DENUNCIATE I DATORI DI LAVORO NEGRIERI !!! SONO ESTORSORI PASSIBILI DI ARRESTO ! Corte di Cassazione – Sentenza n. 36642/2007

20.01.2011 21:23

 Cassazione – Sezione seconda penale – sentenza 21 settembre – 5 ottobre 2007, n. 

36642 Presidente Rizzo – Relatore Ambrosio Pm Cetrangolo – difforme – Ricorrente L. 

ed altri 

Osserva  

 1. Con sentenza in data 21-1-2003 la Corte di appello di Cagliari, sez. distaccata di.

Sassari, in riforma della sentenza di assoluzione emessa dal Tribunale di Nuoro in data 

7.11.2000 con la formula il fatto non sussiste, dichiarava – per quanto qui rileva – L. 

Gaetano, L. Maurizio e L. Andreina responsabili dei delitti, ad essi rispettivamente 

ascritti, di estorsione aggravata e continuata e, concesse le attenuanti generiche, 

prevalenti sulle aggravanti contestate, li condannava alla pena di anni tre, mesi sei di 

reclusione ed € 800,00 di multa, nonché, in solido, al pagamento delle spese del 

doppio grado. 

Secondo la prospettazione accusatoria, recepita dai Giudici di appello, gli imputati 

avevano posto in essere una serie di comportamenti estorsivi nei confronti di proprie 

lavoratrici dipendenti, costringendole ad accettare trattamenti retributivi deteriori e 

non corrispondenti alle prestazioni effettuate e, in genere, condizioni di lavoro 

contrarie alla legge e ai contratti collettivi, approfittando della situazione di mercato in 

cui la domanda di lavoro era di gran lunga superiore all’offerta e, quindi, ponendo le 

dipendenti in una situazione di condizionamento morale, in cui ribellarsi alle condizioni 

vessatorie equivaleva a perdere il posto di lavoro.  

La vicenda era ricostruita dalla Corte territoriale, sulla scorta della prova orale e 

documentale e, segnatamente, in base agli esiti delle indagini, confermati in sede di 

deposizione testimoniale, che l'Ispettorato del lavoro di Nuoro aveva effettuato con 

riguardo ai rapporti di lavoro intercorsi tra la s.a.s. Big B. (i cui soci erano L. Maurizio 

e D. Paola, altra imputata, la cui posizione era stata stralciata) e le dipendenti N. 

Paola, M. Rossana, C. M. Giuseppina e F. Antonietta in vari periodi tra il 1983 e il 1993 

e, successivamente, esteso ai rapporti di lavoro intercorsi tra la ditta individuale Divi e 

D. di L. Andreina (poi divenuta s.n.c. Divi e D. , con amministratore L. Andreina e, 

quindi, s.r.l. Divi e D. , con amministratore unico L. Gaetano e la L. socia) e le 

dipendenti C. Rosanna, P. Giovanna, S. Luigia e P. Marilena in vari periodi tra il 1983 

e il 1994.  

In particolare - con riguardo al capo A. di imputazione ascritto a L. Maurizio (e alla D. 

Paola) - si accertava che le indicate dipendenti della Big B. s.a.s. erano state assunte 

senza libretto di lavoro, non avevano ricevuto copertura assicurativa (tranne una e 

per un breve periodo), non avevano goduto ferie, né percepito corrispettivi per lavoro 

straordinario ed altri emolumenti ad essi spettanti e che le stesse firmavano prospettipaga indicanti importi

superiori a quelli percepiti. Inoltre la dipendente N. Paola era 

stata indotta a sottoscrivere un contratto di associazione in partecipazione, senza che 

la sua qualità fosse mutata, nonché costretta a mentire sulla propria posizione agli 

ispettori del lavoro, oltre che a firmare una dichiarazione in cui si assumeva la 

responsabilità, con il fidanzato, di un furto di capi di abbigliamento subito dall'azienda.  

