Familismo amorale , clientelismo familistico, illegalismo mafioso dei Mastella. (A San Giorgio del Sannio questo fenomeno reca il nome del clan familistico dei Barletta...e di altri notabili)

12.08.2010 12:00

 

C’è qualcosa di bizzarro in alcuni dei nomi che ricorrono nell’inchiesta giudiziaria che travolge Lady Mastella e il consorte ex guardasigilli. La solita curiosa ironia del destino. Chiaromonte, ad esempio, e «Lucariello». Chiaromonte è il nome del gip che ha firmato le 391 pagine dell’ordinanza che mette a soqquadro il mondo politico non solo campano. E Chiaromonte era anche il nome di un paesino lucano preso ad esempio come «caso di studio» dal sociologo Banfield, autore nel 1958 del saggio sul famoso «familismo amorale» («Le basi morali di una società arretrata»).

Cioè il fenomeno antropologico per cui in Italia la famiglia è divenuta nei secoli l’unica autorità riconosciuta e produttiva di senso e lealtà. L’unica risorsa davvero identitaria, anteposta a ogni altra agenzia. Capace di orientare i singoli e segnarne il destino. Oltre la Chiesa e le istituzioni di una società civile inesistente o primitiva.

Ecco, per contrappasso è un giudice Chiaromonte a sanzionare e colpire la «sindrome Chiaromonte» nel suo ennesimo comparire al sud, sotto forma quantomeno di clientelismo familistico. E tale ci appare uno degli aspetti centrali della vicenda, di là dei suoi profili strettamente penali. E «Lucariello»? Nelle carte del giudice Chiaromonte figura come «postulante», uno dei postulanti. Ovvero l’ex segretario generale del Tar Campania e uomo di fiducia Udeur, che premeva su Ugo Di Maio, Presidente della III sezione del medesimo Tar, per «aggiustare procedimenti in cui erano coinvolti personaggi dell’Udeur o anche per avere notizie «in anteprima». Ma Lucariello è anche un celebre personaggio di una famosa commedia di Eduardo, che inizia con la battuta: «Lucariè, scetate song e nove» («Svegliati sono le nove»). Ovvero, «Natale in casa Cupiello». Nella quale, attorno al protagonista, si stringono le fila di un dramma familiare, dove in nome della famiglia tutto deve essere celato: bassezze, ignominie, furti, conflitti. In nome del «presepe di Lucariello», che al figlio «Ninnillo» non piace. E che alla fine gli dovrà pur piacere, sul letto di morte del padre. Per salvaguardare un’armonia moralistica, fittizia e ipocrita. 

Ecco, in questi antecedenti sociologici e drammaturgici suggeriti dai «nomi», c’è qualcosa di più di una prefigurazione del destino, o di un’allusione involontaria. C’è invece addirittura una spiegazione di quanto sta avvenendo in Campania e in Italia. Qualcosa di antico e di nuovo. E l’antico che trapela dall’indagine di S. Maria Capua a Vetere è proprio il riemergere del «familismo amorale» di cui si diceva, un meccanismo capillare di controllo delle coscienze e dei comportamenti, radicato sul territorio su base familistica. Che si rovescia in economia, in politica, nella vita quotidiana delle istituzioni. Per selezionare risorse, plasmare classi dirigenti e carriere, sulla base di una lealtà non pubblica o fondata sull’interesse generale, bensì filtrata dal microcosmo dell’interesse familiare.

Intendiamoci, c’è stato in questo anche un elemento positivo, se pensiamo in Italia ai distretti e alle imprese familiari. Ma per lo più specie al sud è come se la famiglia e le sue consuetudini, abbiamo prodotto un gigantesco risucchio verso il primordiale e l’arretrato. Generando mostri come l’illegalismo mafioso, l’omertà e la Camorra, grandi proiezioni familistiche di un sociale che si autorganizza e che «fa legge».

Magari contro la latitanza e l’ingiustizia di uno stato latitante o oppressivo. Sta di fatto che il familismo - espressioni di cui sono anche il capitalismo familiare e il conflitto di interessi - è una costante del «genio italico». E ben prima di Banfield lo aveva capito Giacomo Leopardi che nel «Discorso sopra lo stato civile degli italiani» del 1821 diceva proprio questo: agli italiani la «cittadinanza» è estranea. E l’italiano nel suo particolarismo riproduce, nei legami generali, lo spirito della famiglia e delle sue convenienze. Non riconoscendosi in alcuna dimensione del «pubblico», e accovacciandosi volentieri all’ombra dei costumi locali e degli averi, santificati dalla tradizione religiosa. Dunque per dirla con Gramsci, che insisteva anche lui su questo tasto: cosmopolitismo indifferente, anarchia e municipalismo degli italiani, sotto lo scudo della religione.

Ma dov’è la novità allora in quel che accade con l'esplosione pubblica - e in verità non erano segreti! - dell’azione concertata e capillare del duo Lonardo-Mastella? Nel secondare carriere, occupare posti, manovrare i finanziamenti nel gran risiko campano? Forse la novità sta proprio nella promozione pubblica, aperta e senza infingimenti del «fattore famiglia» a criterio sommo dell’agire politico. Sta nel «malcostume mezzo gaudio» che ormai ci fa considerare normali certe pratiche. E al massimo degne di sorrisi, siparietti raccontati e benevoli commenti da gossip, sui «Clinton di Ceppaloni». E sta nel fatto che questa «normalità» è diventata talmente pervasiva da aver colonizzato l’intera politica. E non perché la nostra sia una politica a specifico radicamento familiare - a parte «figli e mogli di» - ma perchè è come se l’intera politica si fosse trasformata in un gioco di clan. Si fosse «familizzata», mutuando dal familismo stili e riflessi condizionati. Si imbocca quindi «l’ascensore sociale» e politico perché si è parte di cordate e clan. Perché si appartiene a qualcuno, e ci si comporta come dentro un organigramma familiare che impone il suo suggello all’esterno. E chi non è dentro il meccanismo è perduto, giacché così vanno le cose e il mondo. È un gigantesco fenomeno sociale forse anche globale, ma che in Italia raggiunge il diapason. Che s’alimenta dello sfascio dello spirito pubblico. Della rottura delle grandi identità collettive e culturali, che bene o male nel nostro paese avevano pilotato l’incontro tra grandi masse e stato democratico. Facendo fare un salto in avanti alla «selvatichezza familistica» della nostra selvatica società civile senza «legami civili».

Su questo occorrerebbe riflettere. E cioè: che cosa abbiamo messo al posto della vecchia politica, dopo il tramonto delle «appartenenze» e dei partiti, che pure traducevano gli interessi nudi e crudi in visioni generali? Il dubbio è che ciò che è subentrato sia una politica ancora più vecchia della vecchia politica. Notabilare, personalistica, trasformistica e familistica. Come da antica tradizione italica. Nella nuova cornice dei media dove ormai tutto è reality show.

 

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