“Ci sedemmo dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti erano occupati”

20.07.2010 21:24

Carcere Regina Coeli, Roma, qualche anno dopo, Denis Verdini dal letto della sua cella grida: “Siamo un milione!!!”.

Si, di dimissionari e di condannati. Hanno bisogno di tempo, il loro piano è quello di ritrovarsi tutti lì, nel cortile del più importante carcere romano per brindare con acqua minerale ai tempi andati, ai tempi che furono. Alcuni si son portati avanti con il lavoro.

Flavio Carboni al fresco c'è già stato, ma viste le circostanze e il meeting carcerario che il popolo dell'ora d'aria di libertà ha in programma, si sta spendendo pienamente affinchè dietro le sbarre ci possa tornare di nuovo.

Nicola Di Girolamo ci mancava solo che le manette provvedesse a mettersele da solo: l'ex senatore si era infatti fatto eleggere in un seggio estero presso il quale non era residente. Fondi neri, 'ndrangheta e voto di scambio hanno poi fatto il resto. Dicono abbia da poco lasciato la sua macchina col motore acceso e un cartello “torno subito” in un parcheggio di Scampìa, meravigliandosi di dover tornare poi a casa in taxi. 

Sono furbi questi rampicanti della politica, non ci vogliono proprio stare a piede libero, ne pensano una al minuto pur di varcare le soglie dei penitenziari della penisola. C'è chi addirittura gioisce, quando sente quel momento ormai vicino.

Marcello Dell'Utri ha infatti letteralmente esultato per la sentenza d'appello che lo porterà a scontare sette anni di reclusione per mafia. Avrà pensato: “Mi è andata di culo, io me ne sarei dato una ventina”, per poi permettersi addirittura il lusso di porgere le sue condoglianze al pm Nino Gatto che di anni di carcere, per il senatore palermitano, ne aveva chiesti undici. C'è chi poi travolto dalla passione del momento, improvvisa sketch da cabaret di bassa leva in luoghi non proprio adatti ad ospitare risate e comicità: Aldo Brancher, dopo aver impropriamente utilizzato l'illegittimo impedimento a pochi giorni di distanza dalla nomina a ministro del Nulla, afferma di essere vittima della sconfitta della nazionale italiana di calcio ai mondiali; Claudio Scajola si fa difendere da Monica Setta e Lory Del Santo mentre sostiene di non essere a conoscenza di chi sia l'oscuro benefattore che gli ha pagato casa. 

E' una mattanza senza tregua in casa Pdl. L'ultimo ad abbandonare gli incarichi istituzionali è Nicola Cosentino, che tra una loggia segreta, un dossier diffamatorio diretto al suo avversario politico Caldoro, e un summit con i vertici del clan dei Casalesi, non ha più ostacoli lungo la strada che lo porterà direttamente da Palazzo Chigi al carcere. Su di lui pendeva già da tempo un mandato di cattura della procura di Napoli, non ci sarà da meravigliarsi se in tempi brevi l'ormai ex sottosegretario all'Economia chiuderà nel cassetto giacca e cravatta per indossare la divisa bianco-nera da galeotto più consona al suo modus operandi.

Chi saranno i prossimi a cadere? Denis Verdini vede a stretta vicinanza il capolinea della sua carriera politica. Il coordinatore nazionale del partito dell'amore è ora al centro della totalità delle inchieste che turbano il sonno del mondo pidiellino: dalla cricca dei grandi appalti, alla nuova P2, passando per l'affare dell'eolico in Sardegna, Denis non si è fatto mancare niente.

Anche le sue dimissioni sono vicine, passo indietro che potrebbe far capolino anche a casa Cappellacci.

Ne rimarrà qualcuno? Forse. Ciò che è certo, è che i seguaci di B. iniziano a vedere seriamente compromesso il loro futuro da impuniti. Cesare (questo il suo nome in codice per i componenti della nuova P2) non è più in grado di proteggere nessuno, fatta eccezione per se stesso, e le tensioni all'interno del partito salgono di livello giorno dopo giorno. 

Ma la domanda fondamentale è: cos'altro dovrà succedere per vedere un'uscita di scena di un governo ormai impresentabile sotto tutti i fronti?

Un esecutivo che dovrebbe dare inizio ad una doverosa ritirata cercando si salvare almeno l'ultimo briciolo di dignità rimasta.

Amato, in seguito alle dimissioni di quattro suoi ministri coinvolti nello scandalo Tangentopoli, ebbe la decenza di recarsi al Quirinale per rassegnare le proprie dimissioni. Berlusconi sarebbe capace di fare una cosa del genere? Neanche sotto tortura.

Anche perchè il suo scudo anti-processuale cesserebbe di esistere, e per lui le porte della galera si spalancherebbero in poco tempo.

La sua linea difensiva, poi, è sempre la stessa: generalizzare, banalizzare, omettere. I faccendieri della nuova P2 sono stati apostrofati come “quattro pensionati sfigati”, tutta l'inchiesta è stata dipinta come “un polverone ingigantito dai media”.

Cesare non si è poi risparmiato di emettere la sua sentenza sul caso Cosentino, dando vita al primo caso di processo breve presieduto direttamente dal presidente del Consiglio: “Condivido la scelta (delle dimissioni), ma è innocente”. Amen. Ha ragione lui, e così sia. 

Viene da pensare allora alla conclusione dell'editoriale di Marco Travaglio che giovedì dalla prima pagina del Fatto si chiedeva:

“Ma noi, miseri incensurati, dove abbiamo sbagliato?”. Potrebbe rispondergli a dovere Berthold Brecht, uno che con B. non sarebbe sicuramente andato d'accordo: “Ci sedemmo dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti erano occupati”.

Le poltrone della verità le sta occupando tutte Cesare, abusivamente.

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