Bruttezza, riciclaggio e voto di scambio ( di Francesco Saverio Alessio)

15.05.2011 12:36

 Ritorniamo ai luoghi d’origine della ‘ndrangheta, in Calabria: in un paesaggio desolatamente tossico – per gli esseri umani, per le piante, per ogni forma di vita – conformato grazie a loschi affari, impuniti!, i lupi politici che la dilaniano, si aggirano fra fogne e depuratori mai costruiti o mal funzionanti. Frane, fango, sangue, disperazione, pianto, fuochi, ceneri, rovine, morte. Demoni e sangue. Un dolore sconfinato ed ancestrale trasuda dalla terra. Un urlo soffocato, una sorta di rombo silenzioso, avverte chiunque del pericolo di vita e di sopravvivenza. Del sangue che scorre; rosso. Amaro. Tutto finisce per strutturare un luogo denudato da ogni speranza. Incurabili psicopatologie collettive e tossicodipendenze massificate come conseguenze dell’oppressione mafiosa e dell’emigrazione inarrestabile. Inopinata. Inesorabile.

Avviatasi come emigrazione di braccianti – dopo la crudele e criminale guerra d’occupazione senza dichiarazione, pilotata dalla massoneria anglosassone insieme a quella mediterranea, che è passata alla storia come Unità d’Italia – nel corso di più di centocinquanta anni l’emigrazione calabrese si è trasformata ed evoluta nella diaspora più dannosa possibile in assoluto per un territorio: l’emigrazione intellettuale. Grazie agli ultimi cinquant’anni di sperperi e di ruberie di denaro pubblico, che avrebbero dovuto aiutare l’emancipazione economica e culturale, la ricerca, non si è avviato alcun processo produttivo in Calabria o un qualsiasi aumento delle possibilità lavorative. Anzi!

Da tempo si è realizzato l’annientamento predeterminato dell’identità culturale di questo popolo. L’emigrazione di massa e l’inevitabile dissipazione culturale prodotta dalla dispersione geografica delle persone si sommano, in una demoniaca sinergia, all’effetto del processo di distruzione mirata dei segni della tradizione operato da tutte le amministrazioni degli ultimi cinquant’anni e dalla speculazione edilizia compulsiva, impunita, folle! L’orrifico effetto della inarrestabile ossessione cementificatrice continua a produrre sempre più bruttezza; devasta il territorio, produce frane e smottamenti, uccide la poesia.

Un odio incontrollato contro il bello è il marchio di fabbrica sia dei potenti che del popolo contemporaneo calabrese. Una grande mancanza di buon gusto e di senso del decoro pubblico. Le architetture riflettono il loro rapporto con la realtà. Le case, orribili e incompiute all’esterno, verso la città, sono spesso lussuosissime all’interno, verso la famiglia. Come delle ostriche, quasi informi, ruvide e dure all’esterno, e molli e gustose all’interno. Le abitazioni esprimono più il modo di essere di molluschi individualisti e asociali che non di esseri umani; cioè persone che oltre a pensare a se stesse pensino anche agli altri. Uomini capaci di condividere la loro esistenza, le loro esperienze in una società sana. Qui tutto è nascosto. Chiuso in un guscio orripilante. Una quercia di ottocento anni, alla luce di un punto di vista così infimo, non è un albero magnifico, un essere vivente singolare, affascinante; unico. Lo sguardo aridamente misura l’albero in metri cubi di legna da ardere. Ripulito da ogni eco poetica tutto diviene monetizzabile, consumabile; da bruciare. Politica della pancia. «Cc’ju pilu pp’è tutti!»

Assoluta mancanza di azioni politiche nel senso nobile del termine. Una società più sparita che sparente. Il tutto insiste desolatamente intorno ad una stupida avidità, ad un’arroganza predatoria, comune sia ai servi che ai tiranni. Inumana. Bestiale. Fra padroni e servi un’opera comune di terrorismo contro ogni forma di poesia, di bellezza architettonica e naturale, di aggregazione sociale. Annientare ogni forma culturale civile e poetica per imporre una cultura tribale. Il “familismo amorale”  come unico orizzonte. Solo la proprietà famigliare a contare. Costi quel che costi. Non c’è problema di denaro e neanche di sangue rosso sull’asfalto sporco. Si può uccidere chiunque. Come corrompere chiunque. Ed al governo c’è chi legifera in loro favore; selezionato ed eletto dalla ‘ndrangheta, da cosa nostra, dalla camorra, dalla sacra corona unita. Territorio per territorio. Dal Sud al Nord passando per il Centro.