Con riguardo al capo B. di imputazione, ascritto a L. Gaetano e L. Andreina, si 

accertava che le indicate dipendenti della ditta Divi e D. erano state assunte senza 

libretto di lavoro, non godevano di assistenza assicurativa, firmavano buste paga per 

importi superiori a quelli realmente percepiti, non percepivano emolumenti ad essi spettanti

(quali la quattordicesima mensilità) e ricevevano un trattamento 

corrispondente a quello del contratto di formazione lavoro, pur osservando un orario 

superiore a quello previsto dai contratti collettivi. 

I Giudici di primo grado, pur reputando accertati i fatti contestati nei capi di 

imputazione nella loro materialità, avevano ritenuto che difettasse il presupposto della 

minaccia di licenziamento illegittimo, correlata alle pretesa delle prestazioni lavorative 

alle condizioni richiamate. A parere del Tribunale non era ravvisabile una coartazione 

della volontà in senso penalmente rilevante, in quanto il licenziamento aveva 

costituito una condizione preesistente all'assunzione per le dipendenti che non 

avessero voluto accettare le chiare, anche se illegali, condizioni proposte dagli 

imputati.  

In contrario avviso i Giudici di secondo grado rilevavano che l'idoneità della condotta 

degli imputati a integrare l'elemento strutturale della minaccia emergeva da un 

complesso di elementi, quali l'ingiustizia della pretesa, la personalità sopraffattrice dei 

soggetti agenti, le circostanze ambientali quantomai favorevoli ai datori di lavoro. In 

particolare la Corte territoriale - sotto il profilo dell'ingiustizia della pretesa - escludeva 

la rilevanza della circostanza, evidenziata dalla difesa, secondo cui le pretese delle 

lavoratrici erano tutelabili innanzi al Giudice del lavoro, osservando che la F. e la C. , 

pur vincitrici nelle relative cause, non erano riuscite ad ottenere alcunché dal L. 

Maurizio; evidenziava, inoltre, una serie di comportamenti significativi della 

personalità dei soggetti agenti (e in particolare: la pretesa di L. Maurizio nei confronti 

della N. del rilascio della dichiarazione di ammissione del furto, dichiarazione che - 

come riferito dal teste F. Bastiano - sarebbe stata utilizzata nei confronti della 

dipendente qualora avesse inteso ribellarsi alle inique condizioni di lavoro; la «fuga» 

imposta dalla L. Andreina a una dipendente allorché aveva avuto sentore della venuta 

degli ispettori; l'atteggiamento del L. Gaetano e di L. Andreina, inteso ad ostacolare i 

colloqui tra le dipendenti e l'ispettore del lavoro); infine precisavano che - 

quand'anche si ritenesse intervenuto tra i titolari dell'azienda e le lavoratrici un 

accordo contrattuale - non per questo andava esclusa la sussistenza dell'estorsione, 

dal momento che, al di là dell'aspetto formale dell'accordo contrattuale la condotta dei 

fratelli L. e della L. risultava posta in essere nella sola prospettiva di conseguire un 

ingiusto profitto con altrui danno, quest'ultimo inteso come contributo di energie 

lavorative impiegate dalle persone offese a vantaggio del titolare dell'azienda in 

cambio di una retribuzione inferiore a quella dovuta e dichiarata nella busta-paga. 

Sulla base di tali premesse i Giudici di appello ritenevano L. Maurizio responsabile del 

reato di estorsione come contestato sub A. nei capi di imputazione per i rapporti di 

lavoro relativi alla Big B. e i coniugi L. Gaetano e L. Andreina concorrenti nel reato di 

estorsione contestato sub B. per i rapporti di lavori relativi alla Divi e D. . Precisavano 

che, invece, la coppia L. Gaetano e L. Andreina non doveva rispondere del reato di 

estorsione loro ascritto al capo A., quali presunti soci della ditta Arnoldo Pazzia di 

Cagliari, non risultando che alcuna delle parti offese avesse lamentato alcunché 

relativamente ai rapporti di lavoro eventualmente intercorsi con l'indicata ditta 

cagliaritana.  

