All'inizio del 1980, dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella, Giulio Andreotti – non un consigliere comunale, un sindaco, un deputato, no: Giulio Andreotti – andò a protestare con Stefano Bontate ma il boss lo mise a posto chiarendogli che, se non facevano ciò che volevano i mafiosi, Andreotti e la Dc potevano scordarsi i loro voti. L'episodio, per i giudici che hanno processato il sette volte presidente del consiglio, rappresenta una sorta di spartiacque tra il "prima" e il "dopo", cioè fra quando il più longevo uomo politico italiano era a disposizione di Cosa Nostra e quando ne avrebbe preso le distanze.

Il secondo fatto risale a sette anni dopo, cioè a quando i Corleonesi avevano già spazzato via i palermitani ed erano padroni indiscussi di Cosa Nostra. Elezioni politiche del 1987. I boss non sono soddisfatti del rapporto con la Dc e decidono di mandare un "messaggio" al partito di Andreotti, spostando i voti verso il Psi di Craxi e Martelli e il Partito Radicale di Pannella. Cose del genere sono possibili poiché «il governo del territorio, tipico del metodo di governo mafioso, significa anche condizionamento del potere politico; con tutte le conseguenze elettorali immaginabili». Parola di Giovanni Falcone (Cose di Cosa Nostra, pag. 165). Fin qui il rapporto di «schiavitù».

Quanto al suo presunto essere «anti-Stato», potrei liquidarlo dicendo che è una barzelletta, ma mi limito a riportare un'altra considerazione di Falcone (tratta dallo stesso libro, pag.170) che, sebbene precedente alle stragi del 1992-1993, ritengo sempre attuale: «Non pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non si siano alleati a Cosa Nostra – per un'evidente convergenza di interessi – nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi». L'attualità di tale dichiarazione – che sarebbe stata più esatta se le alleanze coi boss le avesse attribuite a gruppi politici, economici e finanziari – trova riscontro nelle inchieste sui cosiddetti mandanti esterni alle stragi degli anni 90.

Poi c'è l'aspetto imprenditoriale. I criminali siciliani non sono come quelli campani – «Non sono gli affari che i camorristi inseguono, sono gli affari che inseguono i camorristi», scrive Saviano a pagina 128 – ma nel loro piccolo non se la cavano male: a metà degli anni 80, grazie al massone Angelo Siino (poi collaboratore di giustizia), i Corleonesi si siedono al "tavolino" degli appalti, cioè la spartizione pilotata di tutti i lavori pubblici siciliani; le imprese dei boss partecipano da comprimarie a tale spartizione, insieme a uomini politici di governo, imprenditori di grido, progettisti e funzionari pubblici. Inoltre, grazie alla forza intimidatrice, fungono da regolatori del sistema. Anche questa è storia. Con buona pace di Schiavone e di Saviano.

 

Il mito dei Casalesi.

Non intendo star qui araccontarvi e a confutare in maniera puntuale tutte le fesserie che Roberto Saviano scrive a proposito del presunto rapporto di «soggezione» (pag. 209) di Cosa Nostra nei confronti della camorra in generale e dei Casalesi in particolare, ché mi ci vorrebbe un libro grande almeno quanto il suo: e, comunque, chiunque può agevolmente rendersi conto di tali falsità leggendo qualche relazione della Commissione Antimafia, qualche libro di Isaia Sales e/o di Francesco Barbagallo (i massimi studiosi italiani della camorra), che inquadrano, documenti alla mano, l'evoluzione storica dei fenomeni camorristi e il loro relazionarsi con le altre mafie (e con la politica), specie con Cosa Nostra siciliana a cui il gotha delle organizzazioni criminali campane è stato affiliato (leggasi: subordinato) fin dagli anni 70, incluso il capostipite dei Casalesi, Antonio Bardellino. Ed è questo il motivo, ad esempio, per cui la struttura organizzativa piramidale dei Casalesi è simile a quella della mafia siciliana.

L'unica cosa apparentemente vera che Saviano scrive a proposito dei rapporto fra mafia e camorra è che i Nuvoletta facevano parte della cupola di Cosa Nostra. Lo dichiara Buscetta a Falcone, ma poi, rendendosi conto di averla sparata grossa, la ridimensiona e dice che erano rappresentati nella cupola dal boss palermitano Michele Greco (cioè, non ne facevano parte; ma questo Saviano si guarda bene dal dirlo). Le indagini di polizia e carabinieri, fin dal 1973, documentano gli stretti rapporti fra Corleonesi e clan Nuvoletta, in relazione al traffico di tabacchi. È a partire da quegli anni che, progressivamente, i Nuvoletta, gli Zaza, i Bardellino e tanti altri camorristi sono affiliati a Cosa Nostra. Dal maxiprocesso istruito dal pool guidato dal consigliere istruttore Antonino Caponnetto in poi ci sono montagne di atti processuali a raccontare tale rapporto, che Saviano falsa sapendo di falsare.

