Cristo non si è mai fermato ad Eboli

09.09.2011 09:19

Nel suo famoso libro Carlo Levi dedicò un inedito studio alla vita delle popolazioni agresti meridionali, analizzò dall’interno con l’intento di coglierne le sfumature più nascoste quella reazione violenta, inaspettata, disperata “incompresa dagli storici” marchiata con l’intento infamante di “brigantaggio”.

Levi è da leggere e da rileggere perché c’è sempre qualche elemento nuovo che traspira dalle sue parole non casuali, dettate dalla voglia di capire e di far capire cosa era quella civiltà che per difendersi dall’altra venuta a devastare e a sottomettere, si era immolata sull’altare della reazione armata prima e su quello dell’emigrazione dopo. In allegato un articolo pubblicato sul CORRIERE DELLA SERA a firma di Carioti Antonio. Buona lettura.

________Cap. Alessandro Romano _______

 

Se oggi la Lucania avesse il coraggio di ripartire da Eboli ________ di Carioti Antonio ________

Fra le tante utopie fiorite nel Partito d'azione, una delle più suggestive si trova nel capolavoro di Carlo Levi "Cristo si è fermato a Eboli", in cui l' autore racconta la sua esperienza al confino in un piccolo paese della Lucania.

Si tratta dell' idea che la civiltà contadina meridionale, scalzato il predominio della borghesia parassitaria (i cosiddetti «luigini»), potesse costituire la base per un radicale rinnovamento sociale e politico.

 

Una visione criticata sia dai comunisti come Mario Alicata, sia dai meridionalisti liberaldemocratici come Francesco Compagna, propensi a credere che il riscatto del Mezzogiorno dovesse passare attraverso lo sviluppo industriale, piuttosto che fondarsi sul recupero della tradizione rurale. Oggi però Giovanni Russo, che fu al fianco di Levi nella campagna elettorale per la Costituente in Basilicata, nel 1946, ritiene che quell'ipotesi sia da rivalutare.

Forse era un po' ingenuo pensare che l'antica civiltà contadina «avesse in sé la possibilità di inserirsi nel mondo moderno». Ma certo, osserva Russo nel libro Carlo Levi segreto (Dalai, pp. 151, Euro 16,50), l'urbanizzazione selvaggia e l'industrializzazione delle cattedrali nel deserto hanno prodotto pessimi risultati.

Mentre studi molto seri, svolti da Manlio Rossi Doria dopo il terremoto del 1980, dimostrarono che i contadini dell'Irpinia e della Lucania, quelli rimasti dopo l'emigrazione di massa, mostravano significative «capacità imprenditoriali autonome». Dunque Levi forse non aveva tutti i torti, anche se la sua era soprattutto un' intuizione letteraria.

E comunque gli va riconosciuto il merito di aver stimolato una nuova stagione d' inchieste sul Mezzogiorno, di cui sono un esempio due volumi di Russo da poco usciti: il classico Baroni e contadini , ristampato da Dalai (pp. 237, Euro 10,90), e una raccolta di scritti degli anni Cinquanta, peraltro non dedicati solo al Sud, L' Italia dei poveri (Hacca, pp. 382, Euro 16).

Tornando al libro su Levi, esso scandaglia a fondo una delle personalità più versatili e brillanti del Novecento, avvalendosi dei frutti di una lunga e affettuosa frequentazione personale. Si sofferma su testi come L'Orologio e sui componimenti poetici, rimasti a lungo sconosciuti, e ovviamente sull' attività artistica del protagonista.

Sottolinea inoltre la forza del carattere di Levi, «uomo dalla sconfinata fiducia in se stesso e nella vita», che gli consentì di affrontare con serenità la persecuzione fascista e poi di reagire al male che lo colpì agli occhi nell'ultima parte della sua vita.

Per quanto ormai cieco, «compose ben 145 disegni tra il febbraio e il maggio del 1973». Inoltre Russo coglie l'occasione per ricordare la bella figura del poeta lucano Rocco Scotellaro, che da Levi fu certo influenzato, ma seppe sviluppare una sua visione originale dei problemi meridionali, prima di morire precocemente nel 1953, vittima di un attacco cardiaco, ad appena trent' anni.  

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