Crimini contro l’umanità: Ratzinger ne risponda

18.09.2011 13:15

La notizia sta rimbalzando sulle pagine dei quotidiani e (più sommessamente) nei servizi televisivi: il papa e alcuni tra i suoi più stretti collaboratori sono statiaccusati di crimini contro l’umanità «per aver coperto i reati di pedofilia» commessi dal proprio clero.

La denuncia. A presentarla, in un dossier di 10 mila pagine completo di documentazioni relative a molteplici vicende, è stato lo SnapSurvivors Network of those Abused bt Priests, l’associazione di vittime della pedofilia clericale più vasta e antica del pianeta.

Fondata da Barbara Blaine nel 1988 – in tempi dunque molto precedenti le ripetute ondate di fango che hanno investito la chiesa cattolica negli ultimi anni – Snap afferma che «il nostro più potente strumento è la luce della verità. Attraverso le nostre azioni, portiamo guarigione, prevenzione e giustizia». In linea con tale dichiarazione di intenti, martedì 13 settembre i suoi legali, unitamente a quelli di un’altra Ong statunitense, il Centre for Constitutional Rights (Ccr), hanno formalmente presentato richiesta al Tribunale penale internazionale dell’Aia perché si pronunci in merito alla competenza della Corte per perseguire i vertici del Vaticano per «aver tollerato e reso possibile la copertura sistematica e largamente diffusa di stupri e crimini “sessuali” contro i bambini in tutto il mondo». Oltre a Benedetto XVI, attuale papa e già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 1981 al 2005, le accuse investono l’attuale segretario di stato Vaticano, cardinaleTarcisio Bertone, il suo predecessore, cardinale Angelo Sodano, e il cardinale William Levada, attualmente prefetto per la Congregazione della dottrina della fede.

La Corte penale internazionale dell’Aia. Istituita con lo Statuto di Roma stipulato nel 1998 ed entrato in vigore nel luglio del 2002, la CPI è preposta a giudicare individui (non stati) rei di  crimini di guerra, genocidi, crimini contro l’umanità ed ogni grave violazione della Carta di Ginevra. Ora, che lo stupro, sistematico e diffuso, rientri tra i crimini contro l’umanità è stabilito nello stesso Statuto di Roma (art. 7, com. g). Il problema che il procuratore generale della CPI, lo spagnolo Luis Moreno-Ocampo, dovrà però preliminarmente sciogliere è verificare che la corte sia competente a giudicare del caso: le persone citate infatti sono cittadini di uno stato, quello Vaticano, che non è tra i 117 firmatari del suo statuto. Tecnicamente la CPI non ha quindi giurisdizione sul Vaticano, proprio come non ce l’ha sugli Stati Uniti, sulla Russia o sulla Cina, che non hanno firmato la carta di Roma.

Secondo il giurista Antonio Cassese dunque, essendo il papa «l’autorità suprema di un soggetto internazionale, la Santa Sede, che non fa parte della cerchia degli Stati che hanno accettato la competenza della Corte penale, il problema non si pone», e di fatto la denuncia si risolverà in una bolla di sapone.

Meno drastico, seppure molto cauto, è Cuno Tarfusser, giudice della CPI. Egli ha affermato di non poter esprimere il proprio giudizio in merito alle accuse proprio «perché forse un giorno sarò chiamato a valutare il fatto nella veste di giudice. Nella figura di crimini contro l`umanità rispetto ai quali abbiamo giurisdizione e competenza – continua Tarfusser – rientrano diversi tipi di condotte, tra cui i delitti a sfondo sessuale. Ma perché ci possa essere un`incriminazione non basta avere commesso uno o più di questi crimini, è necessario qualcosa in più, ciò che noi chiamiamoelemento contestuale. Questi fatti devono essere commessi in conseguenza di un attacco alla popolazione civile, devono essere sistematici e molto diffusi e soprattutto dietro a questi fatti ci deve essere una sorta di regia, una politica organizzativa superiore».

Se questa “politica organizzativa superiore” valesse anche al negativo – ossia non aver pianificato deliberatamente, ma deliberatamente non aver impedito –, ecco che le accuse di Snap e Ccr avrebbero un qualche fondamento: esse vogliono infatti dimostrare proprio che «le azioni legali condotte a livello nazionale non sono state sufficienti a impedire che gli abusi contro i minori continuassero».

Curiosamente, il giudice dela CPI non menziona la questione della nazionalità delle autorità ecclesiastiche citate, circa la quale, l’avvocato del Ccr, Pamela Spees, afferma di nutrire delle speranze: il papa e due dei cardinali accusati sono originariamente cittadini di paesi firmatari dello Statuto di Roma e questo potrebbe essere tenuto in considerazione dalla Corte.

Certamente, il caso è complesso, ed è possibile che la denuncia si areni sugli ostacoli di natura tecnica. Sarà bene tuttavia ricordare che questa non è la prima volta che i giudici della CPI ricevono accuse a carico del Vaticano; già nel febbraio scorso gli avvocati tedeschi Christian Sailer e Gert-Joachim Hetzel avevano presentato una denuncia analoga nei confronti della sola persona di Joseph Ratzinger, accusato, oltre che di aver coperto i reati di pedofilia, di essere alla guida e favorire il mantenimento «di un regime totalitario mondiale di coercizione che sottomette i propri membri con minacce terrificanti e che costituiscono un rischio per la salute», fra cui «il mantenimento del divieto letale di fare uso di profilattici anche nel caso in cui sussista il rischio di contagio con il virus HIV/Aids».

Il problema sollevato dagli avvocati tedeschi allora e da Snap e Ccr oggi è dunque a monte: può uno stato teocratico e monarchico continuare ad esistere e godere dei privilegi giuridici (e dei salvacondotti) che tale status comporta?  «Le giurisdizioni nazionali non riescono a risolvere il problema – spiega ancora l’avvocato Spees -; perseguire singoli casi di bambini molestati o stuprati non consente di arrivare al probelma più ampio, che è sistemico. L’individuazione della responsabilità è il nostro obiettivo, e rivolgersi alla CPI è la cosa più sensata, dal momento che si tratta di un problema globale».

I maligni dicono che lo Snap e i suoi predecessori tedeschi sono solo in cerca di pubblicità. Non sempre però la pubblicità è una cosa negativa, soprattutto se intende sollevare l’attenzione su una piaga, quella della pedofilia clericale, che ancora, nonostante tante belle parole, non ha trovato una vera e affidabile soluzione.

Alessandra Maiorino 

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