Buscetta, dicevo. Senza volere sminuire il fondamentale apporto di conoscenza del «boss dei due mondi», bisogna avere presente che c'è stato un "Buscetta 1" e un"Buscetta 2". Il primo è quello che, collaborando con Falcone, svela la struttura mafiosa, ricostruisce ruoli e funzioni, affari e crimini, squarcia zone d'ombra, è costretto a parlare dei potenti esattori Salvo (c'erano delle intercettazioni a testimoniarne i legami); sovraccarica le responsabilità dei Corleonesi (che gli avevano sterminato il parentado) e dei loro alleati, mentre sminuisce quello suo e dei suoi amici e sodali. Il secondo è quello che, dopo le stragi, deve a correggere le dichiarazioni minimaliste sui suoi compari per potere parlare di Lima, Andreotti e altre «entità».

Le dichiarazioni del "Buscetta 1" hanno ricadute anche sui camorristi mafiosi, così i Nuvoletta, alleati degli odiati Corleonesi, svettano fin quasi a sedere nella cupola, mentre della famiglia di Antonio Bardellino «non saprei collocare l'ubicazione», ché Bardellino era amico suo e del suo sodale Badalamenti e bisognava essere vaghi. Invece, Buscetta e Bardellino si conoscevano così bene che, in Brasile, dove entrambi si erano rifugiati per sfuggire al piombo dei Corleonesi, abitavano in due ville confinanti.

 

Sono un appassionato lettore di noir, in cima alle mie preferenze c'è James Ellroy, uno che il genere percorso da Saviano l'ha forse inventato (American tabloid, sull'omicidio Kennedy, ad esempio), seguito dal francese Jean-Claude Izzo; in Italia, amo particolarmente Giancarlo De Cataldo e Massimo Carlotto. Prendiamo il De Cataldo diRomanzo criminale e del suo sequel letterario, Nelle mani giuste. Cosa fa ilgiudice-scrittore in questi due romanzi? Ci racconta il Potere italiano, gli intrecci fra Potere e criminalità mafiosa; nel primo usando la storia della Banda della Magliana come filo conduttore, nel secondo la mafia e la stagione delle stragi. Nell'uno e nell'altro caso, non sai cos'è reale e cos'è inventato (se non conosci molto bene i fatti): siamo di fronte a romanzi dove tutti i protagonisti, reali o fittizi che siano, hanno nomi inventati (lo stesso fa Carlotto, mentre Ellroy mischia con grande maestria nomi veri con nomi e personaggi inventati ma realistici) e non accade mai che fatti acclarati siano sostituiti da balle che capovolgono la realtà perché sono funzionali al racconto. In Gomorra, invece, ciò accade svariate volte. A Saviano non basta raccontare il Sistema (ma parafrasando La camorra, le camorre di Isaia Sales, sarebbe più corretto parlare di Sistemi), non gli basta raccontarlo e farlo assurgere a Mito (come gli americani sono bravissimi a fare: dal Padrino aiSopranos), Saviano costruisce il Mito, lo gonfia, lo esalta, lo fa svettare, fa diventare i Casalesi la più potente organizzazione criminale d'Italia e fra le più potenti del pianeta, fino a darti l'impressione che, senza i Casalesi, forse non ci sarebbero più guerre: «Il cartello dei Casalesi è in assoluto il gruppo imprenditorial-criminale capace di fornire sul piano internazionale referenti non solo di gruppi, ma di interi eserciti», ci dice alle pagine 203-204, mentre a quella successiva ci rende edotti che «prima di entrare nel fuoco della guerra, Arkan ha interpellato la camorra. Le guerre, dal Sud America ai Balani, si fanno con gli artigli delle famiglie campane». Basterebbe, dunque, spuntare «gli artigli» e avremmo risolto una delle principali tragedie del pianeta, la guerra.

