Confisca dei beni oltre che dei mafiosi anche dei corrotti. Come alle origini della Legge 109/96

14.08.2010 12:13

 

Confisca dei beni oltre che dei mafiosi anche dei corrotti. Come alle origini della Legge 109/96

Uno degli strumenti più importanti per una seria lotta alle mafie è costituito dalla confisca dei loro beni. Questo è stato il contenuto della legge del 1982 Pio La Torre, che fu ammazzato per questo. Anche il generale Dalla Chiesa mise in rilievo, nella sua famosa intervista a Giorgio Bocca, la dimensione economica dell’inquinamento mafioso, affermando che il terreno fondamentale per combattere il potere mafioso è aggredire le loro ricchezze.

La legge Rognoni - La Torre però non aveva previsto procedure di gestione e di riutilizzo dei beni confiscati.

A queste esigenze risponde soprattutto la legge n. 109/96, che in più vieta la vendita dei beni confiscati, eliminando così il rischio che i beni stessi vengano riacquistati dalle mafie, tramite prestanome, e con denaro frutto di traffici illeciti. La legge 109/96 inoltre prevede che i beni confiscati vengano destinati ad uso sociale in tempi brevissimi (circa un anno) ed anche questo è molto importante, per evitare che ci sia un confronto negativo fra un bene utilizzato illegalmente dalle mafie e quel bene confiscato non utilizzato per lungo tempo. Al contrario, l’uso sociale dei beni confiscati può scardinare il consenso sociale che le mafie hanno sul territorio.
La legge 109/96 è stata il primo impegno dell’associazione LIBERA, nata nel 1994 per coordinare e supportare le molteplici associazioni antimafia nate a seguito della costernazione dovuta alle stragi di Capaci e di via d’Amelio.
Non tutti sanno però che il testo della legge su cui fu raccolto un milione di firme chiedeva “la confisca dei beni dei mafiosi e dei corrotti”, mentre il testo finale non parla più di “corrotti”.
Si era consapevoli del fatto che la mafia e la corruzione sono fenomeni interconnessi:,grazie ai suoi mezzi economici, alla sua straordinaria capacità di radicarsi profondamente nel contesto sociale, la mafia è riuscita formare un regime di corruzione  fatto di alleanze, favori, trame, complotti e soprattutto complicità del potere legale con quello illegale. Proprio grazie alla corruzione essa è riuscita a creare uno Stato dentro lo Stato dove lei stessa è legge.
 
La sparizione dei “corrotti” è dovuta al fatto che la legge, per lo scioglimento anticipato delle Camere, doveva essere approvata all’unanimità nelle commissioni, altrimenti avrebbe dovuto ricominciare tutto l’iter sotto la successiva legislatura. Questa unanimità fu raggiunta solo con la rinuncia alla confisca dei beni dei "corrotti".
Perché?

Nel 2009 il governo Berlusconi, tradendo completamente le finalità della legge 109/96 ha approvato un emendamento alla legge finanziaria con il quale i beni confiscati possono essere messi all’asta, se non vengono assegnati entro sei mesi (troppo pochi per la burocrazia che deve essere affrontata, necessaria a garantire l’utilizzazione sociale dei beni confiscati).
Ma, contro questa disposizione la società civile ha raccolto firme sotto il seguente appello:
<<Tredici anni fa oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all’unanimità la legge 109/96. Si coronava così il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.
Oggi quell’impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E’ facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare le loro ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle Forze dell’Ordine e della Magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle Istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati. Si rafforzi, piuttosto, l’azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. Si introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca dei beni ai corrotti. E vengano destinate innanzi tutto ai familiari delle vittime di mafia ed ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie.
Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un’Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra">>.
Troppo poco.
Ora, più che mai, occorre recuperare lo spirito originario della legge 109/96 ed estendere la confisca dei beni anche per i reati di corruzione, aggredire cioè le ricchezze ed i patrimoni anche dei "corrotti" se davvero la società civile vuole arginare efficacemente la piaga dilagante, la marea nera della corruzione che affama il popolo italiano e gli onesti.
 

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