Diario di viaggio nell'ultimo far west d'Europa: il reportage inedito sulla Romania dell'artista fotografo Nino De Filippo.

18.06.2011 22:51

 

Si terrà dal 24 giugno al 1 luglio presso il pub Affuoco di San Giorgio del Sannio (BN) la mostra fotografica di Nino De Filippo dal titolo "Diaro di viaggio nell'ultimo far west d'Europa". La mostra organizzata dalla Fabbrica della Creatività ripercorre l'esperienza di viaggio dell'autore in Romania che con i suoi scatti cerca di raccontare alcuni aspetti della cultura e delle tradizioni locali rumene.

Immagini che immortalano un mondo contadino oramai scomparso in quasi ogni altro luogo d'Europa.

L'autore sofferma il suo sguardo, in particolare, su alcuni momenti tipici della vita della popolazione, come la produzione artigianale della grappa, il mercato degli zingari  e le celebrazioni degli eventi più rilevanti. Non manca di descrivere, infine, i suggestivi paessaggi del distretto di Maramures nella storica regione della Transilvania e il caratteristico complesso di chiese lignee patrimonio dell'Unesco.

Nino de Filippo

Nino De Filippo nasce a Benevento nel 1970. Inizia ad appassionarsi di fotografia sin da piccolo, già all’età di dieci anni scatta le sue prime foto con una Bencini Comet. Si considera autodidatta e nel corso degli anni affina la sua tecnica partecipando occasionalmente a diversi Workshop. Il suo primo riconoscimento se lo aggiudica nel concorso fotografico di Cuneo nella sezione ritratti nel 1995, ma quello più importante è sicuramente quello ottenuto nel “Concorso Fotografico di Comuni Italiani”.

Tra 344 fotografie dedicate al Sannio, la sua, che immortala un bellissimo tramonto nella cittadina di Sant'Agata dei Goti, risulta la più votata.

''Sant’Agata De’ Goti'' - Sant'Agata De' Goti

Ha realizzato mostre personali in diverse città (Napoli, Amsterdam, Benevento etc.) e 4 delle sue foto sono state scelte dalla prestigiosa rivista National Geografic.

Appunti di viaggio nell’ultimo far west d’Europa dell'artista fotografo Nino De Filippo