Il frutto in denaro degli illeciti sapientemente trasferito all’estero; in paradisi fiscali, in Paesi compiacenti al riciclaggio. Oppure in Paesi, che poco opportunamente sicuri di sé e privi di ogni normativa antimafia, fanno finta che da loro il problema non esista. Che chiudono orecchie, occhi, bocca. Salvo poi meravigliarsi della crisi. Come accade in Germania con l’allarme di rari intellettuali. Penso a Petra Reski e Jürgen Roth. Scrittori e giornalisti querelati da dubbi personaggi e per questo sano allarmismo – forse per ignoranza del fenomeno, forse per  complicità con i querelanti – calunniati persino dai loro colleghi. Del resto l’invasione è in atto in tutta Europa con un proliferare delle metastasi della ‘ndrangheta e delle sue tecniche di infiltrazione nella politica e nell’economia. In genere tramite favori reciproci che attuano il meccanismo perverso del voto di scambio. Di ogni tipo.

Una precisa analisi dell’origine del voto di scambio al Sud conseguente all’unificazione dell’Italia e a quella che lui definisce “votocrazia” fu fatta dallo studioso meridionalista, purtroppo recentemente scomparso, Nicola Zitara. Nel suo libro «Negare la negazione», con sottotitolo “Introduzione al separatismo rivoluzionario”, nel capitolo “Votocrazia, mafia e capitalismo”, in sole cinque pagine sintetizza l’evoluzione del voto di scambio e, come conseguenza a questo, l’intersecarsi inestricabile del rapporto fra potere mafioso e Stato. Questa sinergia fra poteri legali e illegali nel Sud Italia secondo Zitara avrebbe fatto e farebbe comodo persino all’Europa. Tra l’altro proprio grazie al voto di scambio si sarebbe creata una via all’impunità del potere politico ed una lotta contro la mafia ad un livello basso, diretta esclusivamente contro quella che egli definisce plebe mafiosa, e non verso chi effettivamente è responsabile dell’illegalità e che trae effettivo giovamento da questo sistema: la politica. Zitara parte con l’analisi dalla Seconda Guerra Mondiale e spiega l’introdursi e l’evoluzione del voto di scambio nel Sud dell’Italia, ma io vi propongo la sua analisi dalla Legge Rognoni-La Torre in poi. Cioè dal momento in cui, consolidatosi il meccanismo del voto di scambio, divenuto consuetudine, si rese necessario alle mafie la cessazione degli investimenti in loco e la colonizzazione di altre regioni per riciclare le loro ingenti ricchezze.

«Sparare sulla mafia soltanto – assolvendo pregiudizialmente i notabili e il sistema politico e amministrativo – dette l’idea di una caccia alle streghe, di un’operazione hitleriana, di una notte di San Bartolomeo giudiziaria (i cui nefasti lasciti divennero nazionali nel caso Tangentopoli). Molti non accettarono l’idea d’invertire le colpe: di assolvere la politica e di sparare a zero su tutto il mondo rurale e di origini rurali.

Uno di questi spari, la legge Rognoni-La Torre, ebbe la portata di un disastro sociale. I mafiosi cessarono d’investire in roba al sole, in piccole cose che rianimavano lo stanco spirito d’impresa meridionale. La mafia piantò le sue tende a Milano. L’allarme di Piero Bassetti, al tempo presidente della Regione Lombardia, non allarmò né la banca, né la borsa, né il governo. Pecunia non olet. Quei soldi servivano all’economia nazionale, completamente piegata.

Con Milano come base, i mafiosi hanno impiegato meglio i loro danari, abbandonando ideali familiari appartenenti a un mondo antico, per ideali americani. I loro figli non studiano più da medico e da ingegnere, ma imparano le tavole dell’economia bostoniana.

Però la mafia ha bisogno di uomini. Essendo una potenza economica pari a più volte la FIAT, usufruisce al Sud di un possesso degli uomini simile a quello della Chiesa, che vince le sue battaglie senza schierare una sola divisione. A entrambe basta condividere il territorio con lo Stato italiano. È supponibile che Stato e mafia intrattengano un tacito concordato, il quale prevede ciò che la mafia deve fare e ciò che gli è concesso in cambio. I giudici in prima linea, il pentitismo, i morti, non sono finzioni, anche se allo Stato servono da alibi: coprono incoffessabili vergogne italiane, come il berretto a sonagli di Pirandello. Ma la guerra vera non c’è, ciò che vediamo sono scaramucce. La mafia è ben più vasta. Essa ha copiato il sistema capitalistico di comando che usa la democrazia come un ballo dei pupi. Non siamo più all’onorata società, gerarchizzata, di sessant’anni fa – un corpo immobile e immobilistico – ma una dinamica ONU del malaffare, con un Consiglio di Sicurezza composto da multinazionali senza sede visibile e con un marchio di fabbrica ignoto (o non noto alla gente comune). Questo potentato, ufficialmente illecito, lascia che la plebe mafiosa si formi all’impiego dei mitra e dei bazooka.

