Gladiatori della Casta. Dalla P4 ai depistaggi sulle stragi di mafia, quando negli scandali spunta il nome di qualche alto ufficiale delle forze dell’ordine, finisce tutto in una bolla di sapone. Con il plauso dei politici

27.08.2011 18:07

 

Gladiatori della Casta

di Edoardo Montolli (dal mensile IL, in allegato al Sole 24Ore, settembre 2011) 

Dalla P4 ai depistaggi sulle stragi di mafia, quando negli scandali spunta il nome di qualche alto ufficiale delle forze dell’ordine, finisce tutto in una bolla di sapone. Con il plauso dei politici

Che prendano il nome dal dio del mare, come Poseidone, o siano contrassegnate da una domanda qualunque in inglese, Why Not, che si fregino di un logo matematico– esoterico come P4 (1) o di un sostantivo volgare come cricca, finiscono tutte allo stesso modo, ossia in un pugno di mosche, le indagini degli ultimi anni che stanno bersagliando decine e decine di generali e alti ufficiali della Finanza, dei Carabinieri, della Polizia e dei Servizi. Non tutti sono indagati: molti figurano come semplici testimoni, altri anche solo come protagonisti di singoli episodi di valore più morale che penale: per esempio, salta fuori ora che il generale Adriano Santini, per diventare direttore dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna, il controspionaggio), si è fatto accompagnare da Luigi Bisignani fino dal presidente del Comitato di controllo parlamentare dei servizi Massimo D’Alema.

Di Bisignani, del resto, un’informativa delle Fiamme gialle recita: «Chiedono ripetutamente un appuntamento o di interloquire anche solo telefonicamente con Bisignani alti ufficiali dell’Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza nonché prefetti della Repubblica». Certo, non è reato cercare di farsi delle amicizie, ma la ragione per cui militari che hanno giurato fedeltà allo Stato facciano la coda per incontrare un soggetto che è pregiudicato per la più grossa mazzetta della Prima repubblica, la maxitangente Enimont, che figurava nella lista P2 al fascicolo 203, e che peraltro non ricopre nemmeno incarichi istituzionali, è sospetta. Oggi come oggi sembra che la questione morale non sfiori nemmeno più le forze dell’ordine, ma a mettere in fila tutte le inchieste nelle cui maglie sono finiti tanti generali e ufficiali si scopre che nessuno ha mai subito contraccolpi di carriera né in caso di avvio di indagini poi terminate con l’archiviazione o l’assoluzione, né, tantomeno, in caso di condanne non definitive. Che si tratti di Gdf, carabinieri, polizia o di 007.

Nella Guardia di finanza gli ultimi in ordine di tempo a essere stati inquisiti sono il generale Vito Bardi e il generale Michele Adinolfi, recente protagonista del caso Milanese-Tremonti: indagati per favoreggiamento e rivelazione del segreto istruttorio all’interno dell’inchiesta P4 e ora trasferiti. Il primo a ispettore per gli istituti di istruzione e il secondo (appena promosso su proposta di Giulio Tremonti da generale di Divisione a generale di Corpo d’armata) dal 15 settembre assumerà l’incarico di comandante interregionale a Firenze. Adinolfi addirittura, capo di Stato Maggiore (che non risulta agli atti un conoscente di Bisignani), pare sia il più decorato tra le Fiamme gialle. Una carriera sfavillante, appena sfiorata da qualche piccolo incidente di percorso, come la sua testimonianza del 31 marzo 1995 al processo contro l’ex funzionario del Sisde Bruno Contrada. Adinolfi fu sentito a proposito della fuga in Svizzera dell’imprenditore bresciano Oliviero Tognoli, sparito il giorno stesso in cui dovevano arrestarlo nell’operazione Pizza Connection, prima di costituirsi nel 1989. Adinolfi, all’epoca dei fatti maggiore, era consulente esterno della Commissione parlamentare antimafia, e fu indagato con altri dieci (tra cui l’ex generale Mario Mori) per falsa testimonianza. L’indagine è stata archiviata per tutti su richiesta della stessa Procura di Palermo nel luglio del 2000.