Non solo. Gomorra è infarcito di continui confronti fra la camorra e i Casalesi con Cosa Nostra e i Corleonesi, ridicolizzando i siciliani, infilandoli anche dove non c'entrano un bel niente (vedi vicenda di Nino Manfredi, a pagina 290). È un crescendo impressionante, che si apre con Giovanni Brusca convocato a Marano «come si chiama un idraulico» (pagina 62), prosegue con Totò Riina che «implora» Nuvoletta (idem), s'impenna con «l'ossessione alla tregua» di Cosa Nostra, contrapposta alla filosofia camorrista delle armi come «estensione diretta delle dinamiche di assestamento dei capitali e dei territori» (pagina 202). Qui la differenza la fa «l'ossessione», lo stesso sostantivo usato nella parte iniziale del libro per bollare la necessità dei mezzi d'informazione di comprendere e riuscire a spiegare cosa stesse succedendo in Italia nel biennio '92-'93. Ossessione. Come quella che mostra Saviano nel gonfiare come lo Zeppelin il Mito dei Casalesi, fino alla definitiva messa in ridicolo dei boss corleonesi e dei mafiosi siciliani in genere che raggiunge il suo apice alle pagine 207-209: «Corleone, in confronto a Casal di Principe, è una città progettata da Walt Disney», ci informa. E non sta parlando di urbanistica ma di spessore criminale. Infatti: «Cosa Nostra ha avuto nei confronti dei Casalesi sempre una sorta di rispetto e soggezione»; «I mafiosi siciliani si devono inginocchiare davanti ai Casalesi e succhiare. Solo questo devono fare, zucare tutto e basta».

Ogni commento è superfluo.

 

Operazione Albanova.

Lo Zeppelin Casalese ha bisogno di essere mondato dal peccato originario e, nel 1928, ci pensa Benito Mussolini a estirpare «questo marchio di provenienza, questa aura criminale», «col ferro e col fuoco», ché «camorristi si diventa, ma casalesi si nasce». E l'unico modo per cancellare quel «marchio», quella «aura» era cambiare nome a Casal di Principe, che, unificato con San Cipriano d'Aversa «per inaugurare una nuova alba di giustizia», è diventato Albanova.

Purtroppo con l'avvento della Repubblica, fu ripristinata la separazione amministrativa, «marchio» e «aura» tornarono a fornire ossigeno allo Zeppelin e «del nome Albanova non rimane che la stazione rugginosa di Casale» (pagina 206).

A Casal di Principe ci sono stato due volte: quattro giorni nel 2001, a un campo di Libera, l'associazione di associazioni fondata da don Luigi Ciotti; altri quattro giorni lo scorso maggio. In entrambe le occasioni, percorrendo il corso principale, non ho mai capito dove fosse il confine tra Casale e San Cipriano: non c'è nulla a indicarlo; o, se c'è, non l'ho visto (è possibile). In ogni caso, la continuità è impressionante: i due comuni sono un unico centro urbano di circa 40mila abitanti. Proprio come Riposto, il mio paese, e Giarre (in Sicilia, tra Catania, Taormina e l'Etna), collegati dal corso Italia, la strada principale lastricata di basalto lavico che sale dal mare verso «a Muntagna». Giarre e Riposto non avevano né «marchi» né «aure» da celare ma, proprio come Casale e San Cipriano, sono un unico centro urbano e, come i due comuni casertani (allora Terra del Lavoro), nel 1939 furono uniti per decreto in un'unica città chiamata Jonia. Nello stesso periodo, analoghe unificazioni avvennero in altre parti d'Italia: ufficialmente erano provvedimenti dettati da necessità di razionalizzazione urbanistico-amministrative, ma in realtà servivano a occultare l'"operazioneAlbanova", a cancellare le tracce dello Zeppelin, a riabilitare fino in fondo i casalesi, quelli senza «aura», quelli con la "c" minuscola, quelli col solo «marchio» d'infamia.

Non so se e quanto sia vero – mi pare verosimile – ma sembrerebbe che, prima del boom,Gomorra fosse una lettura di culto degli ambienti camorristi: lo racconta Alessandro Dal Lago in Eroi di carta. È certo, invece, che Saviano ha scritto una "cosa" (chiamarla romanzo sarebbe offensivo persino per il più scalcinato dei romanzi) che stravolge la realtà, falsandola grossolanamente, e gonfia a dismisura un Mito che non aveva certo bisogno di essere infarcito di panzane per essere ben raccontato in letteratura; l'ufficio stampa dei Casalesi – qualora ne avessero uno – non avrebbe potuto fare di meglio.

Alla fine, un interrogativo sorge spontaneo: perché?

***

Colonna sonora: Cronache di Napoli di Daniele Sepe, dal cd Fessbuk.

***

Ora posso andarmene in vacanza.

Sebastiano Gulisano

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