Gioacchino Genchi, un poliziotto d'altri tempi destituito dalla Polizia di Stato

24.02.2011 11:45

 

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“Noi non abbiamo un nome, siamo lo Stato”, rispose il commissario di polizia Gioacchino Genchi a Michele Greco, detto ‘u Papa, che gli aveva chiesto come si chiamasse. Lo aveva appena rifocillato con un fresco bicchiere d’acqua, dopo avergli fatto togliere le manette ai polsi e preso in spalla accompagnandolo su un muretto lontano dal gruppo. Il caldo era terrificante e l’anziano boss non resse alla stanchezza. Era la mattina del 20 luglio 1992. Il giorno dopo la strage di via d’Amelio. L’operazione delle forze dell'Ordine, autorizzata dall’allora ministro Martelli, fece trasferire in una sola notte i mafiosi più pericolosi della Sicilia dall’Ucciardone all’isola di Pianosa. ‘U Papa, abituato al rispetto di tutti quelli che lo conoscevano, anche di rappresentanti delle Istituzioni, non si aspettava questo trattamento particolare da parte del Commissario Genchi. Gli diede un bicchiere d’acqua, ma non gli stinse la mano come aveva tentato di fare - lui, il boss, per ringraziarlo - e non gli rivelò il nome. Anzi, “sfiorandosi la divisa – annota Edoardo Montolli nel libro Il Caso Genchi, storia di un uomo in balia dello Stato”, l’uomo dei telefoni gliela indicò: “Noi non abbiamo un nome, siamo lo Stato”. Per l’autore del libro questo episodio è stata la vera ragione che lo ha convinto a scrivere. “Un aneddoto che dice tutto e non dice niente, a seconda di chi l’ascolta, ma che aveva bisogno di una lunghissima premessa per essere compreso”, spiega. È l’ultima pagina del volume.
1 dicembre 2010. Ventotto anni dopo. Gioacchino Genchi si presenta a Roma, in via Castro Pretorio numero 5, al Consiglio centrale di disciplina del Ministero dell’Interno. È obbligato. Gli devono decretare la destituzione dalla Polizia di Stato per “aver offeso il prestigio dell’onorevole Silvio Berlusconi”, capo del governo. Sul suo status del social network di facebook scrive:Probabilmente riusciranno a togliermi la divisa di poliziotto ma non saranno capaci di annullare la mia dignità di uomo e l'ostinazione per la ricerca della Verità”.
Dignità di uomo. Ricerca della Verità. Valori che hanno sempre segnato la sua storia di uomo, di poliziotto, di consulente dei pm e di perito dei giudici. Forse si tratta di verità “indicibili” fa sapere il suo avvocato, Fabio Repici. Così indicibili che la menzogna e l’illegalità, al confronto, sono meno scandalose. Soffermarsi sul capo del Governo, sulla sua storia personale e politica, invece, dobbiamo riconoscerlo, sarebbe un colpo troppo basso. Tanto è lunga la lista delle sue perfomance che hanno fatto arretrare l’Italia tutta, non solo un uomo, dalle conquiste della democrazia odierna. Mentre, tirare in ballo il percorso giudiziario del primo ministro italiano farebbe, infine, arrossire i più piccoli.
E così Genchi, all’indomani dell’uccisione del giudice Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta. Quasi due mesi dopo l’altra grande perdita, quella del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie e degli uomini della sua scorta, Genchi fu così lucido, nella sua concezione dello Stato, che si premurò di far togliere le manette e di dissetare proprio colui per conto del quale, o per conto di quella parte malata della società, erano stati fatti saltare in aria pezzi importanti dello Stato di diritto. Poteva lasciarlo lì a marcire disidratato. Poteva far finta di non vedere. Poteva anche sferrargli un pugno o un calcio in bocca per liberare la rabbia covata in quei giorni, da lui e da tutti i suoi colleghi che, come uomini, certamente provavano contro quei mafiosi che erano stati trovati a bere champagne la sera prima, ma ormai inermi e in fila indiana. Poteva farlo. Nessuno gli avrebbe fatto rapporto. E, invece, dimostrò una visione dello Stato che sa essere nobile. Che conosce la pietà. E che non s’intende di vendetta. Che crede solo nella Giustizia.

Questo è il poliziotto Genchi. Un poliziotto d’altri tempi. Il nostro, di Berlusconi,

non lo merita. 

Emilio Grimaldi

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