Un anno prima era ormai diventato colonnello, vicepresidente del Cocer delle Fiamme gialle e comandante del gruppo della Guardia di finanza di Catania. Allora finì nel mirino dei pm milanesi, che pensavano che un imprenditore, tale Natale Sartori, avesse costituito al Nord una sorta di filiale di Cosa nostra dedita al narcotraffico, alle false fatturazioni, alla tutela dei latitanti e in particolare alla costruzione di una rete di rapporti con ufficiali di polizia giudiziaria, politici e altre personalità. Il tutto con la regia dell’ex stalliere di Arcore Vittorio Mangano. Adinolfi era apparso nelle intercettazioni come la «maniglia grande»: l’uomo che avrebbe dovuto aiutare Sartori a salvare le sue aziende da un controllo delle Fiamme gialle. Il numero dell’ufficiale era sulle agende di Marcello Dell’Utri. Anche in quel caso l’inchiesta finì archiviata: a Milano non c’era stata alcuna filiale di Cosa nostra. Emerse solo che Adinolfi aveva semplicemente messo in contatto l’imprenditore con un commercialista.

Passarono gli anni e, diventato generale, Adinolfi entrò tra i fedelissimi del generale Roberto Speciale, che lo portò al comando della Regione Lazio, poco prima di passare il timone a Cosimo D’Arrigo in seguito a un’accesa polemica con il ministro Vincenzo Visco. Correva la primavera del 2007 e in Calabria De Magistris apriva l’inchiesta Why Not: il nome di Adinolfi spuntò di nuovo, non tra gli indagati, ma tra coloro che risultavano in rapporti di grande amicizia con il principale inquisito, il veterinario leader della Compagnia delle opere per il Sud Italia, Antonio Saladino. E l’allora poliziotto e consulente del pm, Gioacchino Genchi, doveva relazionare al magistrato anche sui rapporti di Adinolfi con un altro indagato (e poi archiviato): il costruttore fiorentino Valerio Carducci, lo stesso imprenditore da cui prenderà poi il via l’inchiesta sulla “cricca” e che ritorna oggi come testimone  nell’indagine P4 sul magistrato e deputato Alfonso Papa. Genchi avrebbe dovuto far rapporto al pm anche sulle telefonate tra Adinolfi e il professor Giancarlo Elia Valori (non indagato), all’epoca leader degli industriali del Lazio, uomo dalle ramificatissime relazioni istituzionali e risultato l’unico espulso dalla loggia P2 (a cui ha sempre negato di essere appartenuto). Ma poi De Magistris fu trasferito, Genchi revocato da consulente, e di quelle chiamate resta traccia solo nelle memorie difensive dell’ex poliziotto indagato dalla Procura di Roma (2).