1.2. Avverso la predetta sentenza hanno proposto ricorso per cassazione L. Gaetano e 

L. Andreina, per mezzo del loro difensore, nonché L. Maurizio di persona.  

1.2.1. Il difensore di L. Gaetano e L. Andreina deduce: - violazione dell'art. 606 lett. 

b. c.p.p. con riferimento all'art. 629 c.p.; secondo la difesa la vicenda all'esame 

costituirebbe espressione del non eccezionale fenomeno del lavoro nero, ma non 

integrerebbe gli estremi dell'estorsione, giacché la violazione delle norme collettive risultava

concordata tra le parti sin dall'origine, senza ricorso ad alcuna violenza; - 

violazione dell’art. 606 lett. e. c.p.p. con riferimento all'art. 629 c.p. e agli artt. 1427-

1434-1435 c.c. - Mancanza di motivazione; secondo la difesa la Corte di appello non 

avrebbe motivato sul punto del difetto di costrizione delle dipendenti nella 

determinazione dell'accordo contrattuale; inoltre non avrebbe tenuto conto 

dell'estraneità alla gestione di L. Gaetano.  

1.2.2. L. Maurizio deduce: - violazione di legge e vizio di motivazione e, in particolare, 

violazione degli artt. 192 e 194 c.p.p. e 629 c.p.. Secondo il ricorrente la sentenza 

impugnata avrebbe omesso di differenziare le posizioni degli imputati, nonché di 

effettuare uno scrutinio approfondito ai fini della credibilità oggettiva e soggettiva di 

testimoni che erano portatori di interessi confliggenti con quelli dell'imputato; inoltre 

avrebbe equivocato i significati di contrattazione e accordo, equiparando l'assenza di 

trattative con il costringimento morale; avrebbe, quindi, individuato la prova di tale 

costringimento nel mero condizionamento ambientale, che non potrebbe ascriversi al 

datore di lavoro; infine avrebbe confuso i piani di indagine, omettendo di considerare 

che l'ingiustizia della pretesa da sola non offre alcun elemento per ravvisare 

l'estorsione e neppure la personalità sopraffattrice del datore di lavoro, se non si 

dimostra che non sono stati posti in essere atti impeditivi dell'esercizio dei diritti. In 

altri termini - a parere del ricorrente - andrebbe distinta la situazione del datore di 

lavoro che rende impossibile o particolarmente gravoso l'esercizio del diritto da quella 

verificata in esame, in cui i Giudici di appello hanno accertato che due lavoratrici 

dipendenti hanno ottenuto il riconoscimento dei loro diritti, ma che il L. non ha 

pagato: nel primo caso - si legge testualmente nel ricorso - «poteva parlarsi di 

estorsione, nel secondo, invece, di prigione per debiti».  

2.1. I due ricorsi, articolandosi sotto il duplice profilo della violazione di legge e del 

vizio di motivazione, si incentrano su una comune e principale doglianza: entrambi i 

ricorrenti lamentano, infatti, che la Corte territoriale non abbia adeguatamente 

apprezzato la circostanza che la violazione delle normativa a tutela del lavoratore 

aveva costituito, nello specifico, il risultato di un accordo tra le parti, di tal che 

l'accordo, seppure illecito e nullo sotto il profilo privatistico, non integrerebbe un fatto 

rilevante agli effetti dell’art. 629 c.p., per difetto del requisito della minaccia.  

Ciò posto e considerato che la sostanziale identità delle censure consente una 

trattazione per buona parte unitaria, il nodo centrale della decisione si rivela quello 

della qualificazione giuridica della condotta ascritta agli imputati; a tal fine occorre 

verificare se la ricostruzione del fatto storico sia suscettibile di censura sotto il profilo 

logico e, quindi, accertare se la fattispecie sia stata correttamente inquadrata nel 

paradigma dell'art. 629 c.p..  

