Anno Giudiziario 2011 in SiCILIA. I magistrati reagiscono agli insulti: “Si rassegni chi vuole un giudice succube dell’esecutivo!Si rassegni chi vuole un giudice burocrate e fedele esecutore della volontà dei politici e dei potenti.”

06.02.2011 10:58

 Una grande, enorme struttura architettonica dalla facciata sontuosamente ornata, ma al suo interno vuota, spoglia, depredata.


Così appare oggi il mastodontico palazzo della giustizia, mentre il Presidente della Corte d’Appello di Palermo snocciola stancamente le cifre della disfatta. 
La cerimonia di apertura dell’anno giudiziario si apre solennemente con l’inno di Mameli suonato dalla fanfara dei carabinieri all’insegna del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Scattano sull’attenti i militari di ogni corpo quando rappresentanti della politica e delle istituzioni attraversano il corridoio sul tappetorosso.
Simboli. Che assumono significato a seconda di chi li guarda. Una pagliacciata insensata o l’ultimo baluardo cui disperatamente cerca ancora di aggrapparsi chi quelle istituzioni vorrebbe difenderle, ma nonha davanti agli occhi altro che un’impalcatura.
Niente uomini, niente mezzi, tentativi di riforme pretestuose che non hanno niente a che vedere con le esigenze urgentissime della giustizia, ma solo con gli interessi del sultano e dei suoi sudditi. Si somigliano tutte le relazioni dei responsabili di ogni ufficio d’Italia, sistema alcollasso e una difesa d’onore dai latrati scomposti dello zimbello d’Europa che sta strascinando nel suo ciarpame quel poco di dignità culturale residua nel nostro Paese.
Asserragliato nelle sue ville lancia sfide video, come un patetico Bin Laden, contro l’unico vero avversario che ha: la Giustizia e la sua ferma applicazione, così ostinatamente legata a quel fastidioso articoletto della Costituzione che obbliga tutti i cittadini italiani, tutti, a sottostare alla Legge.
Non hanno nessuna intenzione di mollare però i giudici e il loro allarmeè sempre più ad alta voce e sempre meno celato dietro il pacato linguaggio dell’autorevolezza istituzionale. Frasi dirette, chiamate in causa senza giri di parole, per denunciare il rischio ormai imminente del collasso del sistema.
Quindi tutte le carenze, dalle più contingenti: carta per le fotocopie, toner e benzina, a quelle fondamentali - come una vera, seria riforma legislativa della giustizia che snellisca l’elefantiaca macchina che invece di rispondere alla domanda dei cittadini li stritola - diventano le metastasi nel corpo di uno Stato che sta entrando in fase terminale. Basti pensare in che condizioni versano anche Sanità, Scuola, Ricerca, Occupazione, Assistenza Sociale… senza volere nemmeno entrare nella questione etica e morale.
Non è il tempo della prudenza – dice Nino Di Matteo che interviene in qualità di presidente della Anm Palermo, - del quieto vivere, del silenzio, del compromesso, è il momento del coraggio, della verità, della chiarezza. E infatti le parole sono nette.
“In questi anni si è parlato in maniera del tutto impropria di una contrapposizione reciproca tra politica e magistratura… (…) abbiamo piuttosto vissuto e viviamo una guerra unilaterale, un’offensiva violenta, senza precedenti, di una parte consistente della politica nei confronti della magistratura il cui controllo di legalità è stato visto come un ostacolo da rimuovere nella pretesa dell’esercizio di un potere senza limiti e contrappesi. Abbiamo dovuto registrare un clima pesante di aggressione nei confronti della magistratura, in particolare quando indagini e processi hanno toccato il potere. A fronte di legittime e doverose iniziative giudiziarie abbiamo assistito al consolidarsi di unaprassi, avallata da autorevoli rappresentanti politici e, primo tra essi, il Presidente del Consiglio dei Ministri, che ha reso pratica quotidiana l’insulto e il dileggio nei confronti di un’indefettibile istituzione dello Stato. Abbiamo vissuto una assurda campagna di denigrazione tesa a minare la credibilità della magistratura davanti agli occhi dei cittadini facendo vigliaccamente leva, con un gioco sin troppo facile, sulla generale disillusione per le mancate risposte alla legittima ansia di giustizia”. 
Ma se il premier parla troppo e a sproposito arrecano uguale danno i silenzi.
“Ci ha ulteriormente colpito il silenzio di tanti, troppi, alti esponenti istituzionali dai quali ci saremmo aspettati un comportamento diverso, una presa di distanza rispetto ai continui attacchi ed alle violente offese. (…) Nessuna reazione neppure da quel ministro della giustizia che con il suo assordante silenzio ha oggettivamente contribuito a diffondere nella magistratura un sempre crescente clima di disagio e di disorientamento”.
Seppur i magistrati non intendono farsi trascinare sul terreno dello scontro, nemmeno sono disposti a cedere di un solo millimetro nella difesa delle proprie prerogative. 
“Si rassegni chi vuole un giudice burocrate e fedele esecutore della volontà dei politici e dei potenti. Il bagaglio culturale e professionale di ogni magistrato italiano impone un rapporto diretto conla costituzione e quindi l’interpretazione costituzionalmente orientatadelle norme. Si rassegni quindi chi auspica un modello di giudice omogeneo alle maggioranze contingenti, interprete della volontà di chi governa, disancorato dalla Costituzione”.