Il 12 gennaio 2009 Adinolfi diventava capo di Stato Maggiore, prendendo il posto del generale Paolo Poletti, promosso a vicedirettore dell’Aisi. E proprio Poletti, che ora è stato chiamato come teste per raccontare dei suoi rapporti con Alfonso Papa nell’inchiesta P4, all’epoca di Why Not fu indagato. Lo tirò in ballo la testimone chiave del procedimento, Caterina Merante, parlando di un archivio documentale della Finanza che sarebbe dovuto transitare nella gestione di una società di Saladino, cosa che poi non accadde. E il numero del suo interno al Comando generale risultava nell’agenda di Valerio Carducci alla voce “Poletti”. Quando la versione della Merante divenne nota, Poletti era già stato nominato da Speciale Capo di Stato maggiore. Ci fu un discreto scandalo, ma la sua posizione fu presto archiviata. Archiviata come quella di un altro generale delle Fiamme gialle, già a capo dell’intelligence, Walter Cretella Lombardo, uscito indenne da una vera bufera giudiziaria in Calabria. Il suo nome emerse la prima volta quando, nell’ambito dell’indagine Poseidone, fecero una perquisizione a casa di un ingegnere e funzionario Anas, Giovanbattista Papello, responsabile unico per l’emergenza ambientale in Calabria. Papello non c’era. Ma a casa i carabinieri gli trovarono un grembiulino massonico, documenti di trasporto di una partita di diamanti, e le trascrizioni di presunte intercettazioni illegali avvenute il 15 novembre del 2004, tra il presidente dell’Anas Vincenzo Pozzi e il segretario dei Ds Piero Fassino (risultate false). E ancora, un bigliettino da visita, vergato a penna, con il numero privato del cellulare proprio del generale Walter Cretella Lombardo. L’ufficiale è un uomo dai plurimi contatti con persone su cui proprio Genchi aveva indagato: come l’imprenditore Domenico Mollica, finito nella tangentopoli siciliana degli anni Novanta, il quale tenne banco sulle cronache perché alcuni politici erano usi essere suoi ospiti in barca; o l’imprenditore Tonino Gatto della Despar, segnalato dalla Procura nazionale antimafia come possibile riciclatore di fondi Ue in Lussemburgo (caso poi archiviato); e società all’epoca al centro delle indagini di Poseidone. Quando sequestrarono il suo telefono, trovarono nella rubrica, alla voce “Fonte Brava” il numero di una promotrice finanziaria condannata in primo grado per sequestro di persona insieme a due agenti del Nocs: pare fosse un terzetto di persone che voleva accreditarsi agli alti livelli delle forze dell’ordine, e che per tale ragione in passato aveva fatto trovare impacchettati criminali belli e pronti, compiendo reati. Non che fosse l’unico numero curioso apparso nella rubrica del generale. C’era il professor Giancarlo Elia Valori, sulle cui telefonate Genchi avrebbe dovuto stilare una relazione al pm. E c’era soprattutto quello di Luigi Bisignani, alla voce “Bisignani cr.”, il quale, per la prima volta, fece così capolino nelle inchieste calabresi, da cui sarebbe anch’egli uscito prosciolto. Ma appunto, un generale della Finanza che intrattiene rapporti con un pregiudicato per la «madre di tutte le tangenti», così come fu ribattezzata, non stupisce nemmeno più sotto il profilo morale. Ad aprile 2008 Cretella Lombardo fu promosso a capo delle unità speciali e oggi è al comando della Regione Veneto.

Nella lista dei conoscenti del manager condannato per la maxitangente Enimont spunta ora, dall’informativa delle Fiamme gialle sulla P4, anche il generale Fabrizio Lisi, già comandante della caserma di Coppito che ospitò il G8 nel 2009, comparso in Why Not per le svariate telefonate intrattenute con diverse persone e società entrate nei fascicoli calabresi.

Se oggi è la Guardia di finanza a essere travolta dalla bufera, fino a poco tempo fa a tenere banco è stato il fiore all’occhiello dei carabinieri: il Raggruppamento operativo speciale. Senza tornare al caso delle talpe nella Dda che avvertirono il boss palermitano Giuseppe Guttadauro di avergli messo le cimici in casa (si trattava di sottufficiali) basti pensare al processo in corso a Palermo contro l’ex capo del Ros e del Sisde (3) Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato nei confronti della mafia. L’inchiesta prende le mosse dalle rivelazioni di un altro colonello del Ros, Michele Riccio, condannato a marzo in Cassazione a quattro anni e dieci mesi insieme ad altri colleghi, per alcune operazioni piuttosto disinvolte: detenzione e spaccio di stupefacenti finalizzati a favorire i suoi confidenti e a consentire alcune operazioni di successo per ottenere avanzamenti di carriera. Le rivelazioni di Riccio riguardano il boss Luigi Ilardo, che fu misteriosamente ammazzato a fucilate proprio nel momento in cui aveva deciso di mettere nero su bianco la propria collaborazione con la giustizia. L’inchiesta di oggi verte sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, quando, secondo i pm, Ilardo avrebbe potuto portare Mori ad arrestare il capo dei capi.