In punto di diritto va premesso che l'oggetto della tutela giuridica nel reato di 

estorsione è duplice, nel senso che la norma persegue l'interesse pubblico 

all'inviolabilità del patrimonio e, nel contempo, alla libertà di autodeterminazione. 

L’evento finale della disposizione patrimoniale lesiva del patrimonio proviene, infatti, 

dalla stessa vittima ed è il risultato di una situazione di costrizione determinata dalla 

violenza o dalla minaccia del soggetto agente. In particolare il potere di 

autodeterminazione della vittima non è completamente annullato, ma è, tuttavia, 

limitato in maniera considerevole: in altri termini il soggetto passivo dell'estorsione è 

posto nell'alternativa di far conseguire all'agente il vantaggio economico voluto ovvero 

di subire un pregiudizio diretto e immediato (tamen coactus, voluit).  In questa prospettiva

anche lo strumentale uso di mezzi leciti e di azioni 

astrattamente consentite può assumere un significato ricattatorio e genericamente 

estorsivo, quando lo scopo mediato sia quello di coartare l'altrui volontà; in tal caso 

l'ingiustizia del proposito rende necessariamente ingiusta la minaccia di danno rivolta 

alla vittima e il male minacciato, giusto obiettivamente diventa ingiusto per il fine cui 

è diretto (cfr. Cass. pen. Sez. II 17 ottobre 1973, n. 877). Allo stesso modo la 

prospettazione di un male ingiusto può integrare il delitto di estorsione, pur quando si 

persegua un giusto profitto e il negozio concluso a seguito di essa si riveli addirittura 

vantaggioso per il soggetto destinatario della minaccia (cfr. Cass. pen. Sez. II, 5 

marzo/28 aprile 1992 n. 1071). Ciò in quanto la nota pregnante del delitto di 

estorsione consiste nel mettere la persona violentata o minacciata in condizioni di tale 

soggezione e dipendenza da non consentirle, senza un apprezzabile sacrificio della sua 

autonomia decisionale, alternative meno drastiche di quelle alle quali la stessa si 

considera costretta (cfì-. Cass. pen. Sez. II, 7 novembre 2000, n. 13043).  

Si spiega cosi perché la «minaccia», da cui consegue la coazione della p.o., possa 

presentarsi in molteplici forme ed essere esplicita o larvata, scritta o orale, 

determinata o indeterminata, e finanche assumere la forma di esortazioni e di consigli. 

Ciò che rileva, al di là delle forme esteriori della condotta, è, infatti, il proposito 

perseguito dal soggetto agente, inteso a perseguire un ingiusto profitto con altrui 

danno, nonché l'idoneità del mezzo adoperato alla coartazione della capacità di 

autodeterminazione del soggetto agente.  

Ciò precisato in via di principio, osserva il Collegio che le censure dei ricorrenti si 

rivelano generiche e, comunque, afferenti a valutazione riservate al Giudice del merito 

per quanto attiene alla ricostruzione dei fatti storici e all'interpretazione del materiale 

probatorio, mentre, sotto il profilo della violazione di legge, risultano infondate, 

avendo la Corte territoriale fatto corretta applicazione del disposto dell'art. 629 c.p..  

Merita puntualizzare che - contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente L. Maurizio 

- i riscontri fattuali dell'accusa non sono stati attinti dalle sole deposizioni di «persone 

(pretesamente) portatrici di interessi confliggenti con quelli dell'imputato», di cui non 

sarebbe stata valutata l'attendibilità, ma risultano desunti da un complesso di 

elementi di prova orale e documentale, ivi inclusi i risultati degli accertamenti 

effettuati dall'Ispettorato del lavoro, confermati in sede di deposizioni testimoniali; e 

ciò a prescindere dalla considerazione che il vaglio di attendibilità è imposto 

esclusivamente con riguardo alle dichiarazioni provenienti da coimputati o da imputati 

in procedimento connesso e non dalle parti offese. 