Non le interessa lo scontro con lo Stato italiano, che, volente o nolente, le mette a disposizione le economie esterne necessarie alle sue attività, a cominciare dai clienti, dai committenti, dalle scuole, dai servizi, per finire ai porti, agli aeroporti e alle reti telematiche.

Con l’incalcolabile potenza economica di cui dispone, essa comanda lavoro (nel significato che Adam Smith dava alla parola: paga un lavoro a milioni di meridionali). Oggi tutto il Sud è mafia, e la mafia è tutto quel che il Sud può essere. La sovranità statuale sul Sud non serve. Se decidesse di averla, l’avrebbe nel corso di una sola notte. Perché è certamente in condizione di mettere assieme, in ogni paese e città, un plotone di arditi disposti a tutto. Più un corpo di riservisti allargato ai componenti di sette/ottocentomila famiglie. Molto, ma molto di più delle camice nere che il 28 ottobre del 1922 marciarono su Roma. Certo mille plotoni non fanno un esercito. Per avere un esercito bisogna che ci sia la tenda del generale, l’accampamento per i militi, le vettovaglie, un sistema di comunicazioni, la polveriera, la torre con le sentinelle, lo stendardo ecc. Ma più d’uno ha il dubbio che abbia già provveduto a queste cose magari stanziando all’estero tutta la sua logistica.

Tutto ciò premesso, rispondo alla domanda. Se l’Europa ha accettato l’Italia vuol dire che ha accettato la mafia. Con le sue attività illecite, la mafia tiene legato economicamente, socialmente, militarmente, il Sud all’Italia. La sua funzionalità per l’esportazione delle armi serve a tutti i grandi paesi di Maastricht. I dollari che incassa rappresentano una voce attiva nella bilancia europea dei pagamenti, specialmente in una fase di euro calante. Il pericolo per l’Europa è che essa cambi banchiere. Va da sé che, se il Sud vuole liberarsi dalla mafia, deve liberarsi dall’Italia e dall’Europa. Eliminato il doppio gioco, sarà possibile, anche se non facile, battere la mafia. Come? Se minacciata nei suoi interessi di lungo periodo, la mafia diventa pronta alla guerra. Quindi non c’è altro mezzo che la guerra.»

Voto di scambio, corruzione, usura, riciclaggio; attività perfettamente correlate che con abilità la ‘ndrangheta sviluppa ogni giorno di più. In Calabria, ma anche a Roma come a Milano, a Lugano come a Duisburg. Denaro da riciclare a tonnellate. Di proprietà della massopolindrangheta, neologismo coniato dal giornalista Roberto Galullo per indicare il “sistema“ degli intoccabili nato nelle Logge segrete in Calabria. Quella schifosa congerie di gente comune, santisti, ‘ndranghestisti, politici e massoni che divora la Calabria e non solo quella. Che fa sparire le inchieste e seppellisce processi, che spoglia la popolazione di ogni risorsa pubblica, che uccide e scioglie nell’acido e che brucia e divora ogni cosa. Tutto. Soprattutto la dignità dell’essere umano.

C’è una vastissima mappatura mondiale del riciclaggio che attraverso la Repubblica di San Marino e Paesi europei come il Lichtenstein, la Germania, l’Olanda, la Spagna, la Grecia, arriva fino agli Stati Uniti, al Canada e al Messico, Sud America, Cina, Giappone, Australia. Per non dir nulla di Madre Africa. «Africa – Africa – Africah!». Dalla Calabria in tutto il mondo la scia di denaro intriso di sangue nutre demoni che spargeranno altro sangue. Un punto su cui riflettere è proprio questo: quanto di questo danaro bagnato di sangue ha contatto direttamente con noi stessi e con la nostra vita? Chissà in quanti si chiedono: per chi lavoro? Chi paga i miei emolumenti? Quando acquisto un panino, un paio di scarpe, una casa, a chi vanno i miei soldi? Chi sono i soci della banca alla quale pago il mio mutuo? Se acquisto un libro o un giornale a quale editore andrà la maggior parte del guadagno? Porsi queste domande può svelare realtà incredibili. In luoghi apparentemente lontani dall’influenza delle mafie vi può far scoprire che non solo lavorate per loro ma addirittura che con i soldi del vostro guadagno aiutate il riciclaggio ed il reinvestimento del vostro denaro in attività illegali. Anche voi demoni danzanti nel sangue.

Tratto dal libro Demoni e Sangue in uscita a maggio per Coppola editore

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