Eminflex: storia di un'azienda che aveva come contabile un boss della mafia

26.01.2011 19:54

Eminflex: storia di un'azienda che aveva come contabile un boss della mafia PDF Stampa E-mail
 
Oggi la Eminflex è la prima azienda italiana produttrice di materassi con un fatturato che sfiora i 200 milioni di euro, una distribuzione capillare su tutto il territorio italiano, una quota di mercato pari al 35-40 per cento. Un risultato significativo se si considera che il mercato dei materassi in Italia, che vale complessivamente circa 450 milioni di euro annui per 5 milioni di pezzi, è molto frammentato con oltre 640 aziende produttrici.
Insomma: un materasso su tre in Italia è un prodotto Eminflex. Ha sede a Bologna ma vende a domicilio, attraverso le reti televisive di Silvio Berlusconi. La sponsorizzano Mike Bongiorno, Rita dalla Chiesa, Iva Zanicchi, Patrizia Rossetti, Giorgio Mastrota, Claudio Lippi. Una scelta, quella della televendita, che ha portato l’azienda alla leadership di mercato a partire dal 1994, con volumi in crescita costante. Oggi ha 400 dipendenti e tre stabilimenti (a Caserta, Udine, Roma) che consentono all’azienda di consegnare in brevissimo tempo, ovunque e allo stesso prezzo, più di 1.200.000 materassi ogni anno. Le ordinazioni avvengono tramite un call-center, che conta oltre 400 linee telefoniche e 90 operatrici pronte a dare tutte le informazioni necessarie. Un’azienda di rispetto, insomma, che paga a Mediaset 30 milioni di euro di commesse pubblicitarie all’anno, classificandosi al terzo posto tra le aziende che spendono di più in pubblicità. E da qualche tempo, anche «l’omino con il pigiama» (simbolo della Permaflex) va a dormire a Bologna: nel 2000, infatti, Eminflex ha acquisito la Permaflex. Chi è l’imprenditore che è stato capace di raggiungere tanto successo? Giacomo Commendatore. Della stessa famiglia Commendatore citata in un rapporto del ministero dell’Interno del 1997 come una delle «centrali criminose dell’Emilia-Romagna». Risponde Giacomo Commendatore: «Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a una situazione del genere, ma anche stavolta risponderemo per le rime». E procede tranquillo per affermare il marchio Eminflex, quello dell’elefante. L’elefante è anche il simbolo della città di Catania. Ed è proprio a Catania che inizia la storia della famiglia Commendatore. Vendeva pesce in scatola nel quartiere San Cristoforo. Ma lo spirito imprenditoriale l’ha spinta a passare (come racconta Enzo Ciconte, nel suo libro Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta in Emilia-Romagna) alla distribuzione degli articoli casalinghi. La famiglia si trasferisce a Budrio, in Emilia-Romagna, dove inizia a vendere a porta a porta cuscini, grandi pacchi di carta igienica, sedie, materassi: la mattina partono da Budrio i furgoncini carichi di mercanzia e girano per i paesi attorno, in estate arrivano fino alle spiagge della Romagna. Fanno buoni affari. Tanto che nel 1974 Carmelo e Francesco Commendatore decidono di dare vita alla Centroflex, una società per la costruzione di materassi a molle che poi diventerà Eminflex. I materassi di Budrio cominciano a fare notizia nel 1979: i sequestri di persona, diffusi in Sardegna e in Calabria, approdano in Lombardia e anche nella bassa emiliana con il rapimento di Angelo Fava, industriale ferrarese. I rapitori chiedono un riscatto di 2 miliardi. I beni della famiglia vengono bloccati. Ma, come spesso succede, i familiari tramite un emissario si mettono in contatto con i rapitori e si accordano per 650 milioni. La telefonata viene però intercettata dai carabinieri, che riescono a catturare il cassiere della banda: Angelo Pavone. Insieme a lui vengono arrestati due sconosciuti venditori ambulanti di materassi: i fratelli Francesco e Carmelo Commendatore, proprietari