Si tratta, del resto, degli stessi elementi probatori già assunti dal Tribunale a conferma 

della materialità dei fatti enunciati nei capi dì imputazione, sebB. e i Giudici di primo 

grado abbiano finito per escludere l'integrazione del reato di cui all’art. 629 c.p., sul 

presupposto, qui riaffermato dai ricorrenti, che l'alternativa (tra il licenziamento 

illegittimo e l'accettazione del trattamento retributivo deteriore e, in genere, delle 

condizioni di lavoro contrarie alla legge e ai contratti collettivi) fosse stata 

preventivamente prospettata alle lavoratrici dipendenti e avesse, quindi, costituito 

oggetto dell'accordo contrattuale tra le parti.  

In proposito è il caso di fare una precisazione, trattandosi di un punto cruciale della 

vicenda, su cui - segnatamente da parte del L. Maurizio - vengono formulati specifici 

rilievi. Invero la Corte territoriale ha dichiarato di dissentire non solo dalle conclusioni 

in diritto, ma anche dalle premesse in fatto assunte dal Tribunale (cfr. pag. 6 e pag. 

8), precisando di ritenere sufficientemente provata l'esistenza di un «accordo contrattuale»

solo per la dipendente C. (la quale aveva riferito dell'esistenza di «patti» 

con la L. e di condizioni di lavoro chiarite sin dall'inizio) e forse anche per la C. (la 

quale aveva dichiarato che «all'atto dell'assunzione era consapevole» delle condizioni 

del rapporto). A tal riguardo il L. Maurizio lamenta che i Giudici di appello abbiano 

confuso i due concetti di «accordo contrattuale» e «trattative», senza considerare che 

«la trattativa o libera contrattazione non è un presupposto necessario per l'instaurarsi 

di un rapporto di lavoro dipendente» (così a pag. 3 del ricorso).  

Orbene ritiene il Collegio che l'osservazione del ricorrente, seppure fa leva su 

un'indubbia improprietà espressiva, non scalfisce la valenza motivazionale della 

decisione impugnata, la quale si fonda sul principale rilievo dell'irrilevanza del formale 

ricorso al contratto, allorché questo risulta strumentalizzato al perseguimento di un 

ingiusto profitto. Invero - contrariamente a quanto dedotto dai ricorrenti - nella 

sentenza impugnata viene tracciato, in maniera logica ed esaustiva, un quadro globale 

di timore delle dipendenti, in ragione della particolare situazione del mercato del 

lavoro (in cui l'offerta superava di gran lunga domanda) e in presenza di 

comportamenti costantemente prevaricatori dei datori di lavoro, sì da rendere 

evidente che anche nel caso (della C. e, forse, della C. ) in cui sin dal momento di 

instaurazione del rapporto la lavoratrice aveva «accettato» di non rivendicare i propri 

diritti, siffatta accettazione non fu libera, ma condizionata dall'assenza di possibilità 

alternative di lavoro.  

In tal modo la distinzione che la Corte territoriale ha operato tra la posizione delle 

lavoratrici C. e C. , per le quali le condizioni di lavoro furono «chiare» sin dall'inizio e 

tutte le altre dipendenti che, invece, «chiedevano la regolarizzazione in costanza del 

rapporto di lavoro» (pag. 6 della sentenza impugnata) si rivela di secondario rilievo 

nell'economia della motivazione e non vale certo ad affermare l'essenzialità delle 

«trattative» per la stipula del contratto di lavoro, risultando, piuttosto, funzionale alla 

considerazione che - pur quando vi fu un'originaria «rinuncia» delle lavoratrici alla 

pretesa di rivendicare i propri diritti - non per questo risultavano esclusi gli estremi 

dell'estorsione.  

