Diritto di resistenza. Il despota e il tiranno si sono fatti furbi

27.11.2010 15:07

Sarà una semplice coincidenza, ma è indicativo che siano usciti pressoché contemporaneamente due studi di grande ampiezza sulla tirannia e sul dispotismo, due concetti che, pur avendo una storia secolare, sono quasi scomparsi dal linguaggio politico corrente. Si tratta di Dispotismo. Genesi e sviluppi di un concetto filosofico-politico, a cura di Domenico Felice (ed. Liguori) e di Tyrannie et tirannicide de l'Antiquité à nos jours di Mario Turchetti (Presses Universitaires de France). Anche se il concetto di tirannia ha conosciuto nel '900 una breve stagione di gloria negli scritti di Élie Halévy (L'ère des tyrannies, 1936), di Leo Strauss (On Tyranny, 1948) e altri, il male politico dominante del secolo è stato il totalitarismo. Accanto al totalitarismo hanno avuto un loro spazio i concetti di "regime dittatoriale", "autoritarismo", "autocrazia", ma tirannide e dispotismo sono rimasti nell'ombra. Come spesso avviene con gli studi che ripercorrono le interpretazioni di un concetto dall'antichità ai giorni nostri, l'opera di Mario Turchetti e la raccolta di saggi curata da Domenico Felice ci fanno riflettere su aspetti dimenticati o sottovalutati della tirannide e del dispotismo che hanno un'indubbia attualità. Nel linguaggio corrente, ad esempio, la parola tirannia evoca l'usurpazione del potere, la dittatura, l'ingiustizia, la violenza, la crudeltà, l'oppressione. Nel suo significato antico, che fa la sua apparizione in Grecia dal VII secolo a.C., il termine tirannia indica invece, in primo luogo, il potere arbitrario e assoluto. Questa accezione del termine si trova in Erodoto, che chiama tiranno il sovrano che non deve rendere conto a nessuno delle sue azioni, e in Aristotele. Inteso quale potere arbitrario anziché potere conquistato e tenuto con la violenza, la tirannia esiste nel mondo contemporaneo nella forma di potere invisibile delle grandi corporazioni multinazionali che sfuggono al controllo delle leggi nazionali e internazionali e impongono i loro interessi, sostiene Noam Chomsky. I tiranni di oggi non sono sovrani ma "senatori camuffati", veri e propri "tiranni privati" che, giusta la definizione classica, non rendono conto a nessuno. In realtà, come osserva Turchetti, definire tirannia il potere delle grandi corporazioni è più una forzatura polemica che una descrizione precisa dello stato delle cose. È tuttavia innegabile che sia gli Stati nazionali sia la comunità internazionale hanno serie difficoltà a richiamare le grandi multinazionali al rispetto del diritto. Il mondo contemporaneo ha conosciuto e conosce anche tiranni che opprimono con la violenza i loro popoli e violano i diritti umani. Eppure, nonostante ci siano i tiranni, è di fatto scomparsa la dottrina del tirannicidio che per secoli è stata parte integrante delle teorie della tirannide. Nella sua formulazione storicamente più influente, che è quella di Cicerone, la dottrina del tirannicidio afferma che l'individuo che uccide il tiranno non si macchia del crimine di assassinio, ma compie un gesto glorioso. Un'eco lontana della dottrina classica del tirannicidio sopravvive nelle formulazioni moderne del diritto di resistenza. Con la differenza, sostanziale, che tale diritto nei limiti in cui è riconosciuto, appartiene ai popoli e non ai singoli. La risoluzione 2625 dell'Onu, ad esempio, sancisce che se i popoli vittime di coercizione nell'esercizio del loro diritto all'autodeterminazione "reagiscono e resistono", hanno il diritto di chiedere il sostegno delle Nazioni Unite. A riprova della scarsa rilevanza del principio di resistenza nel nostro tempo, la risoluzione si applica quasi esclusivamente ai casi di dominio coloniale e ai movimenti di liberazione nazionale. Anche la Costituente prese in considerazione di inserire nell'articolo 50 il diritto di resistenza: "Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è