della Centroflex. Angelo Fava, infatti, era stato nascosto in un furgone di materassi dei fratelli Commendatore e trasportato fino a Siracusa. Qui era stato sbattuto in un fondo agricolo di proprietà di Luciano Liggio, grande capo di Cosa nostra. Pavone non arriverà al processo: sarà liberato da un commando di Cosa nostra (che lascia sul campo tre carabinieri morti), poi torturato e ammazzato. Carmelo Commendatore sarà invece condannato a 13 anni e Francesco assolto per insufficienza di prove e «per avere collaborato con gli inquirenti all’accertamento della verità», come si legge nella sentenza. Dopo questa brutta storia, le strade dei due fratelli si dividono: Francesco trasforma la Centroflex in Eminflex; Carmelo invece, dopo aver scontato la sua pena, riprende l’attività di commerciante di materassi, servendosi di venditori ambulanti abusivi, provenienti quasi tutti da Catania o dalla Sicilia. 
«Fra le centrali criminose di origine siciliana e operante nel circondario bolognese», scrive il rapporto del ministero dell’Interno, «va ricordata la famiglia dei Commendatore riconducibile al clan di Giacomo Riina, con vaste ramificazioni estese a tutto il territorio emiliano-romagnolo». Giacomo Riina: boss mafioso con una lunga lista di precedenti penali, ma anche contabile della Eminflex, l’uomo a cui era stata affidata l’attività commerciale dei fratelli Commendatore; almeno fino al giorno del suo ennesimo arresto, avvenuto a Budrio nel 1982, per ordine del giudice Gian Giacomo Ciaccio Montalto. Nato a Corleone nel 1908, Giacomo Riina ha cominciato a conoscere il carcere a 24 anni, quando è stato arrestato per la prima volta e condannato a 11 anni per «ratto violento». Contadino, con un’istruzione scolastica che si ferma alle elementari, entra nella banda di Luciano Liggio, di cui era lo zio. 
Negli anni Quaranta e Cinquanta è protagonista di una delle più feroci guerre di mafia della Sicilia, che lascia sul terreno 200 morti ammazzati e termina con la vittoria delle famiglie alleate a Liggio, che con le armi in pugno conquistano il comando di Cosa nostra. Tra i «vincenti» vi sono Bernardo Provenzano e Totò Riina. Ma Giacomo Riina, «u zù Giacomo», è un punto di riferimento. Arrestato e processato, nel 1964 viene assolto ma costretto al soggiorno obbligato in Emilia. Interpreta il «confino» di Budrio come un incarico per conto di Cosa nostra, come scrive Enrico Deaglio in Besame mucho: «In questi anni ha gestito delitti e composizioni finanziarie all’interno delle cosche. Ha protetto latitanti. Ha commerciato in stupefacenti con la Turchia, in armi con la Croazia, in denaro falso e in esplosivi. Ha visto morire uccisi molti suoi nemici e i persecutori che si erano messi sulla sua strada, da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino, dal capitano Emanuele Basile al sostituto procuratore Gian Giacomo Ciaccio Montalto». Ecco chi era Giacomo Riina, il contabile della Eminflex, l’amico a cui i Commendatore si rivolgevano prima di intraprendere qualsiasi attività. Ma i legami mafiosi della famiglia Commendatore non si limitano a Riina: ci sono anche Francesco Bonura (imputato di omicidio e traffico di eroina), Vincenzo Porzio (uomo di fiducia di Giacomo Riina), Salvatore d’Angelo, Antonino De Luca, Angelo Pavone. Questi rapinavano banche, gioiellerie, negozi con gli automezzi della società dei fratelli Commendatore. «E quando dovevano riciclare del denaro ricevevano l’appoggio di Carmelo Commendatore», scrivono i ricercatori dei Quaderni di Città sicure, periodico della Regione Emilia-Romagna. Secondo il collaboratore di giustizia Giuseppe Lo Presti, Carmelo era diventato «il punto di riferimento per l’organizzazione criminale di Jimmy Miano, capo dei cursoti milanesi, e di Santo Mazzei», capo dei carcagnusi di Catania. 