"Inizio ad essere stanco, dopo aver percorso a piedi quasi tutti i villaggi dell’alta valle del Cosau"... Davanti a me, a qualche chilometro di distanza in linea d’aria, si erge la grande chiesa ortodossa di Surdesti, la chiesa con il campanile in legno più alto del mondo. Dietro il villaggio, situato su una dolce dorsale collinare, i rilievi scendono di nuovo nella valle del Mara per poi risalire all’orizzonte e confondersi con il profilo dei Monti Ignis. Mi trovo nel cuore del Maramures, la regione più settentrionale della Romania, a pochi chilometri dal confine ucraino, ma a decine di anni nel passato, tra villaggi di legno e ritmi di un mondo contadino ormai scomparso in quasi ogni altro luogo d’Europa.Il silenzio è assoluto, poi all’improvviso, il rumore di zoccoli che si avvicinano, mi fa voltare e sorridere nel vedere che un carretto di legno, lungo e stretto, con due assi come fondo, dei pali di legno come spalletta e quattro ruote di auto, si sta avvicinando. Un giovane contadino guida i due vivaci cavalli da lavoro, aggiogati al carretto e decorati da pennacchi e nastrini rossi attaccati alla criniera e alla fronte. Dietro una giovane donna vestita con la camicia bianca e con i capelli coperti da un fiorito fazzolettone, un bambino e un anziano, anche lui con una camicia bianca, un gilet nero aperto e un minuscolo cappellino sulla testa, si aggrappano ai pali laterali e cercano di ammortizzare i rimbalzi delle ruote sul fondo sconnesso.
Non è il primo carro che vedo passare accanto e superarmi al trotto, qualche volta carico di contadini, qualche volta quasi sommerso sotto un enorme carico di fieno, ma questa volta la stanchezza della camminata prevale. Provo a chiedere un passaggio e, forse perché si vede che sono straniero, forse perché hanno compassione di me, si fermano e mi fanno cenno di salire. Così, sbattuto e strapazzato ben bene dal trotto veloce dei cavalli, superando gruppi di contadini che tornano verso casa a piedi con la falce fienaia e il rastrello di legno sulle spalle, oltrepassando decine di pagliai, mute sentinelle di pascoli che non conoscono il rombo del trattore, arrivo in un baleno al paese, dove mi fanno scendere a terra e mi salutano con un vigoroso «drum bun». Questo è uno dei tanti incontri che si fanno sulle strade dei villaggi di legno del Maramures, dove ogni casa è un piccolo universo di autosufficienza.
Busso a casa di alcuni contadini e chiedo ospitalità per la notte, qua nessuno si tira indietro nell’offrire un pasto caldo e un letto, dietro una piccola ricompensa. La “Bunica”, nonna, mi prende subito in simpatia, mi prepara una tipica minestra, ciorba taraneasca, minestrone, e “sarmale” involtini di verza, io faccio presente che è il mio compleanno e avanzo la voglia di offrire loro dei dolci e del vino, a cavallo percorriamo alcuni chilometri, finche troviamo una “patiserie”, pasticceria, dove acquisto dolci e dell’ottimo vino, Feteasca Regala, tipico vino maramuresen. Si torna a casa a festeggiare, con dell’ottima tuica, tipica grappa del posto.
In serata non mi fanno mancare niente, soprattutto mi fanno sentire davvero in famiglia, improvvisavo velocemente una festa in mio onore, con i tipici strumenti musicali locali e qualcuno addirittura vestito con il tipico costume popolare. Indimenticabile serata, vissuta in compagnia di stranieri che hanno fatto del tutto per farmi sentire di famiglia. La “bunica” mi accompagna in quella che sarà la mia dimora per la notte. La mattina seguente, sveglia di buon ora, un piccolo mal di testa, non mi fa sentire tanto a mio agio, dura ben poco, il tempo di un “buon caffè, bollito in pentola, e un sorso di latte appena munto e bollito. Visito l’intera fattoria. Da una parte l’abitazione, spesso senza acqua corrente o con un piccolo lavandino e basta, dall’altra la stalla che contiene una vacca, uno o due cavalli, il fienile, il porcile, il pollaio e la rimessa, non per le automobili, ma per i carretti di legno. 
Ogni casa è circondata da una staccionata di legno che inizia da un grande portale d’ingresso anch’esso in legno, intagliato con figure di animali, croci, stemmi o disegni più o meno complessi e con sempre indicato il nome della famiglia e l’anno in cui è stato realizzato.
Mi viene spiegato che quest’opera monumentale, che nel passato serviva a visualizzare il rango e la ricchezza dei proprietari, serve anche a un altro scopo; tenere lontani gli spiriti maligni.
Essa rappresentava la barriera simbolica tra il mondo esterno sconosciuto – immaginate voi le buie foreste carpatiche di qualche secolo fa – e la sicurezza della casa. Questo mondo degli spiriti ritorna anche nel culto dei morti, dove i rituali da osservare sono codificati e ometterne anche uno solo potrebbe comportare il ritorno dell’anima come “strigoi” fantasma o addirittura come vampiro. La cerimonia, che non è facile osservare, si compone di tre fasi: la separazione dal mondo dei vivi, la preparazione al viaggio e l’ingresso nell’altro mondo.