diritto e dovere del cittadino". I costituenti decisero, dopo una discussione di alto livello, di omettere questo comma dall'articolo. Se fosse stato inserito nella nostra Costituzione, questo principio sarebbe forse rimasto lettera morta, anche per le evidenti difficoltà di applicarlo; o forse avrebbe aiutato la formazione di una mentalità civica meno docile e remissiva. Dalla mentalità docile, o meglio servile, prende le mosse anche la storia del dispotismo che si svolge parallela a quella della tirannia. Aristotele definisce infatti il dispotismo come una forma di monarchia in cui il monarca governa per il suo interesse su popoli schiavi per natura che "sottostanno al dominio dispotico senza ritrosia". A differenza della tirannide, il dispotismo è dunque legittimo e non è vissuto come governo oppressivo o violento. Esso ha inoltre una caratteristica geografica destinata a diventare nei secoli parte integrante del concetto: mentre la tirannia è un male sopportato dai Greci, il dispotismo è proprio dei barbari e dell'Oriente. Machiavelli parlando della monarchia in cui uno è signore e "li altri sono sua servi" cita quale esempio "la monarchia del Turco". Montesquieu, dopo aver definito dispotico quel governo in cui uno solo, senza legge e senza regola, trascina tutto secondo la sua volontà e il suo capriccio, senza divisione dei poteri e con il sostegno della religione, cita anch'egli la monarchia dei turchi. Fondato sull'ansia ossia il senso d'insicurezza; o sul terrore, l'angoscia violenta e paralizzante, il dispotismo vive se non è costretto a sottoporsi a regole e limiti. Ma fin quando si conserva nella sua forma tipica esso fa di un popolo una moltitudine di schiavi politici simili agli schiavi domestici. Sulla scia di Montesquieu il dispotismo diventa nel pensiero politico del Settecento l'antitesi della libertà perché presuppone e incoraggia la mentalità servile e dunque distrugge, con lo strumento della paura, la stessa radice morale e interiore del vivere libero. Con l'eccezione, gravida di conseguenze, dell'idea giacobina di un dispotismo della libertà che Marat formula su Le Moniteur del 6 aprile 1793: "è con la violenza che bisogna realizzare la libertà, ed è giunto il momento di organizzare il dispotismo temporaneo della libertà per distruggere il dispotismo del re". Paradossalmente, con l'affermazione dei regimi politici liberali e democratici che avrebbe dovuto rappresentare la vittoria sul dispotismo, la storia del concetto si arricchisce di contributi nuovi e inquietanti: Benjamin Constant mette in guardia contro "il dispotismo dei moderni" che prende forma di un potere oppressivo esercitato questa volta "con l'autorità e a nome di tutti"; Alexis de Tocqueville individua nella società democratica un dispotismo "di nuova specie", un "potere immenso e tutelare" che "avvilisce gli uomini senza tormentarli"; John Stuart Mill denuncia il dispotismo dell'opinione pubblica che manipola le idee e, diversamente dalla tirannia, non opera solo sulle azioni ma anche sulla mente. Nonostante la sua indubbia novità nella storia dei regimi politici, il totalitarismo che ha dominato la scena del Novecento ha in comune con il dispotismo la capacità di estendere il dominio fino alla coscienza: il suddito docile è tale non perché non può ribellarsi ma perché non vuole ribellarsi e addirittura si identifica nel capo. C'è da chiedersi perché tirannia e dispotismo non sono più parole chiave del nostro linguaggio politico, vista la continuità storica che i due studi mettono in evidenza. Fra le varie risposte possibili la più inquietante è che le forme contemporanee della tirannide e del dispotismo del nostro tempo sono diventate talmente scaltre da cancellare i nomi che le descrivono e al tempo stesso le condannano senza appello quali modi perversi di dominio.

MAURIZIO VIROLI 

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