Antonio INGROIA: È necessario che i cittadini scendano dagli spalti e giochino dalla parte della legalità, contro ogni tipo di malaffare e di corruzione.

18.08.2011 23:10

"NON ABBIAMO BISOGNO DI TIFOSI, MA DI GIOCATORI PER LA LEGALITA'"

Ha gli occhi che gli si stringono quando insegue un ragionamento. E si perdono, scrutano la realtà e indagano nella coscienza. Senza accomodamenti. Di lui si dice che sia stato il pupillo di Paolo Borsellino. “Paolo è stato l’incontro che ha determinato la mia esistenza”, sostiene lui. Quasi a voler rimarcare il legame profondo che li univa.

Ho incontrato Antonio Ingroia a Lipari, dove si trovava per presentare il suo ultimo libro: Nel labirinto degli dei. Storie di Mafie e Antimafia. Era ottimista; di un ottimismo contagioso. 
Perché è vero che nel derby, tra mafia e legalità, non vi è ancora un vincitore, ma qualcosa, nella composizione delle due squadre, sta cambiando. Mafia e politica, da una parte. Cittadinanza attiva, dall’altra. “E non bisogna arrendersi”, dice.

È ottimista Antonio. E per questo sorride. Nei venti minuti d’intervista sorride sempre, o quasi. Un’unica eccezione: il ricordo di Canale, l’amico, il traditore. Ma è solo un attimo, poi ritorna in sé. Alza lo sguardo e sorride. Di nuovo.

Lasciarlo è stato toccante. L’ho salutato sulla porta dell’albergo che l’ha ospitato. Non era solo, in realtà. Lo accompagnavano la moglie e i quattro uomini di scorta. Li ho salutati tutti, senza tralasciare nessuno: un largo sorriso e una stretta di mano. Sono rimasta sulla soglia anche quando la macchina blindata si è allontanata. Mi sono fermata lì a lungo, commossa.





D. Nel labirinto degli dei si apre con una dedica: a Paolo Borsellino. Quali sono le qualità umane che Paolo le ha trasmesso?

R. La fiducia in alcuni valori cardine. Verità e giustizia, tra tutti. Non solo sul piano astratto, ma anche su quello pratico; realizzatosi attraverso un suo attaccamento al principio costituzionale di uguaglianza e all’autonomia della magistratura: garanzia e precondizione necessaria per fare giustizia. La grande umiltà e la tenacia, ai limiti dell’ostinazione, nel portare avanti le proprie battaglie.


D. 24 luglio 1992. Funerali di Paolo. I primi ad avvicinarsi alla bara furono i suoi “pupilli”, lei e il maresciallo Canale. Lei con Canale non ha più parlato. Qualche risentimento?

R. Sospira profondamente. Risentimento no. Una ferita non del tutto cicatrizzata, sì. Quando si attraversano vicende così drammatiche, si vivono esperienze molto intense. Anche nei rapporti interpersonali. Ci sono grandi amicizie e grandi solidarietà. Ma anche grandi tradimenti. Nel caso di Canale, considero tradita l’amicizia che ci legava. E che lo legava a Paolo Borsellino. Credo che lui non sia sempre stato del tutto sincero. Ho perfino ipotizzato abbia mantenuto rapporti con uomini di mafia. Seppur a buon fine. Il libro voleva essere una provocazione nei suoi confronti, sperando reagisse. Non c’è stata nessuna reazione fino ad oggi.

D. Palazzo dei veleni: così era definito il Tribunale di Palermo, all’epoca. Lo è ancora?

R. È vero, molti veleni circondavano Falcone e Borsellino. Non so se sia ancora così, o meno. Penso che si sia depurato. Falcone e Borsellino hanno operato in un clima molto più difficile di quello in cui lavoro io. E credo che il ricambio generazionale abbia contribuito positivamente a creare una prevalenza di magistrati formatisi sul loro modello. Anziché sul modello degli avversari.

D. Nel suo libro lei parla di mani ignote. E sono sempre queste mani a far sparire i documenti più compromettenti. Mi dica nomi e cognomi.


R. Magari li sapessi, nomi e cognomi. Purtroppo sono emersi spesso numerosi sospetti, ma nessuna prova concreta.

D. Un buon esempio potrebbe essere l’ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada…

R. Il dott. Contrada è il simbolo perfetto degli “apparati deviati” e doppiogiochisti. Rappresentava lo Stato, da un lato, e congiurava con la mafia, dall’altro. Contrada a parte, vi è sempre qualcuno che interviene con grande tempestività, e fa sparire le prove più pregiudicanti. Purtroppo, spesso, la sparizione di questi documenti è stata individuata troppo tardi. E non si è mai riuscito a individuarne i responsabili.