La persona morente chiede il perdono della propria famiglia e dei vicini e tutti sono tenuti a obbedire ai suoi ultimi desideri, mentre le donne piangono e improvvisano canti rimati declamanti la personalità e le imprese compiute dal defunto. Dopo la veglia del morto, che dura tre giorni, si celebra un pasto commemorativo a base di pane a forma di nodo e uova rosse che vengono offerte sia a chi partecipa al funerale che ai passanti. Il lutto dura un anno, durante il quale i parenti stretti non possono partecipare a cerimonie nuziali o balli e le donne vestono di nero. Anche il matrimonio è un evento molto importante nella cultura della regione al punto che se una persona in età di matrimonio muore prima di essersi sposata, viene addirittura tenuto un «Matrimonio del Morto».
Lascio la famiglia che mi ha ospitato con un lungo abbraccio alla bunica, con molta tristezza, ma ho il compito di portare a termine il mio obbiettivo.
Raggiungo Barsana, fantastica per i suoi monasteri. Un’altra caratteristica della regione sono le chiese di legno, comuni un po’ in tutta l’Europa Orientale, che annoverano delle costruzioni così particolari che otto di esse sono entrate nella lista dei siti patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Questa particolare architettura deriva dalla proibizione di costruire chiese in muratura che gli ungheresi cattolici imposero ai rumeni ortodossi nel lontano 1278. La maggior parte delle chiese fu ricostruita dopo l’ultima invasione dei tartari, nel 1717, spesso con un ampio porticato davanti all’entrata e con dei campanili altissimi, qualche volta abbelliti da dei pinnacoli angolari. I tetti sono tutti ricoperti da scandole, piccole tegole di legno, che sono sistemate con infinita pazienza da dei carpentieri specializzati, appollaiati vertiginosamente su di uno speciale sedile attaccato alle travi del tetto. La struttura di ogni chiesa è costituita da robuste travi di quercia, incastrate con perfette giunzioni, senza l’ausilio di nessuna vite o collante, e spesso è decorata, per tutto il suo perimetro, da una corda scolpita nel legno, segno dell’unità della chiesa e dei suoi fedeli.
Nelle zone più rurali della Romania la religione ortodossa è molto sentita e, nonostante siano sorte recentemente chiese di altre confessioni, la partecipazione alla messa domenicale di gran parte della popolazione di ogni villaggio è un evento da non perdere, specialmente se è una di quelle messe celebrate all’aperto che accolgono centinaia di fedeli sul prato antistante la chiesa, che alla fine della funzione si trasformano in pic-nic collettivi, dove in cambio di una piccola offerta vengono offerti a tutti i partecipanti i sarmale, gli involtini di verza ripieni di riso e carne, un ciambellone dolce e l’onnipresente tuica, la grappa a base di prugne.
Sorella Irene, una suora giovane e carina, nonostante il severo abito che indossa, mi viene a chiedere se sono io l’italiano che ha scritto sul libro dei suffragi di recitare una preghiera in memoria di mio padre. Mi racconta, in un buon italiano, della piccola comunità di suore che si sta dando molto da fare in questo luogo, in cui 15 anni fa non c’era niente. Adesso le sue strutture possono ospitare anche 50 pellegrini e centinaia di persone possono assistere alla messa all’aperto tra le sue aiuole fiorite. Mentre ripulisce lo stoppino delle candele di cera con le sue mani brunite dal lavoro all’aperto, mi chiede se sono ortodosso; no, non lo sono, ma apprezzo lo stesso la serenità del luogo, le rispondo, mentre le regalo un santino che avevo con me dall’Italia. A poche decine di chilometri, nella cittadina di Viseu de Sus, si può vivere un’altra avventura nel tempo percorrendo la valle del fiume Vaser, sull’ultima ferrovia a scartamento ridotto rimasta funzionante in Romania. Il treno è utilizzato dai boscaioli per spostarsi nel cuore delle montagne Maramuresului, dove barattano distillato di prugne e sigarette con il formaggio dei pastori e lavorano in condizioni pericolose e primitive per tagliare enormi faggi e abeti sui ripidi fianchi dei monti. Il piccolo convoglio ora è spinto da locomotori diesel, ma fino a qualche anno fa e ancora oggi, la domenica o in altri giorni a richiesta di un numeroso gruppo di turisti, una locomotiva a vapore del 1955 sbuffa nella valle, tra volute di fumo e fuliggine e a passo di lumaca, per le numerose e spesso incomprensibili fermate. Il tragitto si può percorrere anche a piedi e così, tra poveri villaggi e case di legno costruite su strade fangose, dense foreste spesso nascoste da nuvole a mezza costa e l’inconfondibile fischio e ritmo di un treno a vapore, sembra di essere capitato in mezzo a un set di un film sul far west, anzi sull’ultimo far west d’Europa.

 

http://www.lafabbricadellacreativita.net 

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