Ma non sono solo gli ex vertici del Ros a essere sotto processo. Obinu, oggi ai servizi segreti, è intanto già stato condannato in primo grado a sette anni e dieci mesi insieme all’attuale comandante del Ros, il generale Giampaolo Ganzer, che di anni ne ha presi 14 per traffico internazionale di droga. Scrivono i giudici milanesi che Ganzer «non si è fatto scrupolo di accordarsi con pericolosissimi trafficanti ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di droga garantendo loro l’assoluta impunità. Ganzer ha tradito per interesse lo Stato e tutti i suoi doveri tra cui quello di rispettare e fare rispettare la legge». Non lo hanno condannato per il reato associativo, ma la Corte ha scritto che il generale sarebbe affetto da una «preoccupante personalità» che lo avrebbe portato a «commettere anche gravissimi reati per raggiungere gli obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione». La sentenza è del luglio dello scorso anno e Ganzer è sempre al comando del Ros, a indagare su persone in merito agli stessi reati per i quali lui è stato condannato in prima battuta. A dicembre, in un’intervista a Libero, disse: «Rimango al mio posto, continuo a fare il mio lavoro come sempre, perchè sento l’Arma con me». Grande solidarietà gli è stata espressa pure dagli esponenti politici di un po’ tutti i partiti.

Per passare agli 007, gli scandali sui servizi esistono da sempre e sono diversi. Tuttavia due hanno destato particolarmente stupore. Il primo è il presunto coinvolgimento del Sismi nel sequestro di Abu Omar operato dalla Cia. Negli Stati Uniti gli agenti, processati, non hanno nemmeno ottenuto le attenuanti generiche: da otto a nove anni per Bob Seldon Lady, capo della Cia a Milano al tempo del sequestro, e da cinque a sette anni per gli altri. In Italia l’ex capo del Sismi, il generale Nicolò Pollari,e il suo braccio destro Marco Mancini sono stati invece dichiarati non giudicabili, per l’opposizione che hanno fatto del segreto di Stato. Scrivono i giudici dell’appello: «Non esiste alcun concreto elemento positivo che dimostri l’estraneità del generale Pollari all’accusa», ma non si può giudicare «nel momento in cui opera “il sipario nero” del segreto di Stato». L’avvocato di Pollari, Nicola Madia, dichiarò alla lettura della sentenza, che Pollari «avrebbe potuto dimostrare la sua innocenza nel processo, se la vicenda non fosse stata coperta dal segreto di Stato». Ma è andata così. Ed è andata così anche in un secondo procedimento che ha riguardato Marco Mancini, per la vicenda dello spionaggio Telecom. Il meccanismo è identico: all’opposizione del segreto di Stato segue il proscioglimento. A marzo, dopo un periodo di sospensione dal servizio in attesa di giudizio, Mancini è stato nominato capocentro dell’Aise a Vienna.