D. Mi perdoni l’insistenza, ma dove vanno cercate queste mani?

R. Ovviamente si tratta di elementi interni agli apparati istituzionali. Solamente questi soggetti possono arrivare prima degli inquirenti e dei magistrati. 

D. Possiamo ipotizzare l’infiltrazione di manine anche nelle indagini sull’omicidio di Attilio Manca?

R. Non conosco i dettagli della vicenda. Purtroppo la storia giudiziaria di tanti misteri siciliani è una vicenda piena di archiviazioni, buchi neri e vuoti di conoscenza. A volte la magistratura svolge il proprio ruolo nel migliore dei modi, altre non abbastanza. Credo sia fondamentale la presenza di un’opinione pubblica attenta e informata, che eserciti il giusto controllo. Anche nei confronti della nostra attività.

D. “Abbiamo continuato strenuamente, più di qualsiasi altro governo, la lotta alla mafia”, ha dichiarato Silvio Berlusconi.

R. La tecnica adottata da questo governo è una tecnica molto abile e poco simpatica: appropriarsi di meriti che spettano ad altri. La cattura dei latitanti non è stata merito del governo, ma delle forze dell’ordine e della magistratura. Il loro merito è doppio, perché sono riusciti ad ottenere questi risultati, nonostante i tagli di bilancio. Nonostante la costante opera di denigrazione e delegittimazione. Nonostante l’emanazione di leggi “ad personam”.

D. Un atteggiamento ambivalente, quello del governo. Sembra, quasi, vi sia la precisa intenzione di eliminare la mafia “scomoda”, per dare spazio a quella finanziaria e politica.

R. Non mi piace fare il processo alle intenzioni. Vi è, però, una sorta di strabismo, in materia di politica antimafia. Da sempre, e in modo più accentuato negli ultimi anni, si è voluto di colpire l’ala militare della mafia, nei momenti di particolare recrudescenza del fenomeno. Mentre è stata ignorata la mafia finanziaria, favorendo la sua espansione. 
Esaminare il perché ci porterebbe lontano. Possiamo dire, rimanendo sulle generali, che c’è un problema di fondo. Il sistema di potere mafioso ha un senso perché legato alla classe dirigente del nostro paese, che ha bisogno di contenere le emergenze più palesemente criminali del sistema, ma non cerca di eliminarlo alla radice. Ne ha bisogno per fare gli affari…

D. “La mafia non esiste”, ha dichiarato Vittorio Sgarbi. Lei cosa risponde?

R. Che Sgarbi non ha idea di quello di cui parla.

D. La Sicilia metafora d’Italia, diceva Sciascia. Cos’è, oggi, la mafia in Sicilia?

R. Quello della mafia è un processo evolutivo molto preoccupante. È stato sconfitto il sogno, il delirio di onnipotenza, di Riina e compagni. Ma il modello pensato da loro –l’idea dell’ impossessamento degli interessi pubblici da parte degli interessi privati– si è realizzato: tutte le lobby, di tutti i tipi, si sono, oggi, impadronite delle istituzioni. Vedo, però, anche dei segnali positivi. E la Sicilia ha fatto dei progressi rispetto al resto d’Italia. Movimenti come “Addiopizzo”, “Libera”, “L’associazione Antimafie Rita Atria”, dimostrano che molti siciliani sono pronti a schierarsi contro la mafia. Certo, se guardiamo alla politica, vengono i tasti dolenti. Si aspetta ancora una sentenza definitiva per espellere Cuffaro !

D. Qual è, dunque, il rapporto tra politica e cittadini?

R. È chiaro che in terra di mafia non ci sono cittadini, ma sudditi ai quali elargire regalie. La cosa preoccupante è che questo meccanismo di esproprio dei diritti si è diffuso anche al di là della mafia. Ed è per questo che si può parlare di un processo di mafiosizzazione della mentalità del paese.

D. Il futuro dell’antimafia.

R. L’unica possibilità di sconfiggere davvero la mafia sta nella costituzione e nella diffusione di un movimento antimafia, promosso non soltanto dagli addetti ai lavori, ma prevalentemente da giovani studenti, lavoratori e operatori di ogni tipo. Non è tempo in cui abbiamo bisogno di tifosi. È necessario che i cittadini scendano dagli spalti e giochino dalla parte della legalità, contro ogni tipo di malaffare e di corruzione. Quando nel paese diverrà maggioritario un movimento che consideri la lotta alla mafia una priorità, probabilmente riusciremo a contagiare e a condizionare ancora di più il mondo della politica. È solo con l’antimafia sociale che si può vincere questa sfida.



a cura di Rosita Rijtano 

atestaalta-vox.blogspot.com/2011/08/intervista-ad-antonio-ingroia.html

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