Valga considerare che questa Corte è costante nel ritenere che un accordo 

contrattuale tra datore di lavoro e dipendente, nel senso dell'accettazione da parte di 

quest'ultimo di percepire una paga inferiore ai minimi retributivi o non parametrata 

alle effettive ore lavorative, non esclude, di per sé, la sussistenza dei presupposti 

dell'estorsione mediante minaccia, in quanto anche uno strumento teoricamente 

legittimo può essere usato per scopi diversi da quelli per cui e apprestato e può 

integrare, al di là della mera apparenza, una minaccia, ingiusta, perché è ingiusto il 

fine a cui tende, e idonea a condizionare la volontà del soggetto passivo, interessato 

ad assicurarsi comunque una possibilità di lavoro, altrimenti esclusa per le generali 

condizioni ambientali o per le specifiche caratteristiche di un particolare settore di 

impiego della manodopera (ex plurimis Cass. pen., Sez. II, 24/01/2003, n. 3779; 

Cass. pen., Sez. I, 11/02/2002, n. 5426). È questione, poi, riservata al Giudice del 

merito valutare se la condotta dell'imputato sia stata posta in essere nella sola 

prospettiva di conseguire un ingiusto profitto con altrui danno, attraverso un 

comportamento che, al di là dell'aspetto formale dell'accordo contrattuale, ponga 

concretamente la vittima in uno stato di soggezione, ravvisabile nella alternativa di 

accedere all'ingiusta richiesta dell'agente o di subire un più grave pregiudizio, anche 

se non esplicitamente prospettato, quale l'assenza di altre possibilità occupazionali.  

Orbene, nelle vicende all'esame, i Giudici di merito hanno elencato tali e tanti 

comportamenti prevaricatori dei datori di lavoro in costante spregio dei diritti delle

lavoratrici (si pensi non solo all'erogazione di retribuzioni inferiori ai minimi sindacali e 

alla correlativa pretesa di far firmare prospetti-paga per importi superiori a quelli 

corrisposti, ma anche all'assenza di copertura assicurativa, alla M. ta concessione delle 

ferie, alla prestazione di lavoro straordinario non retribuito ecc.) da rendere evidente, 

con la stessa eloquenza dei fatti, da un lato, che gli imputati, al di là del ricorso ad 

esplicite minacce, si sono costantemente avvalsi della situazione del mercato del 

lavoro ad essi particolarmente favorevole e, dall'altro che il potere di 

autodeterminazione delle lavoratrici è stato compromesso dalla minaccia larvata, ma 

non per questo meno grave e immanente, di avvalersi di siffatta situazione. In tale 

contesto si rivelano infondate le deduzioni dei ricorrenti - ai limiti del merito - in 

ordine all'esistenza di un accordo contrattuale: invero ciò che rileva agli effetti dell’art. 

629 c.p. è che l'«accordo» non fii raggiunto liberamente, ma (nella descritta 

situazione) estorto.  

Nel complesso la decisione impugnata trova sostegno in un solido apparato 

argomentativo, giuridicamente corretto e immune da palesi vizi logici. Inoltre, le 

eventuali minime incongruenze sono ininfluenti, una volta che le deduzioni difensive, 

anche se non compiutamente esaminate, siano tuttavia incompatibili con la decisione 

impugnata.  

2.2. Per la parte in cui sollecitano specifiche questioni i ricorsi richiedono alcune 

osservazioni aggiuntive.  

Innanzitutto - rettificando la motivazione dei Giudici di appello, nel punto in cui hanno 

focalizzato l'attenzione sull'inadempimento del L. Maurizio, nonostante fosse rimasto 

soccomB. te nei giudizi intentati dalle dipendenti C. e F. - occorre dire che la 

circostanza che le dipendenti potessero agire innanzi al Giudice del lavoro non 

esclude, ma anzi conferma l'ingiustizia della pretesa; mentre il fatto che il L. sia 

rimasto inadempiente alle obbligazioni di pagamento accertate nel processo del 

lavoro, attiene all'aspetto risarcitorio e/o ripristinatorio. Non si tratta, qui, di evocare 

(per dirla con il ricorrente) «la prigione per debiti», ritenendosi inconferenti, agli effetti 

che ci occupano, le ragioni del M. to pagamento, quanto, piuttosto, di rimarcare che 

l'elemento oggettivo dell'estorsione, nella duplice valenza sopra precisata, è integrato 

dal fatto stesso del condizionamento della volontà delle dipendenti, particolarmente 

interessate ad assicurarsi una possibilità lavorativa altrimenti esclusa.  