Non manca nella relazione di Di Matteo anche una lucida autocritica e alcune proposte concrete da attuarsi per il miglioramento della macchina giudiziaria, ma è chiaro che il divario sul senso delle Istituzioni rappresentato da una parte di classe dirigente sciatta e indifendibile, da un’altra succube e incapace, da una parte di magistratura pavida e condizionata da interessi di correnti e da una parte di magistratura dalla schiena dritta restituisce nella sua drammaticità il labile equilibrio dei poteri che sta tenendo sotto scacco il senso stesso dellademocrazia.
Di pochi minuti ma estremamente efficace l’intervento del procuratore capo di Palermo Francesco Messineo che senza perdersi nei meandri delle disperate necessità, “farei prima ad elencare ciò che non manca”, si basa sui dati di fatto. 
Nessun omicidio per mafia da oltre un anno, e “ammesso pure che la mafiaabbia rinunciato ad uccidere non perché neutralizzata ma per scaltra tattica di occultamento e di basso profilo, rimane comunque il fatto chea questa scelta la mafia non si è determinata liberamente ma perché costretta dalla forza dello Stato, ciò che in passato non era mai avvenuto”. Ben conscio che questo non significa una vittoria il Procuratore si limita a constatare che però lo Stato sta vincendo. Nonostante ciò “sembra quasi che lo Stato – ha sottolineato – giunto alle soglie di una vittoria possibile abbia deciso incredibilmente di gettarla via”. Il taglio delle risorse, le legislazioni in controtendenza con l’efficienza della Giustizia, come la circolare che prevede il passaggio ad altro incarico dei magistrati della Dda dopo dieci anni di servizio “proprio quando avrebbero potuto fornire il più alto contributo di esperienza e professionalità” ecc… “rappresenta una sorta di incredibile cupio dissolvi (un anelito di morte) di uno Stato che, mentre è prossimo a vincere depone le sue armi migliori”.
E’ invece una analisi dei nessi causali tra la questione criminale e la questione giustizia attraverso la storia del nostro Paese quella del Procuratore Generale di Caltanissetta, che si è concentrata in modo particolare sul delicato capitolo dello stragismo mafioso sul quale sta appunto indagando la procura dello stesso distretto guidata da Sergio Lari.
E’ ormai certo, al di là dei dati processuali non ancora definitivi, chesi profilano responsabilità ben al di là di quelle addebitate a Cosa Nostra.
“Sui magistrati della  Procura della Repubblica di Caltanissetta guidatadal dott. Sergio Lari – sono state le parole del dottor Scarpinato - grava  in questo momento  il compito di gestire indagini che - dall’attentato a  Giovanni Falcone  all’Addaura il 21 giugno 1989 sino alle stragi di Capaci e di via D’Amelio nel 1992 – non appaiono purtroppo riducibili a manifestazioni criminali che hanno coinvolto esclusivamente esponenti dell’organizzazione mafiosa Cosa Nostra, con una netta linea di demarcazione tra criminali e cittadini  onesti. Tra il mondo degli assassini, che si sono sporcati le mani di sangue sulla scena dei delitti, e quello degli onesti ignari, si profila infatti una terra di mezzo, una sorta di continente sommerso nel quale si sono consumate vicende che sembrano custodire i segreti di quello che Giovanni Falcone definiva il 'gioco grande'. 
Cioè il gioco grande – ha proseguito il Pg di Caltanissetta - della composizione e della scomposizione del potere che si combatte nel fuori scena della storia ed ha inghiottito nelle sue spire le vite di tanti cittadini innocenti e di uomini di Stato leali alle istituzioni.
Ma è ormai nella pubblica cognizione che le indagini della Procura dellaRepubblica di Caltanissetta sulle stragi del 1992, in uno a quelle della Procura di Palermo sulla c.d. trattativa, le quali talora interagiscono con le audizioni che contemporaneamente si stanno svolgendo dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia, hanno aperto alcuni significativi spiragli nel muro di silenzio che ha sinora blindato i retroscena dello stragismo del 1992-1993.
Attraverso taluni di questi spiragli filtrano i mefitici miasmi di una storia che assume i contorni di un dramma nazionale. Che passa attraverso oscuri rapporti tra mafiosi e soggetti esterni all’organizzazione Cosa Nostra, misteriose e segrete trattative e, persino, attraverso l’ inquinamento delle indagini della magistratura, tramite il forzato innesto di collaboratori di giustizia rivelatisi falsi e pilotati.
E’ certamente compito della magistratura accertare chi e perché ha ritenuto di deviare il corso delle indagini sulla strage di via D’Amelio.
Ma non possiamo non essere consapevoli – ha concluso Scarpinato - che tali interrogativi, unitamente a  tanti altri che si  agitano dietro la stagione stragista degli inizi degli anni Novanta, assumono una proiezione che, ancora  una volta, scavalca lo stretto orizzonte della giurisdizione, tracimando in quello della grande storia nazionale…”.  

Sarà per questo, per l’integrità, per il rigore, per la lungimiranza e per la fedeltà alla Costituzione che questi pazzi eversivi di giudici vengono aggrediti dalla follia rabbiosa del potere che oggi ha il volto del Sultano. Ed è per questo che 
ANTIMAFIADuemila, il 13 febbraio prossimo, aderirà alla manifestazione in difesa della magistratura, in difesa della nostra Democrazia, in difesa della nostra Libertà.

AUDIO Palermo: Cerimonia di inaugurazione dell'Anno Giudiziario 2011 

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icon Intervento del dott. Roberto Scarpinato Procuratore generale presso la Corte d'Appello di Caltanissetta

icon Intervento di Francesco Messineo. Procuratore della Repubblica di Palermo 

icon Relazione del Presidente dell'A.N.M. Palermo, Antonino Di Matteo



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