Alfonso Papa, da magistrato a parlamentare, nome in codice mariuolo

28.06.2011 11:59
di Rosaria Capacchione

NAPOLI - Dalla Procura circondariale al Parlamento, dall’inchiesta sui pontili napoletani alla P4. Tutto in una manciata di anni, lungo un percorso costellato di successi - mediatici più che professionali - e ferocissime polemiche. Perché lui, Alfonso Papa, oggi accusato di far parte della cricca di Luigi Bisignani, l’uomo che l’imprenditore Fasolino chiama con disprezzo «il mariuolo», il ladro, dispensatore di segreti d’ufficio in cambio dello scranno romano, anche quando faceva il magistrato era stato infilato in un elenco: quello dei fedelissimi del procuratore Agostino Cordova che aveva già smesso, a quel tempo, di essere il magistrato di riferimento delle correnti progressiste. 

Papa era un pm attivissimo nell’attività sindacale. Nel 1999 fu candidato alla giunta distrettuale dell’Anm e nel 2000 entrò a far parte della giunta nazionale, scalzando Umberto Marconi, oggi suo acerrimo nemico e grande accusatore. 

Insidiava anche l’amministrazione di Antonio Bassolino, sindaco ancora molto amato, assieme a quei colleghi che avrebbero poi guadagnato uno scranno parlamentare nelle liste di An (Nicola Miraglia Del Giudice, Paolo Ambrosio, Luigi Bobbio) o come lui e Arcibaldo Miller, incarichi di responsabilità al ministero della Giustizia. 

La vicenda dei pontili ne è un esempio. Nell’estate del 1999 sequestrò ormeggi e oltre cinquecento imbarcazioni, iscrivendo una ottantina di persone nel registro degli indagati. Un anno dopo finì tutto in una bolla di sapone e in proteste generalizzate: i capi d’imputazione furono ritenuti inesistenti. 

Napoletano, 41 anni, bella vita, belle auto, belle case. Alfonso Papa dalla Procura di Napoli passò, dunque, a Roma, dove è stato vicecapo di gabinetto del Guardasigilli leghista Roberto Castelli. Nel 2006 e 2007 la giunta per le autorizzazioni a procedere si occupò di lui per una consulenza affidata alla società Global Brain. Era indagato anche il ministro, il Parlamento non autorizzò. Con Clemente Mastella, nonostante il cambio di governo, era arrivato alla direzione generale degli Affari civili. 

La motivazione? Era un «intoccabile». Poi, nel 2008, vicino alle posizioni di An, aveva ottenuto la candidatura sicura nella lista del Pdl e il posto in Parlamento, assieme alla nomina in commissione giustizia e commissione antimafia. Candidatura la cui genesi è raccontata negli atti dell’inchiesta e che sarebbe stata sponsorizzata da vari parlamentari (da Pera a Cosentino) oltre che da Nicolò Pollari, ex direttore del Sismi. Racconta l’inchiesta: avrebbe spinto a destra e a manca facendo pesare i suoi contatti in Procura e i suoi legami con investigatori «pericolosi». 
 

Lui, Alfonso Papa, grida al complotto. Lo aveva fatto già nel dicembre scorso, affidando al «Giornale» la sua difesa. «Ennesima elucubrazione complottistica, in salsa napoletana - aveva definito l’inchiesta - Una faida interna. Abbiamo sempre avuto minacce dalla sinistra giudiziaria». 

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