QUANTE AZIENDE NEL GRUPPO.
«Sono anni, comunque, che non abbiamo più rapporti con mio zio Carmelo», giura Giacomo Commendatore. «Se mio zio ha avuto problemi con la legge», conclude, «io e la mia azienda non c’entriamo». Peccato, però, che lo smentiscano i rapporti del Gico, il gruppo antimafia della Guardia di finanza, secondo cui le imprese di tutti i membri della famiglia Commendatore sono «in stretti rapporti d’affari». Non c’è soltanto la Eminflex nelle aziende di famiglia: i Commendatore hanno costituito nel tempo 23 società, di cui 18 ancora attive nel 1995 (ultimo dato disponibile); molte sono attive nel settore della produzione, commercializzazione e vendita a porta a porta dei materassi (F&R Eminflex, Sormi, Giskard, Permaflex...), altre svolgono import-export di legnami, costruzioni edili, o attività immobiliari (Cria, Fria, Mila).
«Le operazioni immobiliari sono uno dei possibili canali per il riciclaggio di denaro sporco», ripetono Commissione parlamentare antimafia e Banca d’Italia. Alcune delle imprese della famiglia Commendatore sono state ricapitalizzate attraverso società finanziarie di Milano: «Le ricapitalizzazioni», secondo quanto ricostruito dalla Guardia di finanza, «riguardano due società, ossia la Mila e la Cria. Qui tra il 1989 e il 1991 sono state depositate cifre superiori al miliardo attraverso due società fiduciarie di Milano, la Cordusio spa e la Afis spa». Interessante, perché fino alla seconda metà degli anni Ottanta il fatturato della Eminflex non superava il miliardo. Ciò nonostante, Francesco Commendatore e sua moglie investono cifre superiori al miliardo per ricapitalizzare due società immobiliari (Mila e Cria, appunto) che non hanno ricavi o si limitano a gestire il patrimonio immobiliare della famiglia a favore delle loro stesse aziende. Ma il boom delle nascite (societarie) arriva a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, con la costituzione della Giskard, della Grazia Arredamenti, della Cria srl, della Fria srl e di altre piccole società che gravitano nella galassia Eminflex. Hanno tutte qualcosa in comune: non hanno dipendenti ma dichiarano fatturati da capogiro. Nel 1987 Francesco Commendatore costituisce a Pachino, in provincia di Siracusa, la Gf srl, che opera nel settore dei materassi, dei mobili e degli articoli di arredamento per la casa: amministratore unico, Carmelo Cristauro. La società nel 1995 diventa inattiva e viene posta in liquidazione, mentre per gli anni precedenti non risultano disponibili i dati sul fatturato. Le due società fiduciarie di Milano, invece, dopo aver svolto numerose transazioni finanziarie per conto della famiglia Commendatore, nel 1991 escono dalla compagine societaria. 
L’impresa più importante della famiglia Commendatore resta comunque la Eminflex. «L’anomalia di quest’azienda», scrive il Gico della Guardia di finanza, «si riscontra nella crescita elevatissima del fatturato, che passa dai 14 miliardi del 1990 ai 118 del 1994, con un incremento del 694 per cento». Un miracolo, se osserviamo il settore dei materassi nel suo complesso, che tra il 1991 e il 1994 cresce solo del 3,7 per cento. «Inoltre il periodo tra il ’91 e il ’94 è segnato da una forte compressione dei consumi sul mercato nazionale», ricorda Enzo Ciconte. L’Italia, infatti, stava attraversando una crisi economica pesante, la disoccupazione cresceva, molte aziende erano costrette a chiudere, il Paese era costretto a uscire dal sistema monetario europeo. Controcorrente, la Eminflex cresceva fino a diventare azienda leader in un settore caratterizzato da una forte concorrenza e da tassi di crescita stabili. 
«Una seconda anomalia», afferma Massimo Mezzetti, segretario provinciale dei Ds di Modena, «riguarda l’esposizione dei debiti verso le banche: il suo livello di indebitamento nel 1994 era di 31 miliardi, ma di questi solo 36 milioni erano verso le banche, mentre il rimanente era verso fonti non bancarie non meglio identificabili, che tuttavia applicano alla Eminflex un interesse passivo che non arriva all’1 per cento». Una gestione finanziaria straordinaria, da insegnamento alla Bocconi.