2.3. Per quanto riguarda, poi, la specifica posizione del L. Gaetano si osserva che i 

Giudici di appello, pur dando atto che «le redini della situazione» erano in mano a L. 

Andreina, hanno individuato una serie di elementi di fatto (le modeste dimensioni 

dell'azienda, il rapporto di coniugio tra i due coimputati del medesimo reato, 

l'atteggiamento ostruzionistico tenuto da entrambi nel corso della visita ispettiva) 

univocamente deponenti per una gestione famigliare dell'azienda e, correlativamente, 

per un ruolo attivo del ricorrente nella consumazione dell'estorsione. Si tratta di 

elementi di fatto di sicuro valore sintomatico, non elisi o efficacemente contrastati da 

elementi di segno opposto, coerentemente e congruamente valorizzati dai Giudici del 

merito in ossequio alla norma generale espressa dall'art. 192, co. l c.p.p., che è quella 

del libero convincimento, inteso come libertà di valutare gli elementi probatori, con il 

limite, qui rispettato, di dare conto dei criteri adottati.  

2.4. Infine, per quanto riguarda la prescrizione eccepita in udienza dalla difesa di L. 

Maurizio, si osserva che il reato attribuito all'imputato è stata contestato in 

continuazione dal 1983 al 1993 (capo A.); mentre i fatti attribuiti ai coniugi L. 

Maurizio e L. Andreina e riconosciuti in continuazione si collocano negli anni dal 1983

sino a giugno 1994. Ciò posto e precisato che alla fattispecie si applica il «vecchio» 

testo degli artt. 157 e 160 c.p., deve osservarsi che non è ancora decorso il termine di 

anni quindici di prescrizione. In definitiva per la prevalenza delle ragioni di 

infondatezza su quelle di inammissibilità, i ricorsi vanno rigettati con i consequenziali 

provvedimenti in ordine alle spese processuali.  

2.5. Resta da provvedere alla rettifica di un errore materiale evidenziato in udienza 

dal P.G. presso questa Suprema Corte. Invero dal complessivo tenore della 

motivazione risulta chiaro che il reato di estorsione di cui sono stati riconosciuti 

responsabili L. Gaetano e L. Andreina è quello di cui al capo B., mentre il L. Maurizio è 

stato dichiarato responsabile del reato di estorsione allo stesso contestato al capo A.; 

inoltre la puntualizzazione contenuta a pag. 9 (laddove si legge: «Ovviamente la 

coppia L. -L. non deve rispondere del reato loro ascritto al capo A., quali presunti soci 

della ditta Arnoldo P. di Cagliari ...») rende chiaro che i Giudici di appello hanno 

confermato in parte qua la sentenza di assoluzione emessa in prime cure: conferma 

(parziale) di cui non è dato atto in dispositivo. Ai sensi dell'art. 130 co. 1 c.p.p. 

occorre provvedere in questa sede alla rettifica dell'errore.  

PQM  

La Corte di Cassazione rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti in solido al pagamento 

delle spese processuali. Corregge il dispositivo della sentenza impugnata nel senso 

che dopo le parole «L. Gaetano, L. Maurizio e L. Andreina» si aggiungano le parole 

«rispettivamente il primo e la terza per il reato di cui al capo B. e il secondo per il 

reato di cui al capo A.» e dopo le parole «spese del doppio grado» si aggiungano le 

parole «Conferma nel resto»

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...