Un’altra singolare inchiesta sugli 007 è in corso a Caltanissetta, e riguarda le stragi del 1992. Da tempo si cerca il famigerato uomo dei servizi con la “faccia da mostro” che avrebbe ordito con la mafia gli attentati. Sia quel che sia, ma da quando il pentito Gaspare Spatuzza ha affermato che fu lui a rubare la 126 esplosiva che fece saltare per aria il giudice Paolo Borsellino il 19 luglio 1992 (4), è tutto tornato al punto di partenza. Spatuzza si è attribuito quel che era stato imputato a un delinquente da quattro soldi incastrato da due balordi pregiudicati, che diventò poi il caposaldo dell’indagine su via D’Amelio: e cioè Vincenzo Scarantino, il “pentito” che fece pure i nomi dei mandanti. All’origine di tutto ci sono gli interrogatori fatti da uno dei poliziotti più famosi d’Italia,Arnaldo La Barbera, che pare lavorasse anche per i servizi con il nome in codice Catullo. E certo è che se non fosse deceduto, oggi sarebbe probabilmente indagato per depistaggio insieme alla quasi totalità dei poliziotti del gruppo di Falcone e Borsellino, messo in piedi appositamente per trovare i responsabili della strage. Quei poliziotti oggi per la gran parte sono stimati questori e dirigenti in diverse parti d’Italia. E qualsiasi sia l’esito dell’inchiesta ancora segretissima, se è vero che Scarantino non rubò l’auto, ci si chiede come sia stato possibile dargli tutta questa attendibilità. Forse la risposta era già uscita in un’altra aula di giustizia: «Realizzammo una sorta di schedatura degli esponenti della famiglia Madonia, cercammo di individuare l’officina dove l’auto venne imbottita di tritolo. Accertammo anche rapporti tra Scarantino, appena arrestato, e alcuni esponenti mafiosi». Sono le parole pronunciate il 25 novembre 1994 da Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde, nel corso del processo in cui fu condannato in via definitiva a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, in una sentenza che suscitò polemiche politiche a non finire. Ma i tutori dell’ordine pubblico di recente sono entrati nella tempesta anche per altro. A giugno la corte d’appello di Bologna ha confermato la condanna a tre anni e sei mesi per quattro poliziotti che hanno causato la morte del giovane Federico Aldrovandi. Mai sospesi, furono spostati di sede quattro anni dopo l’omicidio, avvenuto il 25 settembre del 2005 a Ferrara. Disse la madre, Patrizia Moretti,quando lo seppe: «È ridicolo che possano ancora andare in giro armati» e «vederli in giro per la città ci faceva male, molto male. E ci faceva paura, perché per me, e per il giudice, hanno ucciso mio figlio». Fu un episodio doloroso, ma isolato. Per un altro, assai più collettivo, il mondo ha guardato e guarda ancora l’Italia sgomento: quello della “macelleria” della scuola Diaz, durante i fatti del G8 di Genova del 2001. I feriti furono 69, tre gravissimi, tra uomini, donne e ragazzini colti nel sonno. Nella scuola entrarono 250 agenti e per via del casco indossato nessuno seppe mai chi infierì su alcune persone, pestate a sangue: 25 condannati su 27 in appello, già prescritti i reati di calunnia, arresto illegale e lesioni, restano in piedi le lesioni gravi e il falso ideologico. Il 17 giugno 2010 anche l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro è stato condannato a un anno e quattro mesi, per induzione alla falsa testimonianza.  Attualmente è direttore del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza: servizi segreti.

Quanto ai condannati per le brutali percosse, il pm dei fatti di Genova del 2001, Enrico Zucca, ha dichiarato nel libro di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci L’eclisse della democrazia(Feltrinelli): «La Corte europea dei diritti dell’Uomo ha stabilito il principio cogente per cui il rappresentante dello Stato posto sotto processo in casi del genere deve essere sospeso e, se condannato, rimosso». Invece no. Né sospesi, né rimossi. In attesa della Cassazione, li hanno promossi. Tutte queste vicende hanno a che fare soprattutto con l’etica di uno Stato. Si può obiettare che in uno Stato garantista anche una persona condannata per fatti gravissimi possa restare al proprio posto, armata, a svolgere indagini, finché non sopraggiunge sentenza definitiva (5).Ma viene da pensare che questo garantismo non valga affatto per tutti e abbia, come sempre, due pesi e due misure: il vicequestore Gioacchino Genchi, l’uomo che aveva indagato sulle talpe del Ros, sulla Guardia di finanza, sui servizi segreti, che raccontò ciò che accadde nel gruppo di Falcone e Borsellino, e che fino al 2009 aveva ricevuto annualmente un punto in più del massimo nelle gradutatorie della polizia, è stato destituito. Non aveva frequentato pregiudicati, non aveva mai pestato nessuno, non era accusato di traffico di droga, tantomeno era stato condannato in appello per omicidio. No. È stato destituito per altro, per un fatto ritenuto evidentemente assai più grave dei precedenti: aveva espresso un’opinione.



 

 

 

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