FINANZA DA BOCCONI.
Insomma la Eminflex ricava una parte consistente dei suoi successi economici dalla gestione finanziaria. Questi sono i motivi che hanno indotto Carlo Ugolini, magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Bologna, a sequestrare nell’agosto 1993 tutti i beni della famiglia Commendatore. Un sequestro basato su un complesso rapporto della Guardia di finanza e motivato dall’«evidente sproporzione fra i redditi dichiarati e l’ingente patrimonio accertato, che conferma la provenienza illecita e comunque sospetta di tutto il denaro posseduto e investito sia dai fratelli Commendatore che dai loro familiari». Non solo: si apre uno squarcio di luce «sulla dispersione del patrimonio fra i vari componenti della famiglia, in caso di pericolo». Una terza anomalia riguarda la gestione imprenditoriale della famiglia Commendatore, il clima interno e la mancata sindacalizzazione dell’azienda. All’interno della Eminflex, infatti, non esiste il sindacato; a dire il vero i sindacati locali hanno tentato di creare delle rappresentanze, ma «la presenza di membri della famiglia Commendatore, o di dipendenti considerati vicini, ha intimidito i lavoratori e ha impedito al sindacato di entrare in azienda», afferma un sindacalista che chiede di rimanere anonimo. «In questo modo l’Eminflex può continuare a mantenere un livello salariale inferiore alla media e condizioni di lavoro peggiori rispetto alle altre aziende del settore». 
Infine un dato curioso: l’Eminflex non risulta iscritta alla Confindustria.
«In realtà», dice un imprenditore, «i Commendatore hanno chiesto l’iscrizione, ma l’associazione ha sempre glissato, non ha mai risposto». Dentro l’azienda, le bocche restano cucite su questa storia alla Confindustria. Parlano volentieri, invece, del successo raggiunto: «La nostra idea vincente», spiega Giacomo Commendatore, «è stata la televendita». E qui si apre un capitolo ancora tutto da scrivere: com’è approdata alle tv di Berlusconi, nella seconda metà degli anni Ottanta, quest’azienda quasi sconosciuta e di piccole dimensioni, con un fatturato che non arrivava al miliardo? Com’è arrivata a Publitalia diretta da Marcello Dell’Utri? 
Ripercorrendo la lunga e avventurosa storia della Eminflex e della famiglia Commendatore, s’incontrano due città: Catania, da cui i Commendatore provengono, e Corleone, da cui proviene il «contabile» dell’azienda, Giacomo Riina. C’è, al Nord, un punto d’incrocio tra Catania e Corleone: l’autoparco di via Salomone, a Milano; qui diverse cosche mafiose si rifornivano di eroina e kalashnikov, qui anche Giacomo Riina, tramite Vincenzo Porzio, si riforniva di droga e armi per l’Emilia-Romagna. A far arrivare la droga sulla piazza di Milano, ci pensavano Santo Mazzei e Jimmy Miano, alleati di ferro di Nitto Santapaola, il boss di Catania. Per i rapporti con gli uomini  di Cosa nostra  Marcello Dell’Utri è stato condannato dal tribunale di Palermo a 9 anni di reclusione.  Nel corso del processo  gli sono contestati circa 900 episodi: cene, incontri, mediazioni, aperture politiche e numeri di telefono che mettono il numero uno di Publitalia in contatto con gli uomini della mafia. Carmelo Commendatore, prima della «rottura» con il fratello Francesco, titolare della Eminflex, era anche un punto di riferimento per le cosche mafiose guidate da Santo Mazzei e Jimmy Miano. Ed ecco che accade il miracolo: un’azienda di piccole dimensioni, senza una distribuzione sul territorio nazionale, non attrezzata per coprire le richieste, va in televisione a vendere il prodotto a milioni di persone. E decolla. 
La resistibile ascesa della Eminflex e i suoi possibili incroci con la criminalità organizzata è stata raccontata su Quaderni di Città sicure dai ricercatori Raimondo Catanzaro, Francesco Cossentino, Davide Bertaccini, Massimo Pavarini, Gianluca Baldoni e Gianfranco Celli, attuale sindaco di Budrio. I Commendatore hanno querelato per diffamazione. Ma il giudice Arnaldo Rubichi del tribunale di Bologna nel 2000 ha assolto i ricercatori, affermando che «il fatto, per i ricercatori, di non aver preso in considerazione la promozione televisiva, che costituisce per i Commendatore la giustificazione del colosso imprenditoriale, lascia comunque in sospeso il tema, sul quale i Commendatore non hanno mai detto nulla, che riguarda la disponibilità delle risorse che si sono rese necessarie per utilizzare lo strumento della televendita».
La querela si è dunque ritorta contro chi l’ha presentata: il giudice non solo ha assolto gli studiosi che hanno analizzato l’ascesa della Eminflex, ma ha posto una domanda: la famiglia Commendatore dice che il suo sviluppo è dovuto alle televendite, ma dove ha preso i soldi per pagare alla Publitalia di Dell’Utri i costosi spazi per le televendite?

Leggi la Sentenza di Condanna a nove anni di reclusione, per associazione a delinquere di stampo mafioso, del senatore Marcello Dell